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10 Giugno Giu 2018 1800 10 giugno 2018

Caporalato sul web: truffe e sfruttamento del lavoro diventano 2.0

Schema di Ponzi alimentato tramite social. Offerte sospette per stage e tirocini. Ruoli "a chiamata" tipici della Gig economy. Così la Rete amplifica i raggiri per chi cerca un posto. Guida su come non farsi fregare.

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Nel 2018 il caporalato è anche sul web. Tra annunci che promettono paghe mirabolanti e che invece si concretizzano in lavori sottopagati, agenzie fantasma che spariscono al momento di versare lo stipendio e periodi di prova pressoché eterni, sono molte le realtà che approfittano del precariato sempre più diffuso e del crescente bisogno di soldi degli italiani per fare profitto.

GIUSTIZIA TROPPO LENTA. La giustizia è lenta e impiega troppo tempo a rimuovere le esche piazzate con malizia, così gli utenti si sono organizzati autonomamente con gruppi Facebook nei quali inseriscono le aziende da evitare e gli annunci sospetti.

1. Schema Ponzi: il sistema piramidale del raggiro

Il trucco più diffuso è anche quello più vecchio: lo schema piramidale, detto anche schema Ponzi. Si è assoldati da imprenditori senza scrupoli e si viene convinti a coinvolgere famigliari e amici, perché i guadagni promessi sono collegati al numero di persone che si portano nel sistema. In questo modo, dopo poco, il lavoratore non solo si trova raggirato, senza soldi e senza nemmeno più amici, ma la truffa sta già dilagando rapidamente e getta nella mischia sempre più individui.

CORRESPONSABILI DELLA TRUFFA. Si inizia con un kit di ingresso, che il lavoratore è costretto ad acquistare con la promessa che rientrerà della spesa in poco tempo e si viene introdotti ai trucchi del mestiere (anzi, del raggiro): non porsi mai come piazzisti invadenti - anche se di fatto il lavoro costringe a estenuanti porta a porta -, ma presentarsi al prossimo come imprenditori in cerca di soci.

TANTO TEMPO, GUADAGNI SCARSI. Vietato dire che si sta vendendo un prodotto, il più delle volte inutile, occorre far capire che si “regala” la possibilità di iniziare un business in proprio, che permette a tutti di arricchirsi a stretto giro e senza nemmeno perderci troppo tempo. La realtà, ovviamente, è ben diversa: i guadagni sono scarsi - quando ci sono - e si finisce per lavorare notte e giorno nella disperata ricerca di qualcuno da trascinare nel meccanismo per rientrare almeno delle spese fatte (oltre al kit, le telefonate per prendere appuntamenti, le lettere inviate, la benzina per battere a tappeto tutte le case della propria zona, le ore perse presentando il prodotto, eccetera).

Lo schema piramidale 2.0 impone ai propri adepti di pubblicare regolarmente su Facebook e Instagram annunci "esca" che testimonino i guadagni ottenuti

Questo sistema, nato tra la fine degli Anni 80 e la decade successiva negli States, ha subito una importante accelerazione nell'ultimo periodo proprio grazie all'uso dei social. Lo schema piramidale 2.0 impone infatti ai propri “adepti” di pubblicare regolarmente su Facebook e su Instagram annunci "esca" che testimonino i guadagni ottenuti: un selfie con lo smartphone nuovo di zecca, una foto al televisore 40 pollici acquistato grazie ai bonus e così via, nella speranza di irretire le proprie amicizie virtuali.

MINATORI DI MONETE VIRTUALI. Il paradigma si capovolge: di fronte a post tanto invitanti non è più il venditore a cercare le sue vittime, ma sono le prede ad andare da lui. Non solo, perché grazie alle nuove tecnologie si è evoluto anche il tipo di bene in vendita: alle solite creme per il viso oggi si è aggiunta la possibilità di mettere a disposizione il processore del proprio computer e del proprio smartphone per minare moneta virtuale. Si rischiano virus, surriscaldamenti della macchina, mal funzionamenti dati dall'impiego di risorse e ovviamente non si guadagna nulla.

PRESSIONE ANCHE PSICOLOGICA. Il guadagno è una chimera: quando è scarso è perché si è lontani dalle aspettative che l'azienda aveva riposto in voi, quando è nullo si viene rimproverati dai superiori per la poca dedizione dimostrata. Chi sgrida di norma è la stessa persona che forma i piazzisti, che insegna loro a essere pressanti e a non concedere al potenziale acquirente nemmeno un attimo per riflettere, dunque sa fin troppo bene come fare leva sulle corde emozionali di ciascun individuo, riuscendo così a colpevolizzare i dipendenti senza fare emergere ciò che da fuori risulta evidente: il meccanismo in realtà è una truffa che consente lauti guadagni solo a chi sta in cima alla piramide e sfrutta chi lavora alla base.

