Crollo Ponte Morandi Genova
Crollo del ponte Morandi
Consulenza Conte Concessionari aiscat autostrade a4
Economia
16 Agosto Ago 2018 1128 16 agosto 2018

Dalla consulenza Conte-Autostrade al Ferrero arabo, le notizie dell’estate

Il premier che ha servito gli interessi di Aiscat e A4. La Sampdoria in vendita. Boccia bocciato in casa e Di Maio dai mercati. Le piastrelle di Cdp e Minerva che non s’accende. Le spigolature di L43.

  • Giovanna Predoni
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I legami lavorativi tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l'Associazione italiana società concessionarie autostrade e trafori e la Serenissima, fino alle sorti della Sampdoria di Massimo Ferrero, sempre più vicina a essere venduta agli arabi, passando per i burrascosi rapporti tra il vicepremier Luigi Di Maio e i mercati. Otto nuove spigolature estive di Lettera43.it.

CONTE IN AUTOSTRADA

Al di là della fattibilità giuridica, data troppo presto per scontata e per quale scatterà una battaglia legale di dimensioni ciclopiche, la decisione del governo di voler revocare la concessione ad Autostrade per l’Italia per la tragedia di Genova ha fatto scattare la reazione dell’Aiscat (l'Associazione italiana società concessionarie autostrade e trafori) dove pure il presidente Fabrizio Palenzona e il vicepresidente Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Atlantia, non vanno proprio d’amore e d’accordo. In particolare, nel giro di telefonate che nelle ultime ore sono circolate tra gli associati, il presidente e il direttore generale Massimo Schintu, è stato ricordato che l’avvocato Giuseppe Conte, prima che diventasse presidente del Consiglio, è stato a lungo consulente legale della stessa Aiscat e della Serenissima, la A4 Brescia-Padova, delle quali ha difeso con ardore gli interessi di bottega. Direi che si sono sentiti traditi è dir poco.

Giuseppe Conte.
ANSA

VIPERETTA STUDIA L’ARABO

La Sampdoria passa di mano? Mentre svacanzeggia in quel dell’isola d’Elba, Massimo Ferrero studia come evitare di perdere i suoi cinema, e in particolare l’Adriano, il più famoso e frequentato di Roma, che sono stati messi in vendita giudiziaria senza incanto a seguito di un pignoramento immobiliare. Il termine ultimo per la presentazione delle offerte è stato fissato per il 15 ottobre, ed è quindi entro quella data che Viperetta deve trovare i soldi per evitare che il pignoramento diventi definitivo. E l’unico modo, visto che le banche gli detto picche da tempo, è quello di vendere la Samp. A chi? L’ipotesi che circola in ambienti finanziari arabi, è che a comprare possano essere i proprietari della Al-Ittihād (in arabo: الاتحاد, “L’Unità”) seconda società calcistica saudita per titoli nazionali vinti, con sede a Gedda. Presieduta da Ibrahim Al-Balawi dopo che Mansour Al-Balawi l’aveva portata ai massimi splendori, la società saudita, gestita dall’amministratore delegato Khamis Al-Zahrani, ha appena ingaggiato come consulente Walter Sabatini, che della società blucerchiata è direttore tecnico, peraltro appena arrivato a Genova dopo una disastrosa esperienza all’Inter. Ora, è vero che Sabatini è molto conosciuto nel mondo arabo, e non solo in Arabia Saudita, ma anche in Qatar e Abu Dhabi, ma è dura pensare che non ci sia un collegamento tra il suo ingaggio a Genova e la consulenza a Gedda. Unico problema: la difficoltà che oggi le società arabe hanno di esportare capitali. Ma Viperetta, che non a caso continua a dichiararsi interessato a soffiare la sua amatissima Roma a James Pallotta – facendo incazzare i tifosi blucerchiati, che del loro presidente dicono peste e corna – ci spera.

Massimo Ferrero.

