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RIFLESSIONI IN BICICLETTA
10 Ottobre Ott 2018 0800 10 ottobre 2018

Il gap tra Usa ed Europa davanti ai mercati

Mentre gli Stati Uniti vantano un'immagine forte, l'Unione europea, i Paesi emergenti e la Cina appaiono ingrigiti. E questo anche per via delle politiche di Trump. A partire dai dazi. 

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I mercati finanziari sono come la superficie di un lago, il riflesso degli andamenti economici è spesso fedele, talvolta però qualche increspatura distorce lievemente l’immagine. L’aspetto dall’Italia sulla superficie dell’acqua l’ha resa improvvisamente più vecchia, sono comparse altre rughe a deturpare un viso che una volta era splendente. Guardando il proprio riflesso l’Italia sembra aver deciso di non curarsi più della sua immagine, abbandonando il processo lento ma costante di riordino dei conti, e di puntare tutto sulla bellezza interiore, infischiandosene di ciò che uno “stupido specchio” d’acqua possa raccontare. La speranza è che il disappunto verso l’immagine che si vede riflessa non generi un rifiuto o un capriccioso desiderio di “rompere” lo specchio, ché sarebbe fatica sprecata.

SOLO GLI USA CONQUISTANO I MERCATI

Ma se andiamo oltre i nostri confini e allarghiamo lo sguardo, questo 2018 finora racconta che solo gli Usa e il dollaro vantano una bella effige riflessa sullo specchio dei mercati, mentre Europa, Cina e Paesi emergenti hanno un’immagine ingrigita, se non addirittura incartapecorita. L’effetto è determinato in buona parte dalle politiche di Donald Trump, che hanno rimestato le acque globali e creato svariate increspature sulla superficie. Il dollaro americano, anche se il Congresso temeva che Trump lo spingesse strumentalmente a svalutarsi, si è rafforzato molto. Secondo il criterio della Ppp (Purchasing Power Parity, la parità di potere d’acquisto) il rapporto di cambio tra euro e dollaro dovrebbe stare intorno a 1,27 e invece le due monete vengono scambiate sul mercato al rapporto di 1,146. Questo accade per diverse ragioni, tra cui i diversi tassi e le incertezze politiche europee, ma anche come effetti della nuova linea politica della Casa Bianca. In almeno due modi. Il primo ha il nome di repatriation tax: gli Usa hanno introdotto un’imposta una tantum del 15% per il rimpatrio degli utili delle multinazionali americane depositati all’estero, si stima che la somma complessiva sia nell’ordine di 2.500 miliardi di euro di capitali che erano depositati per lo più in Europa e che sono tornati a essere dollari nell’economia americana. Il secondo è il meccanismo della guerra commerciale, con la minaccia e/o l’imposizione di dazi su rivali e alleati per imporre in ogni trattativa la legge del più forte, operazione che implica manovre di indebolimento di ogni controparte, amica o nemica che sia, e che induce i capitali -per difesa- ad andare verso gli Usa.

MAKE AMERICA GREAT AGAIN O MAKE CHINA SMALL AGAIN?

Il dollaro forte (oltre ad alcuni eventi specifici in alcuni Paesi come Turchia, Venezuela o Argentina) ha messo in grave difficoltà i Paesi emergenti, che hanno debiti pubblici e privati espressi in buona misura in valuta americana. Mentre la guerra commerciale ha appesantito fortemente la Borsa cinese che segna quasi -25% da inizio anno. Considerando che gli Usa erano già - e di gran lunga - i più grandi sui mercati finanziari, il make America great again per ora è soprattutto un make China small again. D’altra parte è normale che il mercato soppesi il fatto che, con l’introduzione dei dazi, almeno una parte delle attività delocalizzate in Cina verranno riportate negli Usa (o delocalizzate altrove dove i dazi ancora non ci sono). Gli Usa, dunque, sono finora i grandi vincitori di questa partita. C’è però da considerare un effetto più lento: chi aveva portato la produzione in Cina non l’aveva fatto certo per simpatia, ma per convenienza. Pertanto la produzione offshore soggetta a reshore comporterà una minor convenienza, nel senso di maggiori costi di produzione. Questi potranno generare due cose: minori profitti per le aziende o maggiori prezzi dei prodotti finiti, ovvero inflazione. Nel caso dei minori profitti l’impatto sui mercati sarebbe veloce e doloroso: oggi le valutazioni delle azioni Usa sono sicuramente generose, e necessitano di un miglioramento costante e robusto degli utili aziendali per non restare deluse. Se invece sarà inflazione, la Federal Reserve dovrà accelerare il suo processo di rialzo tassi, fino a incontrare un livello che farà frenare il ciclo.

Un Def non convenzionale non significa geniale

Ho scoperto Walter Isaacson per la sua biografia di Steve Jobs, piacendomi lo stile ho preso anche il libro su Albert Einstein e quello sulla vita di Leonardo da Vinci.

LA STRATEGIA DI TRUMP SUL COMMERCIO

Nel frattempo la strategia di Trump sul lato commerciale prosegue: dopo aver ripristinato le sanzioni verso l’Iran, confermate quelle verso la Russia, castigato la Cina, ridiscusso su nuove basi gli accordi con Messico e Canada e attivato schermaglie con la Ue per il mercato delle auto, l’orizzonte si sposta a un bersaglio ancora più grosso: il Wto (World Trade Organization - l’Organizzazione mondiale del commercio). La ragione è semplice: la Casa Bianca ha ideato un sussidio (sotto forma di aliquota fiscale agevolata) direttamente legato al reddito proveniente dalle esportazioni, in coerenza con il desiderio di ripristino della bilancia commerciale. Ma questa forma di sussidio è incompatibile con le disposizioni internazionali del Wto. Sarà interessante vedere come sceglierà di reagire l’Unione europea e se questo farà peggiorare o migliorare la sua immagine riflessa su quello specchio a volte imperfetto, ma sempre spietato, che sono i mercati finanziari.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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