Alitalia Piano Rilancio Soldi Bad Company
Economia
12 Luglio Lug 2018 0800 12 luglio 2018

C'è un piano per rilanciare Alitalia, ma mancano i soldi

I commissari Gubitosi, Laghi e Paleari studiano la strategia. Con un partner industriale forte. Servono però 2 miliardi. E un mandato del governo. Tutti i punti principali e i nodi economico-politici.

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Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari (principale autore della piattaforma) hanno già pronto nel cassetto un piano industriale per rilanciare Alitalia. Ma ai tre commissari dell'ex compagnia di bandiera mancano un mandato in questa direzione del governo (al momento il loro compito non va oltre la vendita del vettore, come stabilito dall'esecutivo precedente) e soprattutto qualcuno che ci metta i soldi. Anche perché rimettere in sesto l'ex compagnia di bandiera costerebbe - al netto di una nuova bad company - almeno 2 miliardi di euro. Soldi che lo Stato, anche se volesse, non può investire.

DA VENDERE LA PARTE DELL'HANDLING

Stando alle indiscrezioni che girano, i tre commissari guarderebbero a una strategia stand alone con un partner industriale forte, non a una vendita in blocco o tramite uno spezzatino come deciso dal governo Gentiloni. Come già avvenuto nell'era dei capitani coraggiosi e di Etihad, il primo passo è la creazione di una bad company, nella quale travasare parte dei circa 2 miliardi di debiti di Alitalia e tra i 2 mila e i 3 mila dei dipendenti di terra. Sarà sicuramente venduta la parte dell'handling, incentrando tutto il business sull'attività di volo. Sul fronte del lungo raggio Gubitosi - non a caso l'ha citato anche nell'intervista rilasciata al Corriere l'8 luglio 2018 - starebbe trattando con l'amministratore delegato di Delta, Ed Bastian, per aumentare le tratte verso il Nord America, superando i paletti degli accordi stretti in passato all'interno dell'alleanza Skyteam. Parte degli aerei necessari potrebbero essere recuperati chiudendo le rotte in perdita, come quella di Santiago del Cile voluta da Etihad.

NUOVO BRAND PER LE ATTIVITÀ DI CORTO E MEDIO RAGGIO

Sul point to point i tre commissari avrebbero rilanciato un'idea già in passato valutata dai precedenti management: riunire tutte le attività di corto e medio raggio in un nuovo brand, un po' come Iag ha fatto con marchi come Iberia Express e Level airline. Ma questo progetto può essere realizzato soltanto convertendo gli attuali "regionali" Embrear usati da Cityliner con altrettanti Airbus. Si vocifera anche dopo lo spin off Alitalia potrebbe anche cercare nuovi partner del comparto come easyJet, che ha presentato un'offerta sul vettore italiano con Cerberus e Delta.

Il commissario straordinario di Alitalia ed ex Rai Luigi Gubitosi.

Questi, in estrema sintesi, i punti principali del piano. Ma mancherebbe al momento il pezzo più importante: chi ci mette i soldi? Senza contare che non sono ancora chiare le intenzioni del governo, che non ha incontrato i commissari. Il ministro competente, Luigi Di Maio, ha dichiarato: «Su Alitalia il governo sta analizzando tutte le informazioni economiche perché prima di tutto vogliamo individuare e chiedere di punire i responsabili della situazione attuale». Dopo si valuterà la strada da percorrere, sulla base anche di una spending review seria all'interno di quella azienda. E ha detto più alla stampa che a Gubitosi, ai sindacati o alla Lufthansa (altra pretendente del vettore), quando hanno bussato alla sua porta. A tutti loro il titolare di Lavoro e Sviluppo economico ha ripetuto che prima si conclude la vicenda Ilva, poi - verso ottobre - si parla dell'ex compagnia di Stato. Parole che - a dir bene - avrebbero lasciato perplessi i tedeschi.

GUBITOSI RIVENDICA IL BUON LAVORO FATTO

Dalle colonne del Corriere della sera Gubitosi ha chiesto al governo una strategia a stretto giro al governo e ha rivendicato il buon lavoro fatto («Nel secondo trimestre il margine operativo lordo (Ebitda), l’anno scorso negativo per circa 100 milioni, sarà vicino al pareggio»). C'è chi ha letto un'autocandidatura del manager cresciuto alla scuola Fiat per essere confermato. E così fa pensare che abbia portato con sé in quest'avventura manager di fiducia (come Luciano Sala al personale o Claudio Tanilli e Romina Chirichilli). Ma c'è anche chi ha letto nelle sue parole un grido d'allarme alla politica, perché senza un piano industriale si rischia grosso. Come ha scritto su Il Foglio l'economista Andrea Giuricin, la situazione finanziaria non è delle migliori, perché «dopo un primo trimestre con un margine negativo di circa il 28%, anche nel secondo trimestre la perdita potrebbe essere compresa tra 15 e 60 milioni di euro, visto che l’Ebitda è stato confermato in pareggio». E le cose sono destinate a peggiorare su questo fronte con il prezzo del petrolio che sale.

VA RESTITUITO IL PRESTITO PONTE DA 900 MILIONI

I commissari premono per avere dal governo un rinnovo del loro incarico (almeno per Gubitosi e Paleari ci sarà) e un nuovo e diverso mandato per presentare e implementare un piano industriale. Ma a Palazzo Chigi e in via Veneto, dove potrebbero essere ricevuti, non sanno che pesci prendere, soprattutto su un punto dirimente: entro il 31 dicembre va restituito il prestito ponte da 900 milioni. E non ci sarebbero al momento escamotage per aggirare i paletti imposti dall'Unione europea. Di più, il solo Paleari - originario di Bergamo e già collaboratore di Roberto Maroni al Pirellone - sembra godere delle simpatie dei leghisti.

M5s e Lega nel contratto hanno messo le basi per un'integrazione con Ferrovie. Ma su questo campo i due partiti al governo hanno idee diverse

Prima delle elezioni Lega e Movimento 5 stelle guardavano a un intervento pubblico, mentre nel contratto hanno messo le basi per un'integrazione con Ferrovie. Ma entrambe le operazioni sembrano al momento difficili. E non soltanto perché pure su questo campo il Carroccio e i pentastellati avrebbero idee diverse. Gubitosi, Laghi e Paleari sono i primi a sapere che serve qualcuno che porti soldi. Soltanto dopo la creazione di una bad company e di una newco in bonis le aziende pubbliche (Cassa depositi e prestiti su tutti, ma anche Ferrovie o Poste) potrebbero investire nel trasporto aereo. Anche se in Cdp le fondazioni hanno già messo paletti su questa ipotesi. In ogni caso un turn around per riposizionare la compagnia vale almeno 2 miliardi di euro. Ed è difficile anche trovare un partner industriale.

SI VOCIFERA DI INTERESSI CINESI

Lufthansa, dopo essersi sentita dire da Di Maio di ripresentarsi a ottobre, ha accelerato il progetto per portare una sua flotta a Fiumicino. Senza contare che i tedeschi sono visti male dall'attuale maggioranza, perché hanno trattato fino all'altro ieri con il nemico Carlo Calenda. Non sembra nelle condizioni di intervenire Air France, che punta soltanto a tenere Alitalia in Skyteam, mentre Delta può soltanto concedere qualche rotta verso l'America. Da tempo poi si vocifera di interessi cinesi, ma finora nessuno si è presentato dai commissari con un'offerta.

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