Agricoltura Biologica 140203121437
Economia
31 Marzo Mar 2018 1500 31 marzo 2018

Prodotti biologici, i numeri di un boom che ha coinvolto l'Italia

Nel 2017 grande crescita del settore: +16,6%, un giro d’affari di 1 miliardo e 451 milioni. Il 78% delle famiglie li ha comprati. Inquinamento, export, legislazione: fotografia di un mondo in espansione.

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Il biologico non è ritornare al passato, ma guardare al futuro. Ne è convinto Roberto Zanoni, presidente di AssoBio, l’Associazione nazionale delle imprese di trasformazione e distribuzione di prodotti biologici e naturali, forte di cifre che parlano chiaro: solo dal 2013 al 2016 il numero di aziende agricole biologiche è aumentato del 40%, mentre nell’agricoltura tradizionale in 20 anni l’Istat ha registrato un crollo del 46%.

DA NOI CRESCITA TOP IN EUROPA. Nel 2016 l’Italia è risultata essere il Paese europeo con la maggiore crescita nel bio. E nel 2017 si è verificato un boom della vendita dei prodotti bio nella grande distribuzione: +16,6%, giro d’affari di 1 miliardo e 451 milioni. Il 78% del totale delle famiglie ha comprato almeno un prodotto bio durante l’anno (un milione in più rispetto al 2016). E di queste il 25% circa ha comprato bio almeno una volta alla settimana.

VENDITA DOMESTICA A 3,5 MILIARDI. Nomisma riferisce che nel 2017 le vendite di biologico in Italia hanno toccato i 3,5 miliardi nel mercato domestico (+15% rispetto al 2016). E anche l’export del bio nostrano è andato bene: quasi 2 miliardi.

Roberto Zanoni, presidente di Assobio.

Spiega Zanoni a Lettera43.it: «Il successo dipende in gran parte dalla crescente sensibilità e consapevolezza che le scelte individuali incidono sulle condizioni ambientali. La crescita della domanda bio rappresenta anche un residuo positivo della crisi economica che ha indotto a un "ritorno alla sostanza", a riflettere sull’effettiva necessità dell’acquisto e sulla ricerca di prodotti senza fronzoli, che garantiscono il miglior rapporto qualità/prezzo. Pochi prodotti offrono il complesso delle qualità messe in campo da quelli biologici».

ATTENZIONE AL SEGMENTO BABY. A partire dal segmento del baby food. «Oggi si fanno molti meno bambini di un tempo», ricorda Zanoni, «ma ci si concentra di più su di loro, c’è una maggiore attenzione nei confronti della loro alimentazione, non si lesina sul cibo sano». E poi non manca un’avanguardia di pediatri «che purtroppo non rappresenta ancora la maggioranza, ma che raccomanda ai genitori un’alimentazione biologica per i propri figli».

ESCLUSIONE DI OGM E PESTICIDI. Fa pendere l’ago della bilancia verso il bio anche l’esclusione degli organismi geneticamente modificato (Ogm) e dei pesticidi dall’intero ciclo produttivo, la drastica riduzione degli additivi, l’impegno dei produttori per esaltare i sapori autentici e un sistema di controllo che certifica la conformità a norme europee.

L’Italia esporta in tutta Europa e la Germania rappresenta il maggior cliente: pesa per quasi il 40% del nostro export

E i risultati si vedono anche all’estero. L’Italia esporta in tutta Europa e la Germania rappresenta il maggior cliente: pesa per quasi il 40% del nostro export. Ma spazio stanno assumendo anche Usa e Cina. «In quest’ultimo Paese in particolare», sottolinea Zanoni, «il crescente ceto medio è alla ricerca di prodotti sicuri; numerosi scandali alimentari, solo su alcuni dei quali è arrivata notizia in Occidente, hanno dimostrato che la produzione nazionale non è sempre il massimo in termini di sicurezza. Meglio quindi rivolgersi a prodotti doppiamente garantiti, come quelli biologici occidentali».

MENO INQUINAMENTO NELL'AMBIENTE. In più è aumentata anche la consapevolezza di come l’agricoltura tradizionale incida sul tasso di inquinamento dell’ambiente. I dati dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, l’Istituto di ricerca del ministero per l’Ambiente, per esempio, non perdonano: il 63,9% delle acque superficiali e il 31,7% di quelle sotterranee sono contaminate da pesticidi. E Il 21,3% delle acque superficiali e il 6,9% di quelle profonde hanno concentrazioni superiori al limite di qualità ambientale.

