Deliveroo Gig Economy
28 Giugno Giu 2018 0800 28 giugno 2018

Gig Economy, un esercito di lavoratori difficile da quantificare

In Usa sarebbero in calo. In Italia quelli a tempo pieno non superano le 150 mila unità. La maggior parte usa il "lavoretto" per integrare uno stipendio. Cosa dicono le statistiche dei rider e dei freelance.

  • Jacopo Franchi
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Se ne parla sempre di più ma si conoscono sempre meno. Nessuno oggi può dire esattamente quante siano le persone attive nella Gig Economy, e quanti siano invece i lavoratori iscritti alle piattaforme ma di fatto inattivi, bloccati, o presenti con più utenze contemporaneamente. Merito, o colpa a seconda dei punti di vista, di una modalità di lavoro che poco ha a che vedere con quelle del passato: nell'"economia dei lavoretti" non esiste disoccupazione, ma solo “disconnessione”.

Un milione di Gig Worker, di cui 150 mila a tempo pieno

Alzi la mano chi se la sentirebbe di scrivere sul proprio profilo LinkedIn di lavorare come Gig worker: eppure, secondo l’ultima ricerca della presentata in anteprima al Festival dell’Economia di Trento, il numero di coloro che lavorano o hanno lavorato nella Gig Economy potrebbe aver già raggiunto nel nostro Paese quota 1 milione. Di questi, 150 mila sono da considerarsi Gig Worker a tempo pieno, vale a dire lo 0,3% della popolazione attiva (38,8 milioni di persone, dai 15 ai 65 anni di età). Come se una città delle dimensioni di Rimini, Foggia o Cagliari fosse abitata esclusivamente da persone che lavorano come fattorini per Foodora, autisti per Uber, o programmatori attivi su Fiverr.

MANCA UNA DEFINIZIONE CONDIVISA. Se è difficile per le persone comuni rendersi conto dell’ampiezza del fenomeno, la stessa difficoltà si riscontra anche tra coloro che della ricerca hanno fatto un mestiere. Come non esiste una definizione condivisa e internazionale di Gig Economy, così non esistono metodi di rilevazione in grado di definire una volta per tutte il suo impatto in termini di occupazione, ricchezza e aumento della produttività di un Paese.

NEGLI USA CALANO GLI ALTERNATIVE WORKER. In concomitanza con la presentazione della ricerca Debenedetti, infatti, il Bureau of Labor Statistics (Bls) statunitense ha attirato su di sé non poche critiche per aver sottolineato come il numero di coloro che vivono di alternative Employment Arrangements (freelance, lavoratori a chiamata, lavoratori interinali a tempo determinato) negli Stati Uniti sia oggi lievemente inferiore rispetto agli anni della crisi. Secondo il Bls gli alternative worker sono passati dal 10,7% nel 2005 al 10,1% nel 2017 sul totale della forza lavoro Usa.

I rider in Italia sono meno di 10 mila

Una manifestazione di rider Foodora.

Lo stesso vale per il nostro Paese. A uno sguardo altrettanto superficiale, la copertura mediatica che i “fattorini” a chiamata hanno ricevuto negli ultimi anni sembra altrettanto sproporzionata. Secondo la ricerca Debenedetti gli addetti del Food Delivery sul modello di Foodora e Deliveroo rappresentano meno di 10 mila persone in tutta Italia. E stando alle statistiche di una ricerca Dealroom del 2017 rappresentano dal 7 al 10% del totale delle consegne a domicilio che nella maggior parte dei casi avvengono ancora attraverso i metodi "tradizionali”, lavoro in nero incluso.

UNA INTEGRAZIONE DEL REDDITO. Il peccato originale, se così si può chiamare, del Bls e di altre ricerche istituzionali consiste nel misurare solo il numero di coloro che hanno fatto del lavoro autonomo (freelance, o “gig” che sia) il proprio mestiere principale, quando la maggior parte dei Gig Worker – in America, come in Italia – entra ed esce da questo mercato in maniera discontinua. Perlopiù per integrare il reddito, sfruttando il tempo lasciato libero dal lavoro dipendente o da altre occupazioni predominanti, come lo studio, i lavori di casa. Oppure sono pensionati. Sempre stando alla ricerca della Fondazione Debenedetti, il 50% di questi Gig Worker svolge questo tipo di attività da una a quattro ore a settimana, il 20% tra 5 e 9 ore. Secondo la ricerca Work in the european gig economy il nostro Paese è infatti tra i primi in Europa per percentuali di studenti, casalinghe e pensionati che lavorano o hanno lavorato come Gig Worker.

IL NODO DELLA CONNESSIONE. La difficoltà di stabilire in un dato momento quanti e quali siano gli addetti alla Gig Economy risiede proprio nel carattere on demand del lavoratore stesso, più che del lavoro in sé. il Gig Worker può infatti essere iscritto a più piattaforme di “lavoretti” contemporaneamente come fattorino, autista, ma anche come interprete o babysitter, e non lavorare per giorni o addirittura mesi. Insomma il lavoratore della Gig Economy è tale solo quando è connesso alle piattaforme. È un lavoratore che non ha passato, né futuro al di fuori di esse: lo storico dei lavori fatti, i commenti ricevuti, i contatti dei clienti fidelizzati, la visibilità guadagnata tramite il punteggio accumulato sono accessibili (e utilizzabili) solo all’interno della logica delle piattaforme a cui si è delegata parte della propria vita professionale.

UNA ECONOMIA ON DEMAND. Nella on demand Economy il lavoratore non ha un lavoro, né clienti, né un curriculum, ma “accede” a essi quando ha bisogno di guadagnare qualcosa, esattamente come non si possiedono film, canzoni, o appartamenti, ma si può accedere a essi tramite Netflix, Spotify o AirBnb quando se ne sente il bisogno. Nessuno oggi può definirsi in un dato momento un “gig worker”, se prima non inserisce la password.

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