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VISTI DA VICINISSIMO
12 Settembre Set 2016 1033 12 settembre 2016

Mps, l'ipocrisia di Renzi e Padoan sull'addio di Viola

Renzi ha ordinato il licenziamento di Viola. Padoan ha eseguito: con una telefonata l'ha liquidato. E ora lo ricopre di elogi. Il retroscena di Occhio di lince.

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Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

La vicenda delle dimissioni (imposte) di Fabrizio Viola dalla carica di amministratore delegato di Montepaschi gronda di ipocrisia come non mai.
La più clamorosa è quella del duo Renzi-Padoan.
Il premier tace perché sa di aver detto una bugia a Porta a Porta quando ha dichiarato: «La politica fuori dalle banche».
È stato lui, infatti, a chiedere al ministro Padoan di far sapere a Viola che era bene levasse le tende.
Così, almeno, ha detto il ministro dell’Economia quando, il 7 settembre, ha telefonato prima al presidente di Mps Massimo Tononi e poi allo stesso Viola.
IL 'DISPIACERE' DI PADOAN. Della serie: 'Mi dispiace tanto, io non avrei voluto, ma il capo mi ha ordinato di 'suggerire caldamente' di procedere alla 'discontinuità', e sono costretto a dirvelo. Sapete, il mio è un compito ingrato, ma Matteo è sicuro che il mercato vuole così'.
E a riferire di queste chiamate non sono i due banchieri che erano all’altro capo del telefono – il cui comportamento è davvero irreprensibile, considerato che le circostanze avrebbero ammesso ben altra reazione – ma ambienti stessi del Tesoro, dove c’erano almeno due alti papaveri della burocrazia ministeriale (se volete i nomi andate a rileggervi Occhio di Lince dei giorni e delle settimane scorse) che si fregavano le mani per il colpo messo a segno dalle banche loro amiche, rispettivamente Jp Morgan e Mediobanca (che poi sono le due capofila del consorzio bancario per il collocamento dell’aumento di capitale prossimo venturo di Mps).
LE PAROLE DI ELOGIO PER VIOLA. Ma almeno Renzi ha avuto il pudore di starsene zitto, dopo il 'killeraggio' nei confronti di Viola.
Padoan, invece, pur essendosi autodefinito ambasciatore che non porta pena, vince il Gran premio ipocrisia, perché si è preso la briga prima di dare un’intervista al Messaggero e poi di rilasciare dichiarazioni qua e là che lo incoronano come un super Pinocchio.
«Credo che si siano incontrate un’esigenza personale di cambiare contesto dopo tante sfide vinte e l’esigenza della banca di implementare un piano ambizioso e impegnativo con energie nuove», ha detto il ministro, insieme con molte parole di elogio per Viola.
Ora, sapendo di aver fatto lui una telefonata (a nome di Renzi) per chiedere che Viola se ne andasse, e non di averla ricevuta dal banchiere che gli diceva “ministro, volevo informarla che intendo dimettermi”, ci vuole una bella faccia tosta a metterla così.
UNA TELEFONATA IMPOSTA? Ma non contento Padoan s’inguaia con le mani sue, aggiungendo: «Il piano attuale è considerato efficace».
Ma allora, se Viola è un banchiere formidabile che tanto bene ha fatto fin qui e il suo piano per la definitiva messa in sicurezza della banca è efficace, ci sa dire perché mai ha sentito la necessità di fare quella telefonata? L’ha fatta perché Renzi gliela ha imposta? Ancor peggio.
Sono sicuro che molti di coloro che hanno avuto l’onore di usare la scrivania di Quintino Sella che è nella stanza del ministro del Tesoro in via XX Settembre, a cominciare da Guido Carli, schiumano di rabbia nel sapere che lo hanno come loro successore.
Ma il duo di governo non è il solo campione di ipocrisia, in questa brutta storia italica.
I GRANDI ASSENTI DI BANKITALIA. Prendete la decisione della stessa banca di nominare la Egon Zehnder come advisor per individuare il successore di Viola.
Soldi buttati, visto che il governo non si è limitato a “chiedere” l’uscita di Viola ma ha anche “suggerito” il nome di Marco Morelli (che non a caso è diventato di pubblico dominio nello stesso momento in cui sono state annunciate le dimissioni dell’amministratore delegato).
E che dire del direttore della Banca d’Italia? Sì, proprio quel Salvatore Rossi che ha brillato, insieme al governatore Ignazio Visco, per la totale assenza dalla scena della vicenda – che invece richiedeva fermezza, non fosse altro perché via Nazionale ha la coscienza sporca in termini di vigilanza a Siena (ai tempi della disastrosa gestione Mussari, di cui Morelli è stato un protagonista tanto da beccarsi una multa di 208 mila euro per la vicenda Antonveneta) – e che se n’è uscito dicendo che pazienza se Mps finirà in mani straniere, l’importante è la stabilità del sistema (sic!).
E questo dopo aver trovato il tempo di suggerire un renziano 'Sì' al prossimo referendum.


(*) Con questo “nome de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

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