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Cina, la strategia per 'prendersi' l'America Latina

Il Dragone penetra in Sud America. Allontanandolo dall'influenza americana. Contratti su petrolio e infrastrutture: tutti gli affari dal Perù fino al Brasile.

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Il presidente della Cina, Xi Jinping.

Lo scenario geopolitico in America Latina è in netta evoluzione.
E la protagonista di tali cambiamenti è la Repubblica Popolare Cinese.
Pechino, notava due anni fa Roberto Da Rin sul Sole24Ore, «ha investito in America Latina 102 miliardi di dollari in otto anni, dal 2005 al 2013. I potenziali competitor, Stati Uniti ed Europa, sono stati quindi surclassati».
Il Sud America - quasi 600 milioni di abitanti, prospettive di crescita economica sostenuta, ma anche ingenti diseguaglianze - è diventato un continente a forte influenza cinese, mentre Usa ed Europa, che per ragioni geografiche, storiche e culturali dovrebbero aver maggiori legami, sono usciti largamente sconfitti dal confronto col Dragone.
LA SVOLTA DEL 2008 CON HU JINTAO. Infatti, se è ormai assodata la presenza della Cina nello scacchiere africano, da qualche anno è in atto la sua penetrazione in America del Sud.
Una penetrazione fondata sulla stipulazione di trattati commerciali con i governi di Colombia, Venezuela - ovvero i principali produttori mondiali di petrolio, gas e carbone - Perù, Brasile, che fa parte assieme alla Cina dei cosiddetti Brics, un polo di Stati che rappresentano la nuova economia mondiale, le potenze in ascesa.
La strategia della Cina in Sud America, volta a dimostrarsi un affidabile interlocutore internazionale promuovendo uno sviluppo delle relazioni internazionali di tipo pacifico per garantire una fiducia diffusa e mutui vantaggi in prospettiva della creazione di un mondo multipolare, è stata inaugurata e progettata nel 2008 dal presidente Hu Jintao, favorendo la presenza del Paese al vertice del G20 di Washington e al vertice dell'Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) di Lima, in Perù, tenutosi lo stesso anno.
APPROVVIGIONAMENTO DI MATERIE PRIME. La Cina ha mosso i primi passi sul mercato sudamericano due anni prima, nel 2006, quando ha stretto accordi sul petrolio col Venezuela di Hugo Chàvez, da sempre acceso critico della globalizzazione neoliberista e della politica estera statunitense e vicino a quei Paesi ostili agli Usa come Cuba, la Corea del Nord e l'Iran.
Da quel momento il governo cinese ha avviato trattative commerciali con gli Stati limitrofi per l'approvvigionamento di materie prime, come con il Cile per il rame, il Brasile per il petrolio e l'Ecuador per l'energia idroelettrica, non dimenticando Perù (18% delle esportazioni dirette in Cina), Cile (15%), Argentina e Brasile (13%).
Giuseppe Dentice, Research Fellow per il Grande Medio Oriente, riportava che «a essere esportate sono soprattutto materie prime (rame, alluminio, argento, zinco) o prodotti agricoli come la soia, su cui si basa la produzione di carne cinese. Anche gli investimenti diretti sono in crescita, ma i 9 miliardi investiti in Sud America sono ancora lontani dai 41 investiti dalla Cina in Africa e dai 25 investiti in Europa».

Partner in fuga da Washington

Il presidente colombiano Juan Manuel Santos.

