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Economia
15 Settembre Set 2018 0800 15 settembre 2018

Mutui subprime e Lehman Brothers: come iniziò la crisi del 2008

Dieci anni dopo il mercato dei derivati ha raggiunto nuovi record e Trump sta allentando i controlli sulla finanza: ecco perché tutto rischia di accadere di nuovo.

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Dieci anni fa - era estate anche allora - il mondo per come lo conosciamo stava per cambiare per sempre per colpa della più colossale crisi economico finanziaria dai tempi della grande depressione del 1929. Gli effetti di quel terremoto sono visibili ancora oggi e le cause che portarono a quel tracollo non sono state del tutto eliminate. La sequenza degli avvenimenti fu questa: il mercato finanziario americano rischiò di collassare, per effetto dello scoppio della bolla calò drasticamente la liquidità globale ed entrerarono in recessione le maggiori economie globali. Si persero quindi milioni di posti di lavoro, i prezzi crollarono, la classe media si impoverì favorendo i movimenti anti-sistema in America e i partiti anti-europeisti e populisti in Europa. A dieci anni di stanza possiamo constatare come la ricchezza si è concentrata in sempre meno mani e la politica si è radicalizzata. Sui mercati è tornato il segno più, ma la paura è rimasta. In una prospettiva storica, senza quella crisi non ci sarebbero mai stati Barack Obama e Donald Trump, la crisi greca e portoghese, quella del debito italiano e quindi gli scandali Mps e Popolare di Vicenza, l'ascesa prima di Matteo Renzi e poi della coppia Di Maio-Salvini.

TUTTO INIZIÒ CON I MUTUI SUBPRIME E IL CROLLO DEL MATTONE

Il terremoto si scatenò tra luglio e settembre 2008, ma le prime avvisaglie si videro già nel 2007, quando il mercato immobiliare americano frenò improvvisamente. Quello che poteva essere un semplice assestamento, diventò qualcosa di molto più grave a causa del fenomeno dei mutui sub-prime, ovvero mutui concessi a persone che avevano scarse capacità finanziarie ma che potevano accedere ugualmente a un prestito "puntando" sulla crescita del valore della casa che, da solo, avrebbe permesso di ripagare i debiti. Vi erano persone che chiedevano prestiti pari al 100% del valore dell'immobile, a volte anche di più per finanziare le ristrutturazioni. Il meccanismo si reggeva fino a quando il mercato immobiliare, in crescita, permetteva a chi era in difficoltà di far fronte alle eventuali richieste delle banche rivendendo l'immobile che, a quel punto, valeva di più del prestito chiesto. Quando il valore delle case invece iniziò a flettere, migliaia di persone non ripagarono più i loro debiti. Il problema è che i mutui erano "impacchettati" in obbligazioni e derivati presenti in gran quantità nei portafogli delle principali banche e istituzioni finanziarie mondiali.

Le prime banche a dare segnali di forte difficoltà furono la francese Bnp Paribas ad agosto 2007, l'inglese Northern Rock a settembre. Erano solo i canarini nella miniera, ma economisti, giornalisti, istituzioni di controllo ignorarono clamorosamente i campanelli d'alllarme. All’inizio del 2008 la banca d’investimento Bear Stearns, fondata nel 1923 e sull’orlo della bancarotta per le speculazioni sui mutui subprime attraverso i derivati, venne acquisita, con un aiuto statale, da JP Morgan. Era la vittima eccellente, ma pochi immaginavano che sarebbe stata solo la prima. Il ministro del tesoro americano, Hank Paulson (ex banchiere Goldman Sachs) a maggio del 2008 fece finta di non sapere cosa stava bollendo in pentola dichiarando: «il peggio è alle spalle». A fine luglio il Congresso americano estese la sua autorità su due società finanziare già sostenute dal governo ed erogatrici di mutui immobiliari: la Federal National Mortgage Association (Fannie Mae) e la Federal Home Loan Mortgage Corporation (Freddie Mac). La loro situazione era irrecuperabile, vennero salvate con fondi pubblici a inizio settembre.

