Salvini Di Maio
27 Giugno Giu 2018 0800 27 giugno 2018

Governo, i piani per tutelare le piccole imprese

Continua il gelo tra Salvini, Di Maio e Confindustria. I due leader promettono di sostenere «la spina dorsale» dell'economia italiana. Mentre Boccia li richiama a maggior concretezza. Le misure sul tavolo. 

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Dalla parte dei piccoli (imprenditori) contro i grandi. Il governo giallo-blu non perde occasione di lanciare segnali di fumo verso quello che resta il nerbo dell'imprenditoria italiana. Lo fa innanzitutto a parole. Nelle scorse ore, e durante l'assemblea di Confartigianato, prima Matteo Salvini ha promesso «di rimettere in cima quella che è la spina dorsale economica italiana e sono i milioni di piccole e piccolissime imprese»; poi è toccato a Luigi Di Maio sentenziare che «le Pmi sono il patrimonio del Paese». E si accinge a farlo con i fatti, con un'agenda di governo sempre più tagliata sui piccoli.

CON LA GRANDE INDUSTRIA RAPPORTI TESI. I rapporti tra il governo e la grande industria sono tesi. Lo dimostra la minaccia arrivata da Salvini di un decreto per imporre alle società partecipate l’uscita da Confindustria. E lo dimostra anche il fatto che ogni giorno che passa Vincenzo Boccia, presidente degli Industriali, non perda occasione per richiamare a una maggiore concretezza la maggioranza. Per esempio, mentre la platea di Confartigianato plaudiva i leader di Lega e M5s, Boccia - dall'assemblea dell'Ania - ricordava loro, partendo dalla campagna a favore dei rider che «occorrono agevolazioni per l’occupazione e non restrizioni e occorre concentrarsi di più su giovani e occupazione, sacrificando un po’ di tempo dedicato a pensioni e migranti».

Vincenzo Boccia.

Non solo. Da viale dell'Astronomia non hanno gradito nemmeno la minaccia di Di Maio, ripetuta nelle ultime ore, che «chi delocalizza dovrà restituire i fondi con interessi del 200%». La bozza del decreto dignità prevede, tra l'altro, che alle aziende che hanno ricevuto aiuti di Stato e che delocalizzano le attività prima che siano trascorsi 10 anni «dalla data di conclusione dell'iniziativa agevolata» arrivino sanzioni da 2 a 4 volte il beneficio ricevuto. Che può essere restituito con interessi maggiorati del 5%.

INTERROGATIVI SUL COSTO DEL LAVORO. Ma agli Industriali piacciono ancora meno i piani fiscali del governo. Innanzitutto si parla di sterilizzazione dell'Iva, indispensabile per salvaguardare i consumi, come preme Confcommercio, ma non è chiaro cosa si farà sul costo del lavoro, come invece chiede Confindustria.

ATTENZIONE AI PICCOLI. Nella prima riunione tra il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e i suoi sottosegretari, i leghisti Massimo Garavaglia e Massimo Bitonci, si è spinto sulla necessità di far rientrare nella base imponibile della Flat Tax per le imprese (l'aliquota Ires dovrebbe scendere dal 24 al 15%) almeno 1 milione e mezzo di piccole realtà. Nel decreto Dignità sempre il ministero dello Sviluppo dovrebbe inserire lo slittamento della fattura elettronica per venire incontro alle esigenze dei piccoli come i benzinai e cancellare il redditometro e lo spesometro, che già il governo precedente aveva iniziato a dismettere.

IL PIANO INDUSTRIA 4.0. Sempre al dicastero di via Veneto è allo studio l'eliminazione degli incentivi "più inquinanti" che finiscono gioco forza per favorire le grandi imprese. Ma soprattutto la nuova maggioranza non ha ancora chiarito che cosa intende fare con il piano Industria 4.0, scritto dall'ex ministro Carlo Calenda proprio in tandem con Confindustria. Nel contratto di governo si annunciano interventi per rafforzare la ricerca, l’innovazione o la decarbonizzazione dell'economia, anche a costo di chiudere l'alto forno dell'Ilva per riqualificarlo, ma sul provvedimento in sé - che pure vale nel triennio 2018-2020 9,8 miliardi di euro - si pensa di «prevedere misure di sostegno alle micro e piccole imprese nel rinnovamento dei loro processi produttivi quale presupposto per lo sviluppo di una strategia che miri alla più ampia diffusione delle tecnologie avanzate».

LE ARMI IN MANO A DI MAIO. Se queste sono le idee del ministro dello Sviluppo Di Maio che spaventano le grandi imprese, non meno preoccupano i progetti del titolare del Lavoro Di Maio. Il pentastellato da mesi batte sulla necessità di far saltare il Jobs Act. Un proposito, a dire il vero, frenato, come dimostrano le trattative per un contratto per i rider. Ma Di Maio ha su questo versante due armi che spaventano non poco le parti, compresi i sindacati: introdurre un salario minimo che renderebbe inutile la firma di molti contratti di lavoro e una legge sulla rappresentanza, in grado di sconvolgere i rapporti di forza nelle relazioni industriali.

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