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Economia
7 Giugno Giu 2018 1627 07 giugno 2018

Iva, cosa sono le clausole di salvaguardia

Si tratta di misure pensate per rispettare i vincoli Ue di bilancio dalle spese previste e tutelare i conti pubblici. La prima volta vennero inserite nel 2011. Ora il governo Conte deve trovare 12,4 miliardi. 

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Si chiamano clausole di salvaguardia e ci perseguitano da sette anni. Sono quelle misure prese per rispettare i vincoli Ue di bilancio dalle spese previste: in altre parole per tutelare i conti pubblici. Furono inserite per la prima volta nel 2011 con la crisi che portò a novembre alla caduta del governo Berlusconi. Da allora a ogni scadenza di bilancio tornano come una spada di Damocle minacciosa sulle nostre teste e per le nostre tasche. Nonostante Di Maio abbia scongiurato questa ipotesi, l'aumento delle aliquote è considerato dai più come l'eutanasia di una crescita appena appena avviata, in grado di soffocare domanda interna ed espansione dei consumi.

IN CERCA DI 12,4 MILIARDI. Eppure non mancano coloro che ritengono il provvedimento un male minore, un mezzo per reperire risorse da destinare al taglio delle aliquote fiscali, come suggerito dalla stessa Ue, propensa a un aumento della imposizione sulle cose e i consumi pur di ridare fiato alle imprese e alle famiglie con una minore pressione fiscale. Lo stesso neo ministro Giovanni Tria non sarebbe del tutto in disaccordo con questa ipotesi che in ogni caso sarebbe del tutto impopolare e oramai diventata a torto o a ragione un pericolo da evitare, senza se e senza ma. Fatto sta che il governo Conte deve trovare 12,4 miliardi per evitare che dal primo gennaio 2019 aumentino le aliquote (dal 10 al 12% l’aliquota intermedia e dal 22 al 24,2% quella ordinaria). E altri 19,1 miliardi per disinnescare gli incrementi a inizio 2020 (rispettivamente al 13 e al 24,9%).

Il ministro Giovanni Tria al giuramento del governo.
ANSA

L'origine della clausola di salvaguardia coincide con la crisi stessa del debito sovrano. Nel 2011 con la manovra di Ferragosto il governo Berlusconi, a pochi giorni dalla ricezione della famosa lettera della Bce (il 5 agosto) che dettava l'agenda per evitarci il default, la inserì per tutelare i saldi di finanza pubblica: 20 miliardi da trovare con razionalizzazione della spesa sociale per evitarne l'avvio. Il successivo governo tecnico presieduto da Monti la inserì nel Salva Italia di fine 2011 e la sterilizzò poi nella Legge di Stabilità per il 2013 prevedendo il mancato rincaro di un punto di Iva ordinaria e per l'aliquota ridotta a partire dallo stesso anno. Il governo Letta riuscì a recuperare 1 miliardo per spostare al primo ottobre l'aumento dell'Iva dal 21 al 22%, livello tuttavia raggiunto successivamente per l'aliquota ordinaria, tuttora in vigore.

LE STERILIZZAZIONI. L'esecutivo Renzi riuscì invece a sterilizzare il provvedimento introducendo però anche nuove clausole aggiuntive per ottenere risorse immediate da destinare ai saldi di finanza in caso di inottemperanza. Le clausole non scattarono quindi a fine 2016 quando Gentiloni subentrò a Renzi ereditando un pacchetto di risorse da reperire di 19,5 miliardi pena lo scatto dell'Iva dal 10 all'11,5% per l'aliquota ridotta e dal 22 al 25% per quella ordinaria. Il predecessore di Conte con la manovrina di primavera 2017 recuperò 3,8 miliardi da destinare alla sterilizzazione delle clausole che scendono quindi a 15,7 miliardi. Con ulteriori risorse reperite con la manovra fiscale di accompagnamento e con la manovra 2018, Gentiloni scovò le risorse necessarie a evitare lo scatto dell'Iva nel 2018.

LA MANOVRA 2018. Con la manovra 2018 il governo in carica ha reperito 6,1 miliardi per la parziale sterilizzazione 2019: allo stato attuale l’aliquota ridotta nel 2019 dovrebbe salire “solo” all’11,5% e quella ordinaria al 24,2%. Per la totale sterilizzazione dell'aumento Iva 2019, il prossimo governo, qualunque sia il suo colore, dovrà ancora reperire 12,4 miliardi.

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