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21 Aprile Apr 2018 0900 21 aprile 2018

Made in Italy, Grandi sulle false tradizioni italiane

Il cibo in Italia è una religione. Che muove parecchi miliardi ogni anno. Anche grazie a un marketing che modifica o inventa storie. Parola del professore a Parma autore di Denominazione di origine inventata.

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Che gli italiani siano un popolo di inventori è noto. Che abbiano amore per il cibo pure. Dal mix è venuto fuori uno dei comparti più vivaci dell'industria italiana. Eppure non è esente dalle polemiche, anzi. A mettere bocca - è proprio il caso di dirlo - sulla questione è Alberto Grandi, docente di Storia economica all’università di Parma, che da anni studia i casi di «false tradizioni». Autore tra l'altro di Denominazione di origine inventata, edito da Mondadori, il cui sottotitolo è inequivocabile: Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani.

CENTRALITÀ ESAGERATA. «Non ne potevo più di questa glorificazione del cibo e dell'idea aberrante che il food sia il motore di sviluppo del Paese», spiega a L43 Grandi. Che non vuole certo negare «il valore economico del settore», quanto mettere in discussione semmai «la centralità che se ne fa nell'economia italiana». Insomma per l'Italia, seconda industria in Europa e settima al mondo, «non è questa la ricetta per uscire dalla crisi».

UN GOLOSO GIRO D'AFFARI. Eppure qualche numero sul successo dell'agroalimentare italiano è bene ricordarlo: lo scorso anno, stando a un'analisi Coldiretti su dati Istat, le esportazioni del settore sono arrivate a 41,03 miliardi di euro, in crescita del 7% a livello tendenziale e negli ultimi 10 anni (dati Ice) l'export del settore è aumentato del 79% a fronte del 47% del totale italiano. Sempre nel 2017 il fatturato dell'industria alimentare, conferma Federalimentare, ha raggiunto i 137 miliardi di euro, in crescita del 3,8% rispetto al 2016. Insomma, l'agroalimentare è uno dei pilastri funzionanti dell'economia. Anche grazie a un marketing diciamo creativo.

Alberto Grandi.

«Fino a 60 anni fa», racconta Grandi, «i nostri connazionali mangiavano poco e male e chi si poteva permettere qualcosa in più preferiva la cucina francese. Dal punto di vista gastronomico le élite economiche e culturali subivano il fascino d'Oltralpe», continua il professore. «E infatti Parigi non aveva alcuna intenzione di affermare il valore italiano in materia, che non esisteva». Il discorso, però, è cambiato con la coda del boom economico, quando il Paese si è svegliato «dall'ubriacatura dell'industrializzazione». Fino ad allora, ricorda Grandi, «la nostra cucina era quella di Pellegrino Artusi, semplice, modesta nell'uso degli ingredienti, assai diversa da quella francese, nata nelle corti». Bisognerà aspettare il 1986 per il pieno riconoscimento da parte dei cugini transalpini: in quell’anno Gualtiero Marchesi fu il primo chef italiano a conquistare le 3 stelle Michelin.

LE BUGIE DI SUCCESSO. Forse per tentare di recuperare il gap o semplicemente per monetizzare al massimo questo patrimonio, l’Italia è riuscita a mettere in fila una serie di bugie di successo. L’esempio più eclatante, secondo Grandi, arriva dalla Sicilia. «A Modica in soli 20 anni hanno inventato una storia e ottenuto un grande seguito», ammette. «I produttori locali hanno fatto risalire l’origine del famoso cioccolato nientemeno che agli aztechi, a cui gli spagnoli avrebbero rubato la ricetta prima di annientarli. In realtà la produzione risale a inizio Anni 90». Il presidente del consorzio, evidenzia il professore, «afferma che la ricetta è stata recuperata nel 700 da parte di un ramo cadetto della famiglia monegasca dei Grimaldi».

