Embraco 1
21 Febbraio Feb 2018 1614 21 febbraio 2018

La Embraco slovacca, tra manager italiani e stipendi da 960 euro

Le marce di protesta per un aumento di salario. La conquista della tredicesima. E il progetto di spostare la produzione europea gestito da un piemontese. Storia e vicissitudini dello stabilimento.

  • ...

A Riva di Chieri sono in 537 a prendere l'aria fredda in faccia, a resistere allo sconforto e guardare avanti, di fronte ai cancelli di una fabbrica che potrebbe non aprire più. Mille e quattrocentodiciassette chilometri più a Est, a Spišská Nová Ves, Slovacchia, i 2.300 operai del primo stabilimento Embraco in Europa dell'Est hanno invece di che festeggiare. Dopo mesi, anzi anni, di lotta sindacale, hanno conquistato il diritto a tredicesima e quattordicesima con cui rimpinguare una busta paga media di 964 euro.

LA VITTORIA DOPO LE "MINACCE". Il rappresentante del sindacato locale, Juraj Hojnoš, protagonista di una trattativa lunga e talmente a rischio da aver portato i lavoratori a minacciare lo sciopero, qui considerato ancora una estrema ratio, rivendica la vittoria del 22 gennaio con la stampa. Nel dicembre 2016 in tutta l'area dello Spis - siamo nella Slovacchia centrale una delle regioni con il Pil pro capite più basso del Paese - gli operai si erano mobilitati per un aumento delle paghe, inventandosi una marcia di protesta: allora erano riusciti a strappare il 6% di aumento. Ma 12 mesi dopo si erano ritrovati di nuovo impaludati nelle trattative con l'azienda cominciate già a settembre. Questa volta la minaccia della sospensione della produzione ha portato a ottenere 700 euro in più per quest'anno e 800 euro per l'anno prossimo: salario maggiore, un altro 6% in più a partire dal 2019, e intanto più bonus una tantum.

IL RUOLO DEL PIEMONTESE LANFRANCO. Del resto, che i salari bassi oltre che la buona formazione tecnica siano l'origine del miracolo economico slovacco non serve spiegarlo a nessuno. Basterebbe ascoltare le parole del direttore operativo della società che ora sta abbandonando l'Italia, l'uomo che allora partecipò e organizzò la prima delocalizzazione in questo territorio: si chiama Antonio Lanfranco e, sorpresa, è un manager italiano di Moncalieri, Piemonte.

Embraco Slovacchia, controllata dal quartier generale di Embraco Europe, cioè dall'Italia e da un management in gran parte italiano, è nata nel maggio del 1997, stando ai documenti depositati nel registro delle imprese slovacco. Nel 2000, dopo l'apertura del primo stabilimento da mille dipendenti a Spišská Nová Ves, Lanfranco raccontò al quotidiano slovacco Spektator come i dirigenti brasiliani, americani e italiani si decisero per la Slovacchia. «All'inizio non pensavamo di trasferirci nell'Europa orientale, ma piuttosto di costruire un'operazione in America centrale. Poi, mentre il mercato si evolveva, capimmo le reali opportunità nell'Europa centrale e iniziammo a investigare Repubblica ceca, Ungheria e Slovacchia», dichiarò. «Abbiamo scelto la Slovacchia perché, tra le altre cose, ci ha offerto un'opportunità migliore per quanto riguarda il costo del lavoro rispetto a Ungheria e Repubblica ceca, che era già sulla buona strada verso l'allineamento con i costi del lavoro dell'Ue. Inoltre, la Slovacchia era tra i paesi candidati all'adesione all'Ue, e sebbene non fosse nel primo gruppo, aveva un buon background e doveva entrare nell'Unione. Infine, avevamo informazioni da altre società, come Whirlpool, che ci dicevano che erano soddisfatti (con i loro investimenti slovacchi, ndr)».

LA NUOVA FRONTIERA EUROPEA. Già all'epoca, riporta lo Spektator, «Embraco Slovakia esportava tutta la sua produzione in Europa e negli Stati Uniti e ha assunto alcune delle parti più laboriose dell'operazione italiana di Embraco». Del resto negli stessi anni molti gruppi italiani andavano scoprendo le nuova frontiera europea. Dai primi due istituti di credito nostrani, Unicredit e Intesa, a Enel, dalla meccanica della Bonfiglioli alla farmaceutica della Stevanato, appena prima o subito dopo l'ingresso nell'Unione gli investimenti nostrani in Slovacchia si sono letteralmente moltiplicati. In ogni città della regione orientale, la vicina povera dell'Austria, è nato un parco industriale e in ogni parco industriale c'è un'industria italiana: la Magneti Marelli a Kechnec, le Industrie Polieco (tubature industriali) a Gbely, la De Miclen (dentrifici) a Levice.

La Embraco si è mossa prima delle altre. Nel 2000 la americana Whirpool ne acquisì una quota. E nel decennio successivo Embraco cominciò in Slovacchia una rapida espansione. In 18 anni i lavoratori assunti nel primo impianto di Spišská Nová Ves sono più che raddoppiati, e soprattutto alla fabbrica è stato affiancato un nuovo centro tecnologico, nel quale la società ha investito circa 2 milioni di euro nel 2014.

IL CAMBIO DI STRATEGIA. Poi nel maggio del 2016, a Kosice, 99 chilometri a Ovest dai primi due centri, ne è stato aperto un terzo, questa volta però destinato a ospitare un polo di servizi comuni per le filiali del gruppo e a impiegare altre 150 persone nel giro di due anni. E a quel punto che Embraco Europe, il cui quartier generale è sempre stato in Italia, stesse rivedendo la sua strategia globale era intuibile. La posizione geografica, dichiarava due anni fa il nuovo capo del centro Raul Moreira alla stampa slovacca, ha fatto la differenza: Kosice si trova «nel mezzo tra i nostri stabilimenti in Brasile e in Messico, da una parte, e in Cina, dall'altra», argomentava senza fare menzione dell'Italia. E ancora: «I singoli stabilimenti nei tre continenti riassumono ogni mese i loro risultati e li inviano a noi per l'elaborazione finale. Attualmente, stiamo preparando il reclutamento di persone per ricoprire posti vacanti in logistica, acquisti, It o marketing, ovvero processi che vogliamo lanciare qui gradualmente». L'Italia, imprenditori italiani compresi, era già stata abbandonata.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso