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Economia
30 Maggio Mag 2018 0827 30 maggio 2018

Chi guadagna con la salita dello spread (se l'Italia non fa default)

I titoli di Stato sono in mano per oltre due terzi a investitori nazionali che aumentano i loro ricavi grazie ai rendimenti crescenti. A meno che il governo decida di non ripagare più i risparmiatori.

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Lo spread italiano nella mattinata del 29 maggio ha superato la soglia dei 320 punti mentre le Borse europee sono in fibrillazione. Vuol dire che chi compra titoli di Stato italiani (Btp) può contare su rendimenti superiori del 3,2% rispetto a chi compra i titoli tedeschi, i Bund. Questo è un problema per lo Stato italiano – deve “sborsare” più soldi per ottenere prestiti che finanzino ospedali, scuole, pubblica amministrazione e altro ancora – ma è ovviamente un'opportunità per chi acquista i titoli nelle aste pubbliche: il rischio di perdere i propri soldi viene “premiato” con una buona rendita finanziaria (leggi anche: Borsa, mercati e spread del 30 maggio).

Coi rendimenti alti guadagnano anche alcuni investitori nazionali

Il tema è: chi ci guadagna? In questi giorni i leader della Lega e del M5S hanno più volte fatto riferimento a interessi tedeschi e francesi che minacciano la sovranità nazionale. In realtà, i titoli di Stato italiani sono soprattutto in mano agli stessi italiani. Diversamente da quello che è successo nel 2011, un eventuale default metterebbe in difficoltà soprattutto gli investitori nazionali che però, nel frattempo, sui nuovi acquisti di titoli possono godere di buoni guadagni, se non salta tutto.

Solo il 5% dei titoli italiani è in mano a investitori extra-europei

Secondo dati di Nomura riportati dal Financial Times la scorsa settimana, il debito pubblico italiano è per il 68% in mano a residenti italiani. Per il 27% è in mano a investitori di altri Paesi dell'eurozona e per il 5% extra-europei. Poiché alcuni gruppi americani o asiatici hanno base in Paesi europei con tassazione di favore – come il Lussemburgo o l'Irlanda – è possibile che la quota extra-europea sia un poco sottostimata, ma il quadro generale non cambia molto.

Il portafoglio della Bce che Lega e M5s volevano stracciare

Nel dettaglio: il debito italiano è pari a 1.900 miliardi di euro e sono quindi in mani italiane 1.300 miliardi. Di questi, una quota significativa sono nel portafoglio delle banche italiane che – ha detto il governatore Bankitalia Ignazio Visco il 29 maggio – sono esposte su titoli di Stato (non solo italiani) per 300 miliardi. Oltre 340 miliardi di euro di soli titoli italiani sono invece nel portafoglio della Bce (risultano in mani italiane perché acquistati tramite Bankitalia), per effetto degli acquisti del programma di quantitative easing lanciato da Mario Draghi e che ha permesso in questi anni di mantenere basso lo spread. Da questi 340 miliardi di titoli acquistati dalla Bce, una prima bozza del contratto tra Lega ed M5s parlava di “farsene” scontare 250, cioè non ripagarli, ipotesi che però è al momento fuori dalle regole europee perché così facendo la Banca centrale finanzierebbe un singolo Stato, cosa che gli è vietato fare.

I soldi trasferiti dallo Stato ai risparmiatori

Tolte banche e Bce, sono quindi nelle mani di investitori privati italiani – fondi pensione, singoli cittadini, fondi d'investimento – oltre 700 miliardi di euro. Cosa succede quando i rendimenti si alzano per effetto della crisi politica? Prendiamo ad esempio i titoli a sei mesi messi all'asta il 29 maggio dal Tesoro e pari a 5,5 miliardi: nell'asta del 26 aprile rendevano il -0,421%. Adesso rendono l'1,2%. Questi titoli sono stati comprati da investitori, perlopiù italiani presumibilmente, che tra sei mesi riavranno i loro soldi con l'1,2% in più. A pagare quell'1,2% in più è lo Stato, e quindi gli italiani tutti. Si tratta di un trasferimento di soldi da chi ha meno (la collettività) a chi ha di più, ovvero quei cittadini che hanno da parte della liquidità da poter investire. Ovviamente, i rialzi si applicano solo ai titoli che vengono messi all'asta da oggi in poi. Per quelli già nel portafoglio dei risparmiatori, il rendimento non cambia a meno che non si voglia vendere o comprare titoli prima della loro naturale scadenza sul mercato, comprandoli quindi a valori più bassi o più alti del loro valore nominale a seconda della fiducia o sfiducia sulla possibilità di essere ripagati.

Titoli in scadenza? In media tra sette anni

Attualmente la scadenza media dei titoli italiani è pari a poco meno di sette anni, un livello superiore a quello degli anni precedenti. Questa è una buona notizia per lo Stato italiano: vuol dire che su questi prestiti si continueranno a pagare i bassi rendimenti degli anni scorsi. Il problema però è un altro: se i mercati si convincessero che lo Stato italiano non è più in grado di ripagare i propri debiti, allora tutti proverebbero a vendere i titoli che hanno in portafoglio e il valore di questi scenderebbe al di sotto del loro valore nominale. Visto che nessuno vorrebbe più titoli italiani, allora sarebbe difficile anche fare nuove aste. I rendimenti si alzerebbero, ripagare gli interessi sarebbe sempre più difficile e così via, fino al rischio default. Da una parte gli interessi dello Stato, dall'altro quelli dei risparmiatori. Che però solo in minima parte sono stranieri: è tutta una partita tra italiani. Con buona pace dei tedeschi e francesi cattivi.

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