LARDO STORICO. Lo stesso discorso vale per il lardo di Colonnata, «"nato" negli anni 80». Anche se sul sito del consorzio si legge che «veniva dato agli schiavi romani costretti a lavorare nelle miniere oppure che Michelangelo ne faceva scorta quando andava sulle Alpi apuane a cercare il marmo per i suoi capolavori. Io non discuto che la produzione del lardo sia cominciata secoli fa perché dove c'è il maiale, più o meno ovunque in Italia, se ne conservano le carni. Discuto il fatto che la ricetta del lardo sia nata proprio a Colonnata e che Michelangelo si rifornisse lì. Peraltro questo particolare della sua vita non è citato altrove», fa notare Grandi. Inoltre «a riprova della lunga tradizione del prodotto si cita la chiesa del paese dedicata a San Bartolomeo, patrono dei macellai. Io però nasco studioso delle corporazioni e in realtà sono i norcini a lavorare i prosciutti e hanno come patrono sant'Antonio che infatti è rappresentato sempre con un maiale accanto. Ciò dimostra dunque che lì di maiali ce n'erano pochini». Anche quella del famoso lardo di Colonnata è dunque «una storia tutta inventata e un grandissimo caso di marketing». Altre volte invece si tende a esagerare nelle dimensioni della produzione: «Se fossero di Bronte tutti i pistacchi che si dice provengano da lì», nota, «la Sicilia sarebbe grande come l'Australia».

Una forma di Parmigiano Reggiano.

In generale emerge che spesso c’è una sovrapposizione fra storia e tradizione, tra storytelling e marketing. «L'idea di scrivere questo libro», racconta Grandi, «mi è venuta durante un convegno a Boston in cui parlavo dei violini e di Cremona, città nota per una grande tradizione nella produzione di questo strumento. A fine Anni 30, quando il gerarca fascista Roberto Farinacci decise di aprire nella città una scuola di liuteria, vennero chiamati maestri da Milano. Il famoso Antonio Stradivari, morto a fine 600 a 90 anni in realtà non lasciò nessun erede. A Cremona non esisteva alcuna tradizione in materia».

GARANTISCE LA STORIA. L'aggancio forzato con la storia ormai è una caratteristica non solo dei prodotti tipici ma anche dell'industria, evidenzia l’economista. Perché la storia rassicura il consumatore. Se poi si aggiunge la tradizione il favore del pubblico è garantito. «Un po' come la San Carlo che accanto all'immagine della busta di patatine scrive: dal 1936». Effettivamente quest'azienda nacque a Milano come semplice rosticceria in cui si potevano trovare carne, pesce e verdura fritte e in cui a un certo punto si ebbe l'idea di preparare una nuova specialità, «le patatine croccanti». Ma di sicuro, sottolinea il professore, nel 1936 «in Italia non si vendevano patatine in busta». Attenzione però: «Deve esserci una buona qualità dei prodotti altrimenti il consenso dura poco. Inoltre i casi di vero successo incontrano i gusti del mercato». E non c’è dubbio che l’Italia sia in prima fila - con i suoi numerosi validi produttori - a garantire la genuinità del comparto agroalimentare grazie a regolamenti severi a protezione della qualità. Inoltre, proprio a Parma ha sede l’Efsa, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, istituita nel 2002 per proteggere consumatori e ambiente dai rischi legati agli alimenti.

LOTTA ALLA CONTRAFFAZIONE. A dirla tutta, poi, non sono solo gli italiani a comportarsi così. «Noi abbiamo esagerato, certo, ma si tratta di un atteggiamento che appartiene in generale agli europei», continua l'esperto. «Ricordo che le denominazioni sono state inventate in Francia. E pure gli americani hanno iniziato a tentare di ancorarsi alla storia». A proposito di denominazioni occorre pure ricordarne l’importanza nella lotta alla contraffazione che, in campo alimentare, vanta numeri importanti. Secondo l’ultimo rapporto dell’Ispettorato del ministero delle Politiche agricole nel 2017 su oltre 50 mila controlli sono risultati irregolari il 26,8% degli operatori e il 15,7% dei prodotti e i sequestri hanno superato il valore di 90 milioni di euro.

NO AL MANICHEISMO. Nel mirino di Grandi c’è anche il modello slow food, «quello per cui l'artigianato è tout court buono e l'industria è sempre cattiva». Il professore è contro questa «visione manichea della grande industria come il male». Ma anche contro il «no assoluto agli Ogm e all'agricoltura intensiva». Anche due fiori all'occhiello della gastronomia italiana, il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, «sono ormai prodotti industriali». Un atteggiamento tranchant che peraltro mette anche a repentaglio posti di lavoro. «Da anni ormai si sta demonizzando la Nutella: ma perché i lavoratori della Ferrero non hanno gli stessi diritti degli artigiani?». Contraddizioni che si stemperano in un sorriso quando il professore - fratello di uno chef che lavora in un ristorante stellato - pensa a due presidenti di Regione, Luca Zaia e l'uscente Debora Serracchiani, «che si danno battaglia per stabilire se il tiramisù sia nato in Veneto o in Friuli Venezia-Giulia. Troppo facile mettersi a difendere un dolce: la politica si occupi di altro».

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