15/09/2008: FALLISCE LEHMAN E LA NOSTRA VITA CAMBIA

In Italia nomi sconosciuti, ma era il segnale che l’incendio non poteva più essere contenuto. I mutui “sub-prime” erano ufficialmente spazzatura, i prodotti finanziari speculativi basati su questi erano diventati “tossici”, carta straccia. La bomba esplose il 15 settembre 2008. Una delle maggiori banche d’investimento americane la Lehman Brothers, fondata nel 1850, dichiarava bancarotta. Il governo americano forse avrebbe potuto salvarla, molti sui mercati pensavano l'avrebbe fatto perché era "too big too fail", troppo grande per fallire. Invece alla Casa Bianca decisero diversamente. Con buoni motivi anche: si pensava che un salvataggio sarebbe stato un incentivo nei confronti di altre istituzioni per continuare a speculare impunitamente. Ma si sottovalutarono le conseguenze: il Dow Jones crollò, la crisi si estese a macchia d'olio. L'effetto domino si stava per innescare. Solo a quel punto i governi si decisero per mettere in atto misure straordinarie con lo scopo di salvare il salvabile. Il Fondo monetario internazionale dovette intervenire a sostegno di Paesi sull'orlo del default, come Islanda e Ucraina. La peggiore recessione dal 1929 era iniziata.

I manager con gli scatoloni escono dalla sede della Lehman Brothers, fallita, dove non faranno più ritorno: una delle immagini simbolo della crisi

La crisi ha avuto conseguenze disastrose e di lunga durata. Secondo una stima del Tesoro americano del 2012 aveva bruciato nei quattro anni precedenti 8,8 milioni di posti di lavoro, il patrimonio delle famiglie era complessivamente sceso di 19.200 miliardi di dollari (qui la relazione che ha quantificato l'incredibile impoverimento), soprattutto per la svalutazione degli immobili. Il governo Usa era stato costretto a investire più di 23 miliardi di dollari in programmi di aiuto e salvataggi. Nel 2010 vennero stimate in America 46,2 milioni di persone in povertà. Ma le conseguenze da noi sono state anche peggiori. In Italia nel 2009 il Pil era sceso del 5,1%. Era la premessa alla crisi del debito pubblico che ha portato nel novembre del 2011 lo spread a un record di 547 punti. L’Italia non si è mai ripresa del tutto dalla crisi: la produzione industriale è calata del 25%, dal 2008 al 2016, il numero di persone in cerca di un lavoro è salito del 78,1% raggiungendo la cifra record di 7,9 milioni di persone. Il tasso di disoccupazione nel 2007 era del 6,2%, ha toccato il punto più alto nel 2013 con il 12,4% per poi scendere nel 2017 all’11,4%.

I MANAGER CHE (NON) HANNO PAGATO PER LA CRISI

Ma a parte i lavoratori, qualcuno ha pagato per questa crisi? Le grandi banche d’affari che sono state la principale causa del disastro con manovre speculative e prodotti finanziari ad alto rischio hanno subito sanzioni per 321 miliardi di dollari (secondo dati pubblicati dal Boston Consulting Group). Il 63% di queste multe sono state pagate da istituzioni finanziarie statunitensi. Secondo un rapporto presentato al Congresso Usa nel 2016, 35 banchieri sono finiti in carcere in seguito a comportamenti illeciti. Il più in vista di questi è Kareem Serageldin executive di Credit Suisse condannato a due anni e mezzo di carcere. Ma gli squali, i grandi manager e dirigenti dei colossi di Wall Street, quelli che Tom Wolfe chiamava “i padroni dell’universo”, l’hanno fatta franca. Dick Fuld, il Ceo di Lehman Brothers, detto il “gorilla”, uno dei più evidenti responsabili del tracollo non ha passato neppure un giorno in prigione. Nel 2008 si trovò senza lavoro ed esposto al pubblico ludibrio, ma dal 2000 al 2007 aveva incassato stipendi e bonus per un totale di 500 milioni di dollari. Oggi guida la Matrix Private Capital Group, una società di consulenza che gestisce un piccolo gruppo di ricchissimi clienti. Angelo Mozilo, Ceo di Countrywide, banca poi confluita in Bank of America, ha pagato alla Sec una multa di 67,5 milioni di dollari, ma senza assunzione di responsabilità. Il gigante Goldaman Sachs ha visto un suo trader Fabrice Tourre, condannato a una multa di 825mila dollari, ma il Ceo, Lloyd Blankfein, è rimato al suo posto con uno stipendio annuo stimato intorno ai 22 milioni di dollari (al netto dei bonus).

