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Manovra, il M5s in pressing per il reddito di cittadinanza

Fonti del Movimento minacciano: «Senza i 10 miliardi nella legge di Bilancio Tria deve dimettersi». Poi il passo indietro. Il ministro lancia l'aut aut. Ma il Mef smentisce le tensioni. 

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L'introduzione del reddito di cittadinanza getta un'ombra lunga sulla stabilità della maggioranza. Il Movimento 5 stelle sarebbe infatti in forte pressing sul ministro dell'Economia Giovanni Tria in vista del varo della Manovra. «Ci aspettiamo 10 miliardi per il reddito di cittadinanza o chiederemo le dimissioni del ministro», è quanto fatto sapere da fonti qualificate del M5s, commentando il dibattito interno al governo in vista della legge di Bilancio.

Il tema tiene banco tra i parlamentari pentastellati, che hanno sottolineato l'importanza della misura. «Se vogliamo tutelare prima gli italiani», ha dichiarato il vice-presidente della commissione Lavoro Davide Tripiedi, «la prima cosa da fare è il reddito di cittadinanza». È una nostra battaglia storica», ha scritto su Twitter il capogruppo M5s alla Camera Francesco D'Uva. «L'abbiamo ribadito in campagna elettorale ed è stato scritto nero su bianco nel contratto di governo. Questa per noi è una priorità. E senza alcun dubbio nella legge di Bilancio verranno stanziate le somme per introdurlo».

L'AVVERTIMENTO DI LUIGI DI MAIO

Tria, insomma, è all'angolo. Tanto che Luigi Di Maio a Carta Bianca ha parlato del «grave problema» che si aprirebbe nel governo qualora ci fosse un freno alla misura di bandiera del M5s.

Il reddito di cittadinanza serve prima di tutto per riorganizzare i centri per l'impiego. C’è una cosa, in particolare,...

Geplaatst door Luigi Di Maio op Woensdag 12 september 2018

I mercati dal canto loro hanno reagito. Lo spread, che le rassicurazioni di Tria avevano fatto calare, è tornato a salire a 254 punti. Il ministro dell'Economia, che descrivono assai irritato, ha chiamato Giuseppe Conte e Di Maio. «Avanti determinati sul reddito, ma nessuna richiesta di dimissioni di nessuno», ha fatto sapere poi il vicepremier. Dal M5s arriva la postilla: almeno per ora. In realtà dopo aver inaugurato, con il supporto di Alessandro Di Battista, una linea più battagliera nel governo, i cinque stelle parlano a Tria, perché anche Matteo Salvini intenda. La freddezza verso il reddito di cittadinanza dei leghisti viene infatti letta dai 5 stelle come un tentativo di frenare l'avvio dell'assegno (780 euro a 5 milioni di poveri) il prossimo anno, per spuntare le loro armi nella campagna elettorale per le Europee. Anche la Lega rinuncerebbe a far partire subito la flat tax (se non per partite Iva e piccole aziende) ma punta sull'introduzione di quota 100 (a partire dai 62 anni di età) per le pensioni. Ma così nella prima manovra, a ridosso di un voto cruciale, rischia di spiccare il verde-Lega.

LA CONTROFFENSIVA M5S NEI CONFRONTI DELLA LEGA

Ecco, dunque, la controffensiva. Il M5s chiede 10 miliardi per far partire centri per l'impiego e pensione di cittadinanza da gennaio, poi da maggio (per le Europee si vota il 25) dare il via all'erogazione del reddito: il costo - secondo i calcoli pentastellati - sarebbe di 5-6 miliardi per gli otto mesi del 2019. Il problema non di poco conto è che tenendo, com'è orientato a fare Tria in accordo con l'Ue, il deficit all'1,6%, per le misure M5s-Lega ci sarebbero 10 miliardi in tutto, da ripartire in parti uguali. Fonti leghiste sostengono che nel vertice di maggioranza della prima settimana di settembre così si era deciso. E alla fine il punto di caduta, confermano dal M5s, potrebbe essere in effetti di 5 miliardi per il reddito di cittadinanza. Ma nella trattativa che si è aperta con Mef e Lega in vista della manovra, il Movimento alza la posta. L'uscita a 5 stelle, però, fa suonare subito un campanello di allarme a via XX Settembre. Tria alza il telefono e chiede conto prima al premier, poi a Di Maio, delle indiscrezioni che filtrano dal Movimento, che suonano come un avvertimento.

SE CONTINUANO GLI STRAPPI, TRIA POTREBBE LASCIARE

Secondo alcune fonti parlamentari, non confermate, il ministro avrebbe fatto presente che se continuano gli strappi potrebbe davvero decidere di lasciare. Di sicuro, come ha fatto presente nel weekend da Cernobbio, il ministro ha dalla sua il suo ruolo acclarato nel placare i mercati: «È inutile cercare 2 o 3 miliardi nel bilancio dello Stato per finanziare le riforme, se ne perdiamo 3 o 4 sui mercati finanziari a causa del rialzo dello spread», ha avvertito. E Salvini sembra aver sposato, negli ultimi giorni, una linea più prudente. Ma lui, come Di Maio, sono determinati a portare a casa il risultato. E così, mentre fa sapere di essere impegnato a placare i malumori pentastellati, il leader M5s ribadisce: «Il reddito lo facciamo. Assicurandoci di tenere i conti in ordine, ma lo facciamo».

DI MAIO: «NESSUNA TENSIONE»

Fonti del Mef, il 13 settembre, hanno bollato le indiscrezioni come «prive di fondamento». Anche Di Maio getta acqua sul fuoco. «Con Giovanni Tria non c'e alcuna divisione, quello che stiamo facendo è lavorare tutti insieme per trovare le soluzioni necessarie per portare a casa flax tax, reddito di cittadinanza e superamento della legge Fornero», ha assicurato il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico.

GIORGETTI: «RIFORME SÌ, MA CON RESPONSABILITÀ»

A stemperare i toni interbiene anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. «Sicuramente reddito di cittadinanza, flat tax e Fornero fanno parte del Dna di questo governo, non parlarne significherebbe tradire il mandato degli elettori. Ma lo faremo con responsabilità e in modo franco e schietto». L'esponente leghista ha aggiunto che le risorse necessarie per attuare le riforme saranno «ragionevolmente e presumibilmente» suddivise tra i diversi capitoli di spesa.

Aggiornato il 13 settembre 2018 12 Settembre Set 2018 1313 12 settembre 2018
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