Etruria: ostacolo vigilanza, assolti
Il caso Etruria
Visco
19 Dicembre Dic 2017 2013 19 dicembre 2017

Banche, perché l'audizione di Visco è un'ammissione di impotenza

Strumenti insufficienti per controllare il sistema italiano. Allarmi sulle sofferenze inascoltati. Consigli sul bail-in ignorati. E moral suasion indebolita. Le parole del n.1 di Bankitalia certificano il suo potere scalfito.

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Doveva essere un’autodifesa e cosi è stato nell’audizione davanti alla commissione sugli scandali bancari. Ma il governatore di Bankitalia Ignazio Visco è andato ben oltre una valutazione sul fallimento di Banca Etruria o lo smentire le pressioni da parte di Maria Elena Boschi: ha ammesso senza remore che l’organismo di controllo è impotente e non ha strumenti sufficienti per garantire la vigilanza sul sistema bancario italiano.

Vigilanza fiacca: nessun potere giudiziario e tempi dilatati

Dal 2014 Bankitalia ha ceduto alla Banca centrale europea (Bce) il pallino sul controllo delle banche di sistema, mantenendo una piena vigilanza soltanto sulle realtà minori. Ma anche su questo versante via Nazionale può fare meno di quello che si potrebbe immaginare. Visco tratta l’argomento sotto due aspetti. Uno più filosofico e generale: «In un’economia di mercato la vigilanza può ridurre la probabilità di crisi di singoli intermediari e contenerne gli effetti, ma non può annullarla, soprattutto in fasi congiunturali particolarmente difficili».

SERVONO EVIDENZE ROBUSTE. Un altro tema più pratico: «La Vigilanza è tenuta al rispetto della legge, che osserva scrupolosamente. Non può intervenire sulla base di ipotesi non supportate da fatti accertati e da evidenze robuste. Se lo facesse, compirebbe atti di arbitrio ingiustificati, perseguibili per legge. L’attività bancaria è complessa, soprattutto, ma non solo, per gli intermediari più grandi».

Se gli esponenti e gli organi interni di controllo delle banche non collaborano con la Vigilanza, allora il suo compito diviene più arduo

Ignazio Visco

Questo perché nonostante le richieste fatte alla politica per maggiori strumenti, «la Vigilanza non ha i poteri dell’autorità giudiziaria: se gli esponenti e gli organi interni di controllo delle banche non collaborano con essa, se non rispondono alle sue richieste di intervento, se al fine di aggirare le regole pongono in essere operazioni che possono compromettere in breve tempo la stabilità dell’intermediario, allora il compito della Vigilanza diviene più arduo».

DIFFICILE IMPEDIRE UNA CRISI. Dal canto suo in Banca d’Italia «gli accertamenti necessitano di tempo, di analisi approfondite, di metodologie accurate; nel caso di quelli sulle banche, che durano generalmente da due a quattro mesi». E anche quando «segnala sempre tempestivamente ogni sospetto di reato all’autorità giudiziaria, l’avvio di indagini e l’apertura di procedimenti penali in seguito alle segnalazioni della Vigilanza, anche quando portano al rinvio a giudizio di esponenti o ex esponenti delle banche, hanno tempi tecnici che possono essere incompatibili con quelli di un’azione volta a impedire una crisi».

Sofferenze e bad bank: progetti di «interventi di sistema» ignorati

Sul versante dei crediti detoriorati Visco ha escluso che Bankitalia abbia preso sottogamba il problema. Lo dimostrerebbero sia gli allarmi lanciati nelle sue considerazioni generazionali tra il 2012 e il 2013 sia il fatto che negli anni successivi «la Vigilanza ha risposto con un’azione decisa e articolata».

LA POLITICA NON ASCOLTAVA. Per esempio «il controllo sulla loro liquidità è stato fortemente intensificato già dal 2011; nelle fasi di maggiore tensione è stato condotto su base infragiornaliera», oltre a «una campagna di ispezioni mirate condotte nel 2012-13 e ad appositi incontri con i vertici delle banche» per un «maggiore rilevazione» sui bad loan e più alte coperture. Il tutto mentre la politica non ascoltava i consigli di Palazzo Koch.

INDICAZIONI FATTE CADERE. Se «il trattamento fiscale che scoraggiava nettamente le svalutazioni sui crediti» è stato modificato soltanto alla fine del 2013 e nel 2015, i governi (per la precisioni quelli guidati da Mario Monti ed Enrico Letta) e l’Unione europea hanno fatto cadere tutte le indicazioni su una gestione delle sofferenze con una bad bank sul modello spagnolo.

Le tensioni ancora intense sui mercati dei titoli sovrani avrebbero reso particolarmente costoso un eventuale intervento pubblico nel 2013

Ignazio Visco

Al riguardo Visco ha ricordato le valutazioni che si fecero a Palazzo Chigi nel 2013. «Le tensioni ancora intense sui mercati dei titoli sovrani avrebbero inoltre reso particolarmente costoso un eventuale intervento pubblico. Il ricorso a un prestito del Meccanismo europeo di stabilità (come fatto dalla Spagna) avrebbe potuto generare ulteriori pressioni sui rendimenti dei titoli di Stato; qualora fosse stato condizionato all’attuazione di nuove correzioni dei conti pubblici, avrebbe certamente aggravato la recessione. Questa fu la valutazione del governo italiano».

