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Il punto sulle difficoltà di Astaldi

Dopo la richiesta di concordato preventivo in continuità, S&P ha declassato la società a D. Ma il titolo rimbalza in Borsa sull'ipotesi di un intervento di Salini. Il punto sulle opere che potrebbero fermarsi.

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Cosa succede adesso ad Astaldi, tra le più grandi compagnie italiane nel settore delle costruzioni, dopo che lo scorso 28 settembre il gruppo romano ha messo piede in tribunale con in mano la richiesta di un concordato per ottenere tutela di fronte ai creditori? La società è prima crollata in Borsa dopo che Standard&Poor’s ha declassato il rating a «D», il livello più basso, quasi sinonimo di imminente default. Scenario, questo, smentito dalla stessa società che il 3 ottobre con una nota ha ribadito che il declassamento a «D» non è «in nessun modo da assimilare a uno stato di fallimento del gruppo».

ENTRA IN CAMPO SALINI-IMPREGILO?

Ma la situazione è in continuo aggiornamento, tanto che giovedì 4 ottobre il titolo ha aperto in forte crescita a Piazza Affari dopo che Salini-Impregilo ha fatto sapere di guardare alla società «con attenzione», pur non avendo ancora preso alcuna decisione. Astaldi ha ricordato che la procedura di «concordato preventivo in continuità» mira, tra l'altro, «a garantire ai committenti la regolare prosecuzione dei lavori in tutti i cantieri in cui il gruppo sta operando, oltre che tutelare i creditori e preservare il patrimonio aziendale». S&P, chiarisce la nota, «valuta la situazione attuale di Astaldi al pari di un default poiché la richiesta di concordato preventivo implica la sospensione dei pagamenti rivenienti da tutti gli impegni pregressi alla data di presentazione della domanda di concordato, salvo espressa autorizzazione del tribunale, durante il periodo del concordato». «Tutti i pagamenti maturati relativi alle obbligazioni emesse», viene ricordato, «sono stati regolarmente pagati».

UN PIANO DI SALVATAGGIO ENTRO 120 GIORNI

All'origine di tutto c'è come spiegato la richiesta inoltrata al tribunale fallimentare di poter congelare la situazione debitoria pregressa in attesa della stesura di un piano di salvataggio entro 120 giorni. Astaldi, che vede gravare sulla propria testa debiti per circa 2 miliardi, ha davanti a sé una importante scadenza che ora rischia di mancare, con conseguenze sui suoi investitori: il 3 dicembre prossimo dovrà pagare la cedola di un bond per un importo di circa 27 milioni e l'attivazione della procedura di concordato ha messo la pulce nell'orecchio a molti: non è chiaro se “congeli” anche i dividendi e non sarebbe nemmeno una ipotesi così lunare, dal momento che di fatto si tratta di debiti verso creditori. Astaldi ha infatti chiesto ai giudici di essere scudata proprio dagli atti ingiuntivi dei creditori. Quella non è la sola scadenza di peso. È semplicemente la più vicina, perché il gruppo ha in circolazione un bond da 750 milioni di euro con scadenza 2020 e uno da 140 milioni con scadenza 2024. Ora, la società, di proprietà della famiglia Astaldi che possiede più del 50% delle azioni della società e più del 60% dei diritti di voto, dovrà presentare un piano di rientro, verosimilmente con parecchi sacrifici, ai creditori che dovranno approvarlo.

Le quotazioni di Borsa e spread del 3 ottobre 2018

La Borsa di Tokyo termina la seduta col segno meno, con i titoli del settore auto che pesano sul listino mentre vanno avanti i negoziati con Washington sul tipo di imposizione delle tariffe, e continua l'instabilità sul commercio internazionale tra Cina e Stati Uniti.

Se il tribunale accetterà la richiesta di concordato, la società avrà un po’ di respiro e potrà presentare un piano di salvataggio che può evitare il fallimento. Nonostante il declassamento di S&P, Astaldi non è ancora in default, ma sta cercando la strada per un rientro dai debiti ordinato, probabilmente contrattando scadenze più lunghe. Sempre che non intervenga un compratore, come potrebbe essere con l'entrata in campo di Salini-Impregilo.

