Eni Total Libia Nel Caos
Economia
4 Settembre Set 2018 0800 04 settembre 2018

Gli affari di Eni e Total in Libia

La compagnia italiana rappresenta il 70% della produzione del Paese. Il concorrente francese appena un decimo, ma sta cercando di espandersi. In mezzo il destino della società nazionale Noc. 

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La prima è presente sul terreno dal 1959, la seconda è arrivata addirittura cinque anni prima: correva l'anno 1954. Ma mentre Eni produce in Libia quasi 400 mila barili di petrolio al giorno – 384mila barili secondo gli ultimi dati del Sole 24 Ore - la francese Total si fermava nel 2017 ad appena 31mila. Se c'è chi guadagna o perde dal conflitto libico e dalle milizie l'un contro l'altra armate, sono le compagnie petrolifere. E siccome la guerra riesplosa vede da una parte i gruppi fedeli al governo di Tripoli e dall'altra quelli vicini al generale Khalifa Haftar che può contare sul sostegno di Egitto e Francia, in ballo ci sono anche i destini delle due imprese italiana e francese. Nel 2013 l'allora amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni aveva descritto la Libia come un Paese dove tutti sono destinati a essere ricchi. Il manager italiano metteva in fila i numeri. Cinque milioni di abitanti (all'epoca) per due milioni di barili di petrolio prodotti al giorno. Ma a cinque anni di distanza, il Paese sembra ripiombato nel caos. E ancora una volta le parti in conflitto si contendono la linfa vitale del Paese e soprattutto mettono in discussione la sola istituzione statale che ha retto l'onda d'urto della guerra senza venire spezzata e divisa tra le diverse fazioni: la National Oil company. Dai proventi della produzione del petrolio dipende il 60% del Pil della Libia, oltre l'80% delle esportazioni. E se c'è dunque una qualche istituzione che rappresenta la Libia e la sua sovranità è proprio la sua compagnia petrolifera che attraverso controllate come la Waha Oil company o la Zuetina Oil company, è proprietaria della metà dei pozzi libici.

La mappa aggiornata a giugno del 2018 degli scontri per il controllo dei pozzi petroliferi libici.

L'OBIETTIVO DEI 2,2 MILIONI DI BARILI PER IL 2023

La produzione dello Stato che fu di Muhammar Gheddafi non è mai ritornata ai picchi raggiunti negli Anni 70, ma nemmeno è rimasta agli abissi del 2013, quando l'intero Paese riusciva ad estrarre dai propri giacimenti appena 300mila barili, meno di quello che oggi fa l'Eni da sola. La società italiana rappresenta infatti il 70% della produzione nazionale libica. E non a caso proprio all'Italia è stato dato il comando della missione Ue Sophia per contrastare il contrabbando di greggio via mare. In ogni caso a febbraio di quest'anno la Libia metteva sul mercato 1,28 milioni di barili al giorno, poco meno degli 1,6 prodotti prima della guerra che depose il raìs. Entro il 2023 la Noc progetta di accrescere le attività fino a 2,2 milioni, sostenendole con cospicui investimenti (circa 18 miliardi). E però tra la crisi di ieri e i sogni di domani, ci sono i conflitti del presente: a giugno la società è stata costretta a chiudere i terminal petroliferi dopo che il suo controllo sui pozzi è stato messo in discussione con ripetuti attacchi soprattutto nell'Est, tanto da portare le Nazioni Unite a lanciare un appello per ristabilirne l'autorità. Dietro ai tentativi di aggirare la Noc, ci sono i progetti neanche tanto velati di spezzare il controllo dei pozzi esattamente come l'autorità statuale tra le tre diverse regioni libiche: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. O in ogni caso di sottrarle il tesoro. Le mire dei nemici della Noc sono state sicuramente aiutate dalla competizione tra Francia e Italia e dai rispettivi interessi nazionali, a cui del resto si affiancano anche quelli delle compagnie americane e della russa Gazprom. E visto che gli attacchi all'esecutivo di Tripoli sono parte della grande offensiva del generale filo francese, Total potrebbe avere tutto da guadagnare.

La società francese sta cercando di aumentare i propri investimenti in Nord Africa e Medio Oriente e a marzo ha annunciato di aver preso possesso di una quota pari al 16,3% della concessione per lo sfruttamento del campo di Waha, acquistando per 450 milioni di euro diritti che prima erano della società americana Marathon Oil. Solo il giacimento di Waha può fruttare a Total 50mila barili al giorno sui 300mila totali. Ma le prospettiva sono in forte crescita, se gli analisti stimanto che in dieci anni si potrebbe arrivare a 400mila barili con una crescita del 33%. Total ha inoltre acquisito diritto di esplorazione nel bacino di Sirte. Tra i suoi possedimenti storici invece c'è il 37,5% del giacimento in mare di Al Jurf e una partecipazione del 27% del giacimento occidentale di El Sharara. E ha pure quote del campo orientale di Mabrouk.

QUEI SETTE POZZI DA APRIRE A OTTOBRE

Nel frattempo però anche Eni continua ad aumentare le sue attività: a inizio luglio la compagnia italiana ha annunciato di aver avviato la seconda fase della produzione dal giacimento di gas off shore di Bahr Essalam, il più grande dello Stato africano. Controllato da una joint venture tra Eni e la Noc, Bahr Essalam si trova a 120 chilometri a Nord Ovest di Tripoli. Nei piani del Cane a sei zampe il progetto dovrebbe completarsi a ottobre quando dovrebbero entrare in funzione altri sette nuovi pozzi. In tutto le riserve in gioco sono pari a 260 miliardi di metri cubi di gas. Un tesoro tale da portare il premier Fayez al-Sarraj a presenziare alla cerimonia di apertura. In quell'occasione il presidente della società petrolifera di Stato, Mustafa Sanalla, ha dichiarato: «Eni ha dimostrato la fiducia che le compagnie petrolifere internazionali hanno nella Noc e il successo che le partnership legittime possono offrire a tutti i libici». Parole che vanno lette come un messaggio a chi coltiva ancora piani per smembrare e marginalizzare la società. E forse non a caso due settimane più tardi Senalla ha incontrato anche i dirigenti di Total con l'obiettivo dichiarato di rafforzare la cooperazione.

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