Spread Btp Bund in calo a 190 punti
Spread e mercati
Getty Images 159154964
7 Giugno Giu 2018 1200 07 giugno 2018

Bce, verso la fine del Quantitative easing: cosa rischiano Italia e Ue

Francoforte è pronta a chiudere il programma. Il nostro Paese teme la speculazione sul debito. L'Europa intera un rallentamento della crescita. E c'è l'incognita inflazione. I possibili effetti.

  • ...

L'annuncio potrebbe arrivare nelle prossime ore oppure a luglio. Fatto sta che la Banca centrale europea (Bce) si appresta a ufficializzare l'uscita dal Quantitative easing. Ecco gli effetti, rischi compresi, in Italia e in Europa.

Mario Draghi, numero uno della Bce.

ANSA

1. Lo stop agli acquisti: Draghi e Bundesbank in disaccordo

Nel gennaio 2015 Mario Draghi annunciò al World Economic Forum di Davos che ogni mese avrebbe acquistato tra i 60 e gli 80 miliardi di euro di titoli di Stato con rating non minore alla doppia B. Ora siamo scesi a 30 miliardi al mese, ma questa operazione espansiva ha permesso ai Paesi più deboli quanto a quelli più ricchi di risparmiare risorse per sostenere il proprio debito da utilizzare per investire in politiche di welfare o investimenti. Da mesi il banchiere centrale ha chiarito che l'Eurotower non smobiliterà i titoli comprati in questi anni e per alcuni mesi potrebbe anche continuare (ma secondo gli analisti non oltre fine anno) con sparuti acquisti. Questa almeno la linea di Draghi, che però contrasta con quella dell'azionista forte della Bce, cioè la Bundesbank, che spinge per un'uscita totale dal Quantitative easing. Ma le ripercussioni non riguarderanno soltanto gli Stati: il programma ha di fatto abbattuto i rendimenti sui bond, spingendo gli investitori verso la Borsa, che non a caso è cresciuta in maniera esponenziale in questi anni. Ora il trend potrebbe invertirsi, anche perché la crisi petrolifera e il rallentamento della crescita potrebbero spingere i risparmiatori verso prodotti più sicuri.

Il ministero del Tesoro.

ANSA

2. Gli effetti per l'Italia: l'ombra della speculazione sul debito

Nel pieno del Qe l'Italia - con Draghi che comprava anche i nostri bond - ha risparmiato circa 15 miliardi di euro all'anno sul cosiddetto servizio al debito, cioè riconoscendo minori interessi sui titoli di Stato ai suoi sottoscrittori. L'ex viceministro all'Economia Mario Baldassarri ha calcolato che, quando il programma di acquisti sarà finito, il Tesoro potrebbe spendere almeno 7 miliardi in più. Ma la cifra è prudenziale perché potrebbe scontare sia l'incertezza legata al carattere populista e sovranista del nuovo governo sia i suoi progetti di investimenti in extradeficit, che allontanerebbero il Paese dai propositi di ridurre il debito, saldamente sopra il 132% del Pil. Già in questi giorni si è notato un peggioramento, con il Tesoro che ha dovuto portare il rendimento del Btp a 10 anni, il nostro benchmark sulla stabilità dei conti, sopra le soglie di guardia. Le cose potrebbero andare peggio se la Fed abbasserà i tassi americani, rendendo gli interessi sui T-Bond, soprattutto quelli a breve termine e più vicini al nostro decennale, più bassi. A quel punto la speculazione avrebbe gioco facile a tornare a scommettere contro il debito italiano.

Draghi ha portato l'euro verso la parità con il dollaro.

ANSA

3. Il fattore euro: il Vecchio continente e una crescita che può frenare

Con il bazooka da 1.000 miliardi, le precedenti iniezioni di liquidità e i tassi quasi a zero, Draghi ha ottenuto un risultato che nessuno dei suoi predecessori aveva mai avuto il coraggio neanche di tentare: portare l'euro verso la parità con il dollaro, riequilibrando soprattutto il deficit nell'export di un'area dove soltanto un Paese (la Germania) riesce a non soffrire il dumping sul costo del lavoro degli emergenti, Cina in testa. Ufficiosamente, da Francoforte, ripetono che soltanto nell'estate del 2019 la Bce abbandonerà la sua politica monetaria accomodante, ma dal fronte tedesco premono per un aumento del costo del denaro già a inizio de prossimo anno. Un'ipotesi che non dispiace neppure al mondo bancario, che ha visto crollare i suoi margini. Se contemporaneamente la Fed aumenterà i tassi come promesso da Donald Trump, e con il rischio di nuovi dazi dopo quelli Usa per acciaio e alluminio, l'Europa rischia di vedere rallentare ancora di più di adesso la sua crescita. Dovendo affrontare la concorrenza internazionale con una moneta più forte del previsto.

4. L'incognita inflazione: un trend che rischia di non confermarsi

Lo Statuto della Bce dà alla banca centrale come principale compito quello di sovrintendere all'inflazione, indispensabile per spingere la crescita e tenere sotto controllo la spesa per i rendimenti dei titoli di Stato. Lanciando il Qe, Draghi ricordò che l'obiettivo dell'Eurotower era riportare il caro vita al 2%. Gli ultimi dati, in questa direzione, sono in parte confortanti. A maggio l'inflazione nell'Eurozona è schizzata all'1,9% contro l'1,2 del mese precedente. Secondo gli analisti non doveva superare l'1,6. Ma dietro questo boom, secondo l'ufficio di statistica Ue, ci sono le «componenti volatili di energia e alimentari», altrimenti il dato si sarebbe attestato all'1,3% dall'1,1 di aprile. Con l'Europa che rallenta, sono in molti a chiedersi se si confermerà questo trend. Ha provato a spazzare via tutti i dubbi il capo economista di Francoforte Peter Praet: «I segnali evidenziano che la convergenza dell'inflazione verso il nostro obiettivo è migliorata e sia la forza dell'economia Eurozona sia il fatto che questa forza sta avendo un effetto crescente sulla formazione dei salari confortano la nostra fiducia che l'inflazione raggiungerà un livello inferiore, ma vicino al 2% nel medio termine».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso