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Tax ruling, per le multinazionali in Europa sono più che raddoppiati

Dovrebbero essere forme di garanzia, ma diventano uno strumento di elusione. Alla fine del 2016 erano 2.053 gli accordi fiscali speciali: 73 solo in Italia. Il loro contenuto è segretissimo. E i Paesi si fanno concorrenza sleale reciproca

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L’Unione europea che si appresta ad annunciare un accordo sulla web tax, la tassazione dei giganti dell’economia digitale i cui proventi sfuggono frequentemente al fisco, è la stessa che con quei giganti ha stipulato, e continua a stipulare, accordi fiscali speciali, in rigoroso ordine sparso. Ognuno per sé, pur di attrarre multinazionali, capitali e promesse di posti di lavoro, anche a costo di finire col farsi la guerra l’un l’altro, o di accettare di ricevere briciole al posto di quanto realmente spetterebbe all’erario.

+64% DI ACCORDI IN UN ANNO. Alla fine del 2016, erano 2.053 gli accordi tra singole nazioni Ue e aziende, in crescita rispetto ai 1.252 dell’anno precedente: +64%. Di questi, 73 solo in Italia: quarto Paese nella non esaltante classifica. La formula è quella degli advanced pricing agreements (Apa) unilaterali, la fattispecie più diffusa tra i cosiddetti tax ruling, nati teoricamente per garantire trasparenza e sicurezza alle grandi aziende nei loro rapporti col fisco, evitando possibili contenziosi dovuti a fraintendimenti di sorta.

OBIETTIVO: ABBASSARE L’IMPONIBILE. Nella pratica, tuttavia, i ruling (e gli advanced pricing agreements in particolare) sono diventati lo strumento con cui le multinazionali si assicurano sconti e vantaggi con il placet delle autorità fiscali. Servono per esempio per stabilire ex ante i prezzi di trasferimento di beni e servizi tra varie società di uno stesso gruppo, soggette a fiscalità diversa: cioè, concretamente, per abbattere l’imponibile in uno Stato (quello in cui le tasse sono più alte) e spostarlo in un'altra nazione in cui è più vantaggiosa. Esistono ruling che determinano le royalty, i dividendi o altre componenti del reddito che vengono trasferite tra una società infragruppo e l’altra, con il medesimo obiettivo.

AIUTI DI STATO ILLEGALI? Il cortocircuito è evidente: non solo i Paesi rinunciano a parte degli introiti che potrebbero avere, ma nel farlo innestano quella “concorrenza sleale” che all’interno della stessa Ue si sta faticosamente provando a combattere contro Amazon, Facebook e soci. Tanto che negli ultimi anni, sulla scorta di casi eclatanti e dell’indignazione popolare, l’Antitrust europeo ha effettuato indagini su alcuni accordi particolarmente rilevanti, spingendo anche la Commissione Europea a considerarne alcuni come aiuti di Stato illegali, che distorcono la concorrenza nel mercato unico europeo.

Non è un caso forse che sul podio del maggior numero di tax ruling - monitorati dal Joint Transfer Pricing Forum della stessa Commissione Ue, sulla base dei dati dichiarati dai governi nazionali - si trovino tre Paesi che le autorità di Bruxelles hanno indicato nel documento di revisione semestrale (Winter package) come portatori di politiche fiscali aggressive che esacerbano la concorrenza fiscale intra-Ue e ledono le prospettive di una crescita duratura e sostenibile dell’area economica europea.

IN ITALIA TAX RULING IN AUMENTO. A cominciare dal Lussemburgo - guidato per 18 anni dall’attuale numero uno della Commissione - che a fine 2016 contava 599 ruling. Quasi doppiato dal Belgio, primo in assoluto nella classifica con 1.081 accordi, oltre il doppio di quelli del 2015. E, ancora, dei Paesi Bassi, che nel corso del 2016 hanno ricevuto 221 richieste e ne hanno concesse 191 (ma non è dato sapere quanti fossero quelli in essere, perché il governo comunica solo le nuove richieste e quelle approvate). Al quarto posto, come si diceva, l’Italia, con 73 ruling, in crescita rispetto ai 61 dell'anno precedente, seguita dall’Ungheria (63 accordi), Finlandia (50) e Francia (51).

CONTENUTO DEI RULING SEGRETO. I contenuti degli accordi - il valore, le aziende con cui sono stati stipulati, talvolta anche la durata - sono però riservatissimi. A meno che non siano inchieste giornalistiche, o provvedimenti della magistratura a rivelarli, proliferano senza che i cittadini ne sappiano alcunché: con il risultato di allargare la frattura con le istituzioni quando vengono scoperti. «I cittadini-contribuenti e altri attori economici, come le piccole e medie imprese, avrebbero tutto il diritto di conoscere e giudicare i trattamenti fiscali che le autorità nazionali riservano a una ‘categoria a sé’ di contribuenti rappresentata dalle grandi corporation», fa notare infatti Mikhail Maslennikov di Oxfam Italia. «Da istituto di certezza fiscale i ruling diventano uno strumento di concorrenza al ribasso a disposizione degli Stati, favorendo pratiche elusive ed esasperando la corsa al ribasso, anche in seno all’Ue, sulla fiscalità societaria. Una delle tante forme di dumping che causa considerevoli ammanchi per le casse degli Stati e mina alla radice la lotta alle elevate e crescenti disuguaglianze nei nostri Paesi».

LO SCANDALO LUXLEAKS. Per capire quanto sia vero va ricordata la vicenda di Apple, che grazie a un un ruling del 1991, rinnovato nel 2001, è arrivata a versare appena lo 0,005% degli utili registrati in Irlanda con un beneficio fiscale indebito che è stato quantificato in 13 miliardi di euro solo nel periodo tra il 2003 e il 2014. Oppure il caso della Fiat (oggi Fca) - a riprova del fatto che il problema non sta solo nell’economia immateriale - che dall’Olanda ottenne sconti per circa 30 milioni di euro. Per non dire dello scandalo Luxleaks - portato alla luce da una mastodontica inchiesta del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (Icij) - che ha rivelato l’esistenza di 548 accordi fiscali tra il Lussemburgo e 300 multinazionali, da Ikea a Pepsi, siglati tra il 2002 e il 2010, con l’intermediazione di PriceWaterhouse Coopers.

20 Marzo Mar 2018 1135 20 marzo 2018
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