2. Ricerca di stagisti e tirocinanti: rischio di interminabili periodi di prova

Ma le società che operano con lo schema piramidale non sono l'unica insidia che si nasconde tra le pieghe del web: un'altra truffa molto diffusa riguarda gli annunci di lavoro pubblicati sulle tante bacheche online che poi si concretizzano in interminabili periodi di prova naturalmente a titolo gratuito. Per ingolosire gli interessati, in calce all'offerta spesso vengono pubblicati commenti anonimi sulla falsariga di questo: «Lavoro in questa azienda da anni e garantisco che è solida e permette lauti guadagni».

ANNUNCI CON TERMINI SOSPETTI. Il più delle volte si può lavorare da casa, con il computer o contattando telefonicamente i clienti. Svolte le prime mansioni, il titolare smette di rispondere alle e-mail e solo allora il lavoratore intuisce di essere stato raggirato. Il fenomeno è così diffuso che le aziende provano anche a tutelarsi in caso di ricorso al giudice. Ecco allora che negli annunci spuntano termini sospetti quali: cercasi “tirocinanti esperti” o “stagisti con pregresse esperienze”.

DIFFICILE RIENTRARE DELLA PERDITA. Recuperare i soldi è quasi impossibile: soprattutto quando il datore è una cooperativa che versa in stato di crisi e non ha nulla in cassa. In più, dato che le vittime di questo genere di truffe sono persone affamate di lavoro (disoccupati o studenti universitari), in pochi denunciano, spaventati dai possibili costi del giudizio.

L'esempio di un annuncio-truffa.

Un finto commento che loda l'azienda.

3. Gig economy: false partite Iva e lavoratori a chiamata

La rassegna non poteva non includere le false partite Iva e i lavoratori autonomi che operano in realtà a chiamata. Le prime talvolta vengono inquadrate persino all'interno della azienda, ma il datore di lavoro evita di fornire loro potenziali prove da usare in giudizio come una e-mail aziendale e i buoni pasto.

REPERIBILITÀ DA GARANTIRE SEMPRE. I non subordinati devono invece garantire reperibilità continua ed essere pronti a non perdere il cliente appena arriva il messaggino sul cellulare. Rientrano nella categoria proprio i rider di cui Lettera43.it si è occupata recentemente.

Il sindaco di Bologna invita a boicottare Just Eat, Deliveroo, Glovo e Foodora

I giganti del delivery attivi in città non hanno firmato la Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano. L'appello di Merola: "Se ordinate una pizza da uno che sfrutta, avete la possibilità di ordinarla da uno che non sfrutta".

4. Anticorpi sul web: pagine Facebook monitorano le offerte poco limpide

Il proliferare di questo tipo di raggiri sui social e sulle bacheche online rende ostico il lavoro degli inquirenti e ancora più lento l'intervento della giustizia. Prima di riuscire a rimuovere un annuncio fasullo passano settimane e, nel frattempo, molti altri utenti ci inciampano, restandoci invischiati.

SI PUÒ SEGNALARE IL PROPRIO CASO. Anche per questo su Facebook stanno nascendo pagine come “Lavoro Anomalo” in cui chi finisce vittima di questo tipo di raggiri non solo trova sostegno, ma può raccontare la propria esperienza e segnalare il caso, così da arginare la propagazione della truffa.

paypal.me/pools/c/83qTTlZn0k Lavoro Anomalo è sempre stata al fianco di tutti Voi, in questa occasione a chiedere un...

Geplaatst door Lavoro Anomalo op dinsdag 10 april 2018

5. Suggerimenti: verifiche su Google e controllo della partita Iva

Qualche consiglio per evitare di incappare nelle truffe: come già anticipato, campanelli d'allarme possono essere termini legati a condizioni di stage e di tirocinio. In più, con una veloce ricerca su Google è possibile accertare lo storico di un'azienda: verificare anzitutto se è reale e con quale frequenza ha pubblicato annunci simili. Inutile dire che se si ripetono nel tempo, la possibilità di essere di fronte a un'esca e non a una seria offerta di lavoro aumenta.

BASTA IL SITO DELL'AGENZIA DELLE ENTRATE. Un controllo più approfondito può essere verificare la veridicità della partita Iva, solitamente piazzata nel footer del sito della società: un tempo questo passaggio avrebbe richiesto una visita all'anagrafe tributaria, oggi è sufficiente copiare e incollare il numero nell'apposito campo sul sito della Agenzia delle entrate.

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