Dick Fuld, ai tempi Ceo di Lehman Brothers

La crisi ha avuto anche importanti conseguenze politiche. L’elezione di un astro nascente come Barack Obama alla Casa Bianca fu in parte una conseguenza delle vicende economiche di pochi mesi prima. Nell’approssimarsi del caos il giovane senatore afro-americano sembrò una ventata di novità nelle primarie democratiche rispetto a Hillary Clinton, candidata considerata vicina a Wall Street e al sistema economico-finanziario. Nelle elezioni del novembre 2008, svoltesi nel pieno della tempesta, il democratico ebbe la meglio su John McCain, un vecchio senatore visto come espressione del partito che aveva causato il tracollo. Ma contemporaneamente, tra i conservatori americani nasceva il movimento dei Tea Party e dalla recessione sorgeva un populismo di destra anti-sistema che sarà il motore dell’elezione di Donald Trump. Il magnate newyorkese ha sconfitto Hillary Clinton, ancora una volta accusata di essere espressione di quella che Trump ha definito durante la campagna elettorale “la palude”, cioè l’insieme dei poteri forti del mondo finanziario. La grande crisi del 2008 ha portato in Europa alla nascita dei populismi, ha chiamato in causa le responsabilità dell’Unione Europea causando la Brexit e la crescita dei movimenti sovranisti e anti-europeisti.

I SEGNALI CHE TUTTO PUÒ SUCCEDERE ANCORA

Ma la crisi può ripetersi? Lo scorso 23 agosto Wall Street ha ufficialmente registrato il più lungo periodo di rialzo nella storia degli Stati Uniti, in gergo borsistico si usa l’immagine del “toro” per simboleggiare la forza del mercato. La borsa americana ha continuato la buona performance iniziata sotto l’amministrazione Obama e ha reagito bene agli stimoli all’economia introdotti dall’amministrazione Trump. Tuttavia i problemi legali del presidente e il rischio delle guerre commerciali innescate dai dazi introdotti dagli Stati Uniti sono segnali che questo entusiasmo può finire da un momento all’altro. Questa primavera, inoltre, il presidente Usa (che in campagna elettorale giurava di voler “bonificare la palude”) ha varato nell’Economic Growth Act una serie di provvedimenti che diminuiscono i controlli introdotti con il Dodd-Frank Wall Street Reform Act, una legge varata da Obama per evitare il ripetersi della crisi e che Trump ha definito “orribile”.

IL MERCATO DEI DERIVATI NON È MAI STATO TANTO RICCO

In dieci anni la lezione del 2008 è stata dimenticata. Il mercato dei titoli derivati che furono una delle ragioni della catastrofe è cresciuto a livelli pre-crisi. Le maggiori cinque banche d’affari americane, secondo una ricerca commissionata dal Financial Times e pubblicata la scorso marzo, ne detengono per 157mila miliardi di dollari, il 12% in più dei livelli del 2007. Wall Street opera ancora come se nulla fosse accaduto, i trader e i manager sono compensati con bonus milionari e la loro capacità di rischiare è la loro dote più apprezzata. Alcune banche mondiali ritenute “troppo grandi per fallire” sono diventate ancora più grandi, JPMorgan ha ammassato 2.533 miliardi di dollari in asset. Quasi il doppio rispetto a prima dell’esplosione della bolla dei mutui immobiliari. Sulla scena internazionale si sono inoltre inserite le banche cinesi. I quattro maggiori istituti finanziari made in China hanno triplicato i loro asset negli ultimi dieci anni. La Industrial and Commercial Bank of China (IDCBF) è diventata la banca più grande del mondo. Lo scorso novembre Janet Yellen ha lasciato la carica di presidente della banca centrale americana, la Federal Reserve, garantendo che il sistema bancario è molto più forte di dieci anni fa e molto più capace di affrontare l’instabilità. Tutti si augurano che sia davvero così. Ma i colossi finanziari sono cresciuti a dismisura e i loro piedi rimangono di argilla.

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