Questi movimenti coinvolgono Paesi che fino a poco tempo fa erano partner politici – e commerciali – degli Usa, come nel caso della Colombia, dove il presidente Juan Manuel Santos, nell'intento di migliorare le infrastrutture, ha iniziato, col totale disappunto di Washington, a promuovere transazioni commerciali con la Repubblica Popolare Cinese e con l'Asia in generale.
La Colombia è strategica per la presenza cinese in America Latina, vista la sua posizione geografica. Ma non solo.
LE DIGHE DA 4 MLD DI SANTA CRUZ. Pechino è regista di un'iniziativa avviata nell'estate del 2014 col viaggio del premier Xi Jinping nella regione, durante il quale sono stati firmati 29 accordi di cooperazione con Cuba, rafforzati i legami col Venezuela, stipulati nuovi contratti con l’Argentina per la realizzazione di due dighe presso Santa Cruz (4,4 miliardi di dollari), per la ristrutturazione di una delle linee ferroviarie più importanti per i trasporto merci (2,1 miliardi di dollari) e per lo sviluppo della quarta centrale nucleare del Paese e la costruzione di 11 navi (423 milioni di dollari).
Il Dragone, inoltre, ha fatto investimenti per circa 7 miliardi di dollari nella compagnia pubblica brasiliana Petrobras, un’impresa oggi in crisi ma con enormi potenzialità viste le risorse stimate nel cosiddetto pre-sal, uno strato di greggio sotterraneo scoperto nell’Oceano Atlantico.
L'ASSE BRASILIA-PECHINO. Con queste prospettive, l’asse Brasilia-Pechino è destinato a crescere sempre più nei prossimi anni sulla base di una complementarietà delle due economie, come spiega Samuel Pessoa dell’Istituto di Economia Brasiliana della Fundação Getùlio Vargas.
E non è un caso se l'ex presidente brasiliana Dilma Rousseff ha firmato con Pechino un accordo per promuovere la realizzazione di una via alternativa al Canale di Panama (sotto influenza Usa), ovvero una tratta ferroviaria transcontinentale di 212 chilometri – finanziata coi capitali cinesi – capace di collegare le coste centrali del Brasile a un grande porto in Perù permettendo così di risparmiare su tempi e costi per le esportazioni di materie prime agricole e non solo (soia, cereali, ferro, rame).
Un investimento da 30 miliardi di dollari che conterebbe su una sostanziosa partecipazione di investitori cinesi, invitati a creare sul territorio nuove imprese e posti di lavoro.
Il quotidiano Folha de Sao Paulo spiega infatti che la Cina dipende sempre di più dai prodotti agricoli brasiliani, in particolare per i semi di soia.

Un modello alternativo di finanziamento

La banca d’investimento cinese Icbc.

L'affare non è piaciuto affatto agli Stati Uniti, che guardano con estrema diffidenza alla presenza cinese nel “proprio” continente, un'aperta sfida all’autorità americana e all’ormai vecchia prassi della “Dottrina Monroe”, che potrebbe indebolire ulteriormente la posizione dominante di Washington e ridimensionarne anche il ruolo a livello globale.
IL RUOLO CENTRALE DELLA ICBC. I prestiti cinesi e gli investimenti citati non solo limitano l'influenza economica dei Stati Uniti, ma rendono il Sud America meno dipendente da organismi come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (complice anche la Nuova Banca di Sviluppo, alternativa al Fmi), offrendo un modello alternativo di finanziamento per le grandi infrastrutture, essenziale per sostenere la crescita e l’aumento della domanda interna di quei Paesi.
La strategia di Pechino ruota attorno alla Icbc, la banca d’investimento cinese incaricata di gestire i prestiti concessi ai rispettivi Paesi, e che serve per esercitare un personale soft power e garantirsi così un'ascesa pacifica nel panorama internazionale.
Ed è la cosa che gli Stati Uniti temono di più.
ARGENTINA VERSO I BRICS? Anche se i Brics «non uniscono le loro forze contro qualcun altro, ma al contrario si stanno concentrando sulla promozione di un'agenda positiva e d'unione nelle relazioni internazionali», spiegava il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov l'anno scorso, il possibile ingresso dell'Argentina come sesto Paese membro, auspicato da Vladimir Putin ma giudicato prematuro da vari economisti per lo stato di default tecnico causato del rifiuto dei creditori di ristrutturare i debiti di Buenos Aires, non è visto positivamente dagli Stati Uniti.
Questo, infatti, nel contesto degli investimenti cinesi citati, significherebbe relazioni più strette di tipo economico in chiave antiamericana.

22 Ottobre Ott 2016 1500 22 ottobre 2016
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