BOCCIA BOCCIATO…

Succede che Nicola Porro scrive sul Giornale che in Confindustria le associazioni del Nord, capeggiate da Marco Bonometti e Matteo Zoppas, rispettivamente presidenti degli industriali della Lombardia e del Veneto, incazzati neri con il governo pentaleghista, in particolare sul decreto Dignità, vogliono fare la scissione da Roma. Porro il presidente Vincenzo Boccia nemmeno lo cita, parla di Emma Marcegaglia che, si sa, al giornalista della scuderia berlusconiana sta sullo stomaco dai tempi in cui litigò clamorosamente con lei e il di lei portavoce Rinaldo Arpisella. Ma è evidente che è lo stampatore campano l’imputato, anche se la sua nomina è ascrivibile alla presidente dell’Eni. E così, ecco che il giorno dopo compare sui “protettivi” giornali della scuderia Caltagirone (l’asse è Panucci-Severino-Corsico) una memorabile (si fa per dire) intervista a Boccia. Nella quale egli si arma di scacciacani e minaccia il governo: «Di questo passo dovremmo prevedere di portare gli imprenditori in piazza». Notare la sequenza: «di questo passo», cioè chissà quando; «dovremmo» condizionale; «prevedere», ipotizzare di prendere in considerazione. Insomma, non proprio una dichiarazione di guerra. Ma che al mite Boccia spaventa così tanto aver pronunciato, da aggiungere: «speriamo di non arrivare a tal punto». Se doveva fermare il ruvido Bonometti, bocciato.

Vincenzo Boccia.
ANSA

…E DI MAIO PURE

Non meno sonora è la bocciatura che merita il ministro Luigi Di Maio. Nel giorno in cui lo spread ha toccato 280 punti, la sua dirimente (si fa per dire) opinione campeggia sulla prima pagina del Corriere della sera: «L’Italia non teme attacchi». Poi la solita sindrome sui “poteri oscuri” dediti al complotto («qualcuno vuole usare i mercati contro di noi»). E infine il vibrante altolà: «Non siamo ricattabili». Ma cosa c’entrano i ricatti? E di chi? Bocciato all’orale. E come se non bastasse due dei suoi, il sottosegretario al Lavoro Claudio Cominardi e il consigliere regionale lombardo Ferdinando Alberti, entrambi bresciani come il padrone della Omr, con sprezzo della libertà e dell’autonomia delle parti sociali, arrivano a chiedere le dimissioni di Bonometti da presidente della Confindustria lombarda. Motivo? «Le sue critiche, incomprensibili e contraddittorie, sono incomprensibili». Bocciati in democrazia.

Luigi Di Maio.

PIASTRELLE (NON) DI PALERMO

Dopo Fagioli, le Ceramiche Ricchetti. Il fondo QuattroR SGR, di cui la Cassa depositi e prestiti è il principale socio e anchor investor (gli altri sono Inail, Inarcassa e Cassa Forense), interviene come da statuto in aziende le cui difficoltà, si presume, siano momentanee. Ma con quale logica industriale non è dato sapere. Per esempio, il gruppo della logistica e quello delle piastrelle in comune hanno il solo fatto di essere emiliani. Ma è un errore, che qualcuno spinto dal desiderio di polemizzare con i vertici di Cdp appena nominati dal governo gialloverde ha commesso, indicare l’operazione che salva la famiglia Zanoni, appena perfezionata, come la prima della gestione Palermo. No, l’intervento in Ceramiche Ricchetti è stato studiato e predisposto dal management di QuattroR – guidato dal presidente Andrea Morante e dall’amministratore delegato Francesco Conte – in epoca precedente, quando per questo tipo di interventi l’interlocutore era Claudio Costamagna. A lui, infatti, si erano rivolti gli eredi del fondatore Oscar Zannoni che hanno il controllo del gruppo attraverso la Fincisa (55,7%) e la Ceramiche Industriali di Sassuolo e Fiorano (6,7%) – società controllate da Loredana Panzani, vedova di Oscar Zannoni, e dai figli Anna e Andrea – bisognosi di soldi nonostante che l’anno scorso si fossero già liberati dello 0,25% che attraverso Cinca Sa (0,14%) e Arca (0,11%) detenevano in Mediobanca.