ESITO DIVERSO DALLE ASPETTATIVE. Lo stesso progetto di «un intervento di sistema» via Nazionale lo ha rilanciato anche in seguito. «Ho chiesto più volte a quel punto», ha concluso un intervento, «di attuarsi anche con un sostegno pubblico. Abbiamo quindi affiancato il governo in una difficile trattativa con le autorità europee volta alla istituzione di una bad bank; l’esito non è stato quello da noi auspicato».

SALVATAGGI IN MINIMA PERCENTUALE. Anche in questo caso nessuno ascoltò Bankitalia. Sempre Visco, non a caso, ha voluto sottolineare che in un’Europa dove si sono spesi 227 miliardi pubblici per i salvataggi bancari l'Italia non è andata oltre i 13 miliardi, lo 0,8% del Pil. E, come nel caso dell’ingresso dello Stato in Mps, «vi sarà un recupero almeno parziale». Il tutto, «nonostante da noi la caduta dell’economia reale sia stata ben più grave che in altri Paesi».

Bail-in e costo delle crisi: di più non si poteva fare

Chiamato in causa per non aver valutato i rischi a Siena o ad Arezzo, in maniera molto felpata Visco ha rivendicato la sua moral suasion per limitare i danni ai correntisti e agli obbligazionisti di Mps e Etruria. Per esempio la risoluzione adottata per le “quattro banche” «ha evitato la liquidazione e perdite più elevate che avrebbero interessato tutti i loro creditori, con l’eccezione dei titolari di depositi inferiori a 100 mila euro; per le famiglie detentrici di obbligazioni subordinate sono stati previsti appositi meccanismi di ristoro, adottati in seguito anche nel caso della liquidazione delle due banche venete. Per la Banca Monte dei Paschi di Siena è stato possibile attivare un intervento – la sostituzione delle azioni “convertite” con obbligazioni senior della banca – volto a minimizzare l’impatto sulla clientela al dettaglio».

POTENZIALI RISCHI MESSI IN LUCE. Di più non si poteva e anche qui le colpe sono della politica che non hanno ascoltato gli allarmi di Bankitalia sul bail-in che fa ricadere «i costi delle crisi bancarie in primo luogo su azionisti e creditori delle banche (con l’eccezione, ovviamente, dei depositanti protetti dai sistemi di garanzia, ndr)». In quest’ottica, e «in più occasioni», dice Visco, «avevamo messo in luce i potenziali rischi del nuovo approccio europeo alla gestione delle crisi, introdotto dapprima con la comunicazione della Commissione europea di metà 2013 in materia di aiuti di Stato nel settore bancario (che prevedeva il coinvolgimento dei soli creditori subordinati, il cosiddetto burden sharing) e poi con la direttiva sul risanamento e la risoluzione delle banche (Bank Recovery and Resolution Directive, Brrd) approvata l’anno successivo (che estendeva il coinvolgimento al complesso dei creditori non protetti, il cosiddetto bail-in) e recepita in Italia nel novembre del 2015».

MA I GOVERNI HANNO FIRMATO TUTTO. Insomma «avevamo sottolineato, prima dell’approvazione di tali provvedimenti, i problemi connessi con l’assenza di un periodo di transizione e con l’applicazione retroattiva delle norme». Invece i governi del tempo hanno firmato tutto, non strappando neppure un salvacondotto per i titoli di vecchia emissione, consigliata - inutile dirlo - da Palazzo Koch.

C'era una volta la moral suasion: le banche ora difendono la loro autonomia

A differenza di quanto fatto trapelare in commissione Banche dal presidente della Consob, Giuseppe Vegas, raccontando dei timori del ministro Boschi, Visco ha smentito di aver pressioni per un matrimonio tra Popolare di Vicenza e Banca Etruria. Anche perché le banche, in quanto aziende, non si fanno remore di difendere «la loro autonomia di gestione» di fronte alla Vigilanza.

NIENTE PIÙ AZIONI DIRETTE. Tradotto, non esiste più l’aggrotar di ciglia dei vecchi governatori come Baffi, Ciampi o Fazio, che senza provvedimenti formali intervenivano sulla governance degli istituti. Oggi Palazzo Koch «interviene per indicare alle banche le misure necessarie per una conduzione sana e prudente, ma non può stabilire le modalità operative con cui gli specifici interventi devono essere adottati».

Importanti interventi sulla governance bancaria da noi a lungo auspicati hanno incontrato resistenze, non solo nell’industria bancaria

Ignazio Visco

Se non bastassero quest’ammissione di impotenza, ecco Visco aggiungere che una delle poche armi che gli sono rimaste è «segnalare la necessità di una aggregazione». Ma «sta alle banche individuare la controparte con cui effettuarla». In quest’ottica emblematica la riforma del sistema della popolari. «Importanti interventi sulla governance bancaria, come quelli delle banche partecipate da fondazioni, delle popolari e del credito cooperativo, da noi a lungo auspicati hanno incontrato resistenze, non solo nell’industria bancaria. Il ritardo nella loro attuazione ha fatto sì che le banche affrontassero la recessione in posizione di debolezza».

LA LINEA ERA STATA TRACCIATA... Ma più in generale la moral suasion del governatore si indebolisce anche nel tentativo di modernizzare il settore. «L’esperienza di questi anni», conclude Visco, «mostra i costi dei ritardi nell’adeguamento dell’attività delle banche alle sfide tecnologiche e all’evoluzione dei mercati. Bisogna proseguire nella razionalizzazione della rete degli sportelli, in molti casi divenuta fonte di spesa anziché di profitto, nella revisione delle strutture di governance, nella riduzione dei costi». Dalla serie: noi la linea l’abbiamo tracciata, ma se i vigilati non la seguono…

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