A PESARE LA CRISI VENEZUELANA E QUELLA TURCA

Astaldi ha un debito di 1,89 miliardi di euro. Per la maggior parte si tratta di debiti contratti con tutte le più grandi banche che operano in Italia: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Bnp Paribas e Banco BPM. I problemi sono iniziati quando alcuni dei Paesi in cui la società opera sono entrati in crisi. Il primo è stato il Venezuela, dove Astaldi è esposta per 433 milioni di euro. Una boccata di ossigeno sarebbe dovuta arrivare da un aumento di capitale da 300 milioni di euro previsto all'inizio della scorsa estate con la cessione al governo turco della concessione sul terzo ponte del Bosforo. La recente crisi in Turchia e il crollo della lira turca hanno travolto gli accordi e trascinato nell'incertezza anche il contratto di Astaldi. Di fatto quei soldi non dovrebbero essere perduti per sempre, la vendita non sarebbe sfumata ma semplicemente posticipata e la società conta ancora su quella cifra per salvare la situazione. A prescindere da come finirà la questione, il gruppo spesso si è assunto l'onere non solo della costruzione delle (grandi) opere, ma anche della gestione delle concessioni, con la conseguente immobilizzazione di ingenti capitali a lungo termine.

IL TITOLO HA PERSO IL 72% IN UN MESE

I soldi insomma potrebbero esserci, come peraltro le commesse. Gli asset in portafoglio sono di prestigio. La società, tra le prime del nostro Paese nel settore delle costruzioni, dovrebbe rappresentare un gioiello e un vanto. Eppure si sta verificando un fuggi fuggi tra azionisti e creditori (le banche) pericoloso, con il risultato di ritrovarsi di fronte a una profezia di sventura che si autoavvera. Il titolo ha perso il 72% in un mese. Negli ultimi giorni, dopo la richiesta di concordato, si sono succedute continue sospensioni al ribasso. Il 2 ottobre Astaldi ha perso teoricamente un altro 28%, dopo il tonfo di lunedì, 0,41 euro per azione. Un rimbalzo nella mattina di mercoledì. Ormai capitalizza circa 50 milioni.

I CANTIERI A RISCHIO

Data la sua portata, Astaldi è attualmente impegnata in molte opere infrastrutturali di rilievo e quel che si teme adesso è il blocco dei cantieri, anche nei lavori in cui il gruppo risulta general contactor o azionista dei singoli consorzi. La commessa più rilevante è a Milano, dove Astaldi è socio del consorzio MM4 che sta realizzato la quinta linea metropolitana nel capoluogo lombardo. In una nota la M4 Spa ha però garantito che i lavori stanno andando avanti regolarmente. Astaldi è socio al 9,6% della concessionaria e al 32% del consorzio dei costruttori CMM4. Sempre nel campo delle metropolitane, la società è general contractor dei lavori per la metro C di Roma e, a Napoli, per la fermata di San Pasquale della linea 6. Qui il committente è Ansaldo Sts, nelle mani dei giapponesi di Hitachi (commessa da 70 milioni, 50 ad Astaldi). C'è poi la costruzione del tunnel del Brennero: lì Astaldi ha una quota del 42,51% del BTC (Brennero Tunnel Construction) per una commessa superiore a 400 milioni. Tra Verona e il bivio di Vicenza ha cantieri per la tratta che dovrebbe proseguire fino a Padova. Astaldi è socia del consorzio Iricav Due il cui committente è Rfi: l'appalto pro-quota ammonta a circa 900 milioni. Un consorzio sfortunato dato che conta, oltre a Salini-Impregilo, anche Condotte, già finita in amministrazione straordinaria. Poi c'è l'alta velocità tra Napoli e Bari, per la tratta di Cancello. Il committente è Rfi, Astaldi è in Ati, associazione d’impresa, con Salini-Impregilo. Alcuni cantieri minori sono già stati bloccati, come è accaduto nelle Marche tra Fabriano e Serra San Quirico dove si lavora al raddoppio della statale: da lunedì 8 ottobre subappaltatori e fornitori della società romana hanno iniziato uno sciopero a tempo indeterminato in attesa di chiarimenti sulle sorti dei lavori. E di Astaldi.

3 Ottobre Ott 2018 1741 03 ottobre 2018
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