VECCHIO MODELLO ORMAI INSOSTENIBILE. Non solo. Per ogni italiano l’agricoltura convenzionale immette nell’ambiente 70,5 chilogrammi di pesticidi. «Sono dati che non possono non far pensare», commenta Zanoni, «e sono indici di un modello di produzione ormai insostenibile. In parallelo aumentano anche i dubbi nei confronti dell’industria alimentare convenzionale, che ricorrere ad additivi chimici e che, nella corsa all’innovazione di prodotto, non è sempre allineata con il bisogno di naturalità e semplicità che emerge con chiarezza dai consumatori”.

La rincorsa a prezzi sempre più bassi da parte dell’industria alimentare convenzionale costringe gli agricoltori a vendere la materia prima a prezzi stracciati

Bio contro industria alimentare convenzionale, dunque? Senza dubbio la rincorsa a prezzi sempre più bassi da parte dell’industria alimentare convenzionale costringe gli agricoltori a vendere la materia prima a prezzi bassissimi, e non senza conseguenze: dal censimento del 1990 a quello del 2010 risultano aver chiuso i battenti 1 milione e 400 mila aziende agricole. «Fino a 30 o 40 anni fa», ricorda Zanone, «con un’azienda di 15 ettari mandavi i figli all’università, oggi chiudi perché sei strangolato da globalizzazione e prezzi troppo bassi».

PREZZI ALTI? SONO GLI ALTRI BASSI. Diversa invece la filosofia nel mondo del biologico. «Anche nel nostro settore si importa», dice, «ma prevalentemente in un’ottica di commercio equo e solidale, la logica dello sfruttamento ci è estranea». Per Zanoni non sono i prodotti biologici a costare troppo, ma sono gli alimenti convenzionali che costano troppo poco. «Se i prezzi bassi costringono le aziende a chiudere, a ricorrere a manodopera clandestina e senza diritti o a quantitativi ingenti di fertilizzanti chimici di sintesi e di diserbanti che poi troviamo nelle falde acquifere, non ha senso usarli come termine di paragone», commenta.

LEGGE CHE SI È ARENATA AL SENATO. Al centro del dibattito fra gli operatori del settore c’è l’idea che per garantire buoni prodotti serva il rispetto di buone regole. Per questo AssoBio ha lavorato alla proposta di legge sull’agricoltura biologica che è stata approvata all’unanimità dalla Camera, ma si è arenata al Senato a fine di legislatura, venendo approvata all’unanimità dalla Commissione agricoltura, senza arrivare in tempo in aula.

Fabrizio Piva, amministratore delegato Ccpb.

«Non disperiamo», rilancia Zanoni, «contiamo che il nuovo parlamento concluda il lavoro. La legge non entra nel merito dei controlli, che sono disciplinati da regolamenti europei e da altre norme nazionali, ma dà un quadro certo all’organizzazione del settore, e garantisce alle imprese programmazioni a medio e lungo termine, che sono fondamentali».

REGOLAMENTO EUROPEO DAL 2021. Intanto intorno ad aprile l’Unione europea si appresta ad approvare un nuovo regolamento sull’agricoltura biologica destinato a entrare in vigore dal 2021. Mentre per quanto riguarda le norme nazionali, l’ultima è stata approvata in febbraio: un decreto sul sistema di controllo e certificazione.

«SISTEMA INUTILMENTE REPRESSIVO». Fabrizio Piva, amministratore delegato Ccpb, organismo di certificazione e controllo dei prodotti agroalimentari e “no food” ottenuti nel settore della produzione bio, dice a L43: «La legge complica meccanismi e procedure che nel nostro Paese funzionano bene e introduce un sistema sanzionatorio inutilmente repressivo che a nostro avviso scoraggerà le aziende agricole e non solo, vera base del bio italiano, a entrare nel settore».

La certificazione sul biologico esamina già tutto il processo produttivo: dalla produzione agricola fino alla commercializzazione

Nei fatti, la certificazione sul biologico esamina già tutto il processo produttivo: dalla produzione agricola fino alla commercializzazione. E ogni azienda è sotto la lente d’ingrandimento più volte l’anno. Con risultati a quanto pare positivi. Secondo i dati del ministero delle Politiche agricole i prodotti bio, tra quelli agroalimentari, «sono quelli che presentano meno irregolarità, proprio perché vengono controllati di più e in modo più sistematico», sottolinea Piva. Che aggiunge: «Miglioramenti servirebbero soprattutto nella semplificazione delle procedure, nell’alleggerimento del carico burocratico per aziende e controllori, in banche date e tracciabilità delle filiere».