ONORE AL COMPAGNO ROBERTO REGGI

«Apprendo su twitter che mio servizio a @agenziademanio finisce qui. 4 anni in cui abbiamo decuplicato gli investimenti, ridotto drasticamente la spesa, rigenerato beni in ogni parte d’Italia. Ringrazio per la splendida opportunità datami di servire il mio Paese. È stato un onore». Firmato: Roberto Reggi. Al povero direttore dell’Agenzia del Demanio non era stato detto niente, nemmeno un sms, che al suo posto il governo ha deciso di mettere il prefetto Riccardo Carpino. Ma quando nel 2014 il piddino Reggi, che era stato sindaco di Piacenza e sottosegretario all’Istruzione nel governo Renzi, aveva preso il posto di Stefano Scalera, nessuno aveva messo la vaselina per rendere meno stridente quel cambio.

Roberto Reggi.

UNA SCATOLA DI MINERVA

Ma cosa ha in testa Massimiliano Minerva? Il procuratore della Corte dei Conti che il 15 maggio si era visto respingere dai suoi colleghi giudicanti le accuse con cui la procura dell’autorità di controllo aveva intentato il processo del secolo (3,9 miliardi) sulla gestione dei derivati da parte del Tesoro, ha deciso di proporre ricorso – peraltro sempre alla stessa Corte dei Conti – contro la decisione della Corte di dichiararsi non competente sul tema, senza nemmeno entrare nel merito (anche se molto di merito c’è scritto nella sentenza di archiviazione). La procura contabile spera di avere dalla sezione d’Appello la soddisfazione che i giudici di primo grado non gli hanno dato? Probabilmente no. Anche Minerva sa che quella sentenza, così come è stata formulata, non è ribaltabile. E non ignora che contestare ora che lo spread torna a farsi pericoloso le scelte che il Tesoro fece sul debito pubblico nel periodo dello spread ai massimi tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, è scelta quantomeno azzardata, che neppure il governo gialloverde può permettersi il lusso di assecondare. Anche perché, come ha scritto correttamente Gianni Trovati sul Sole 24 Ore, il danno erariale contestato «concentra in un solo caso una somma pari al doppio dei danni riconosciuti dalla Corte dei conti nel totale dei procedimenti degli ultimi cinque anni e a 15 volte tanto le cifre effettivamente pagate dai condannati». Ma tant’è, perdere è brutto e bisogna cercare di non perdere la faccia. Tanto il costo di un altro anno di processo aperto lo paga Pantalone.

La sede della Corte dei conti.

E STEFANO PARISI PERDE CHILI

Ma che fine ha fatto Stefano Parisi? Doveva essere il sindaco di Milano, poi il successore di Silvio Berlusconi, quindi il perno di un nuovo terzo polo. Alla fine si è candidato con il suo movimentino, Energie per l’Italia, alla Regione Lazio, dove era sicura la vittoria di Nicola Zingaretti, e da allora fa l’opposizione senza che nessuno se ne accorga. Sparito dai radar mediatici, totalmente assente dal dibattito politico nazionale. E come se non bastasse, anche in difficoltà come imprenditore. La sua Chili, piattaforma di tivù on demand via internet, ha chiuso per il sesto anno consecutivo il bilancio in perdita. Ben 7,7 milioni di rosso, che portano il totale a quasi 35 milioni. Una brutta botta per Parisi, ma anche per la famiglia Lavazza, che di Chili aveva rilevato il 25% proprio alla vigilia della campagna elettorale per il voto del 4 marzo.

Stefano Parisi.
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