I 400 colpi
Matteo Salvini 130515183056
11 Gennaio Gen 2018 0930 11 gennaio 2018

Ma Roberto Maroni ha scoperto solo ora chi è Salvini?

Mentre il segretario della Lega recita il suo tradizionale ruolo di agit-prop dopo aver stravolto la Lega, Maroni sembra un lord della camera alta che recita la parte del conservatore illuminato.

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Ma in questi anni dove è stato, dove ha vissuto, in che partito pensava di militare? La domanda sorge spontanea leggendo la lunga e articolata intervista che Roberto Maroni ha rilasciato al Foglio di giovedì 11 novembre. Curiosamente, tanto che sembrava un voluto botta e risposta a distanza, anche Matteo Salvini, paladino dei no vax a scoppio ritardato, ne ha concessa una al Corriere della sera dove finalmente, essendo che i media ingiustamente lo trascurano, ha potuto illustrare con la dovuta ampiezza pensiero e visione politica. Lette con dovizia, nonostante quella del presidente della Lombardia abbia le dimensioni di un lenzuolo king size, uno si chiede: ma questi appartengono entrambi alla Lega o sono gli esponenti di due diversi partiti?

COME SE APPARTENESSERO A DUE PARTITI DIVERSI. No perché mentre il segretario del Carroccio recita il suo tradizionale ruolo di agit-prop sciorinando gli arcinoti cavalli di battaglia della casa,l'abolizione della Fornero in primis, Maroni sembra un lord della camera alta. Un conservatore illuminato che, sprofondato in una comoda poltrona al circolo della caccia, racconta sorseggiando una tazza di tè del suo rimpianto per la politica di una volta, quando a confrontarsi erano leader veri (bontà sua, ignorando il poco commendevole ritratto che esce dall’inchiesta della magistratura sulla gestione dei soldi, lui ci mette anche Bossi), il populismo era lungi dall’essere la malattia infantile del leghismo, specie nella sua preponderante versione lepenista - tant’è che se fosse cittadino francese avrebbe votato Macron - e la politica con la P maiuscola significava battersi per la rivoluzione nordista e non sgomitare nell' inverecondo bailamme per prendersi uno scranno nel parlamento della Roma ladrona.

Mentre sul Corriere Salvini gli dedica soltanto l’incipit, non nascondendo l’irritazione per la decisione del governatore lombardo di chiamarsi fuori praticamente alla vigilia del voto, Maroni delivera un lungo e puntuto elenco delle cose che lo dividono dal suo segretario: praticamente quasi tutto. Componendo un ritratto del felpato giovanotto che ogni tanto incrociava nei corridoi di Radio Padania, relegato lì perché Bossi che lo detestava non lo voleva tra i piedi, come si trattasse di un opportunista che facendo strame del verbo dei padri fondatori e della santissima trinità del movimento: federalismo, autonomia, Padania, ha rigirato come un guanto il Carroccio trasformandolo un avamposto di razzisti intolleranti che cavalcano spregiudicatamente l’onda del momento pur di racimolare consenso.

L'INCOMPATIBILITÀ TOTALE TRA BOBO E MATTEO. Ne viene fuori che tra i due l’incompatibilità è totale, diversi come il giorno e la notte, divisi come sembrano essere anche da profondi rancori che hanno a che vedere con la gestione del partito dopo l’archiviazione della lunga stagione bossiana. Una domanda a Bobo: Salvini è segretario della Lega dal dicembre del 2013, e non è oggi molto diverso da com’era, tranne per l’aver consumato l’eresia di togliere Nord dal nome e spostato sugli extracomunitari l’avversione che all’epoca provava per i meridionali. Possibile che l’ormai ex governatore della regione più ricca del Paese se ne sia accorto solo ora?

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