«I CONTROLLI SIANO PIÙ INTENSI». Eppure, per Zanoni i controlli dovrebbero essere ancora più intensi: «Abbiamo insistentemente chiesto che la responsabilità del coordinamento del sistema di controllo venisse affidata all’arma dei carabinieri che non solo contano sul comando per la tutela agroalimentare, altamente specializzato, ma sono ben presenti e radicati sul territorio».

CRITICHE AL DECRETO LEGISLATIVO. E sul decreto legislativo appena approvato non nasconde qualche perplessità: «Sostanzialmente ci soddisfa, anche se su alcune parti poteva essere più incisivo». E aggiunge: «Non contestiamo affatto, a differenza di qualche voce, le sanzioni introdotte anche nei confronti delle aziende che violano la normativa. Nessuna della fattispecie previste colpisce errori veniali, come può essere un’indicazione imprecisa in etichetta; il decreto si concentra sui comportamenti dolosi, prevedendo sanzioni che, per noi, potevano pure ben essere più rilevanti».

Quel che è certo è che se si discute animatamente di norme e controlli sempre più stringenti è perché ormai il bio non è più solo una nicchia di consumo, dettato da una moda salutista passeggera. Gli ultimi dati ufficiali, quelli di fine 2016, parlano infatti di 72.154 operatori certificati e di 1 milione 795 mila 650 ettari di superfici coltivati. Per entrambi si tratta di una crescita del 20% su base annua, «un numero enorme, ma che sicuramente sarà confermato anche per 2017 e 2018», dice Piva. «Il mercato è in continua crescita e ciò crea le condizioni affinché il mondo produttivo risponda a tale domanda».

IN ATTESA DI UN AUMENTO DEI CONSUMI. Gli fa eco Zanoni: «Essenzialmente coltiviamo senza un grammo di sostanze chimiche di sintesi il 14,5% della superficie agricola italiana, nell’ultimo anno sia le superfici che il numero delle aziende sono aumentati di oltre il 20%, numeri che nessun settore produttivo può vantare». Naturale è la fiducia di Zanoni anche per questo 2018: «Ci aspettiamo un aumento dei consumi, anche se forse non così forte come quello registrato nel 2017. Il +16,4% dello scorso anno è stato un dato davvero eccezionale. Servono comunque continua formazione e competenze».

BOOM SOPRATTUTTO NEL CENTRO SUD. Il boom di aziende bio si concentra soprattutto al Centro Sud, forte del fatto che il biologico riconosce costi di produzione corretti e garantisce agli agricoltori che lavorano bene e nel rispetto delle regole sicurezza e prospettive per lo sviluppo. Qui come altrove, cresce di pari passo anche la fiducia dei consumatori, come nuovi stili di vita consapevoli e non spreconi.

FederBio Servizi ha lo scopo di offrire servizi avanzati alle imprese ed è in grado di assistere i professionisti della filiera

Per questo AssoBio ha in corso un carnet di progetti sulla sicurezza e sulle garanzie a livello nazionale e europeo. «Abbiamo partecipato alla costituzione di FederBio Servizi», ricorda Zanoni, «una struttura che ha lo scopo di offrire servizi avanzati alle imprese ed è in grado di assistere i professionisti della filiera attraverso percorsi di crescita, qualificazione e sviluppo».

FORMAZIONE È LA PAROLA D'ORDINE. Formazione resta infatti una parola d’ordine per molti operatori del settore. Che partono comunque già bene: è in possesso di diploma di qualifica o di diploma di scuola media superiore il 39,7% dei responsabili delle aziende biologiche italiane (quasi il doppio della media dell’agricoltura nazionale nel suo complesso), e ha una laurea o un diploma universitario il 13,6% (più del doppio della media nazionale).

ALTRO CHE AGRICOLTORE POCO ISTRUITO. «Siamo lontani dallo stereotipo dell’agricoltore di scarsa istruzione», rimarca Zanoni, «i nostri giovani titolari d’impresa sono della generazione Erasmus, hanno girato il mondo coi voli low cost, sono venuti a contatto con culture e sensibilità diverse, hanno toccato le tendenze». Tant’è che molti superano il ruolo del produttore agricolo impegnandosi a valorizzare la produzione con la trasformazione dei prodotti, con l’agriturismo, con le fattorie didattiche, con le vendite on line e i siti internet. Altro che piccolo mondo antico, insomma.

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