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Economia
12 Ottobre Ott 2018 0800 12 ottobre 2018

Cosa rischia l'Italia se l'Europa boccia la manovra

Sanzioni. Crisi dello spread. Downgrade delle agenzie. Contagio bancario. Erosione dei risparmi. E il conto alle stelle degli interessi sul debito. Cosa potrebbe accadere in caso di cartellino rosso di Bruxelles. 

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Il vicepremier Luigi Di Maio è stato chiaro: «Se Bankitalia vuole un governo che non tocca la Fornero, si presenti alle elezioni con questo programma». Naturalmente parla per paradosso, eppure, continuando a ragionare lungo i binari del periodo ipotetico dell'irrealtà, se tutte le istituzioni che hanno criticato l'accoppiata Def/Nadef (Documento di economia e finanza e relativa nota di aggiornamento), dovessero presentarsi alle elezioni, non basterebbe una normale scheda elettorale a contenerle tutte. Ad aggrottare le sopracciglia finora sono stati infatti: il Fmi, la Banca d'Italia, l'Istat e la Corte dei Conti. E ovviamente Bruxelles. È arrivato anche il parere negativo dell'Ufficio parlamentare di Bilancio (leggi anche: cos'è e come funziona l'Upb). Ma la sola scure che tutti temono è quella della Commissione europea. Allora continuiamo la discussione basata sul periodo ipotetico e cerchiamo di capire cosa succederebbe se l'Ue bocciasse la manovra.

Per ora gli "eurocrati" hanno estratto il cartellino giallo: una lettera di ammonimento firmata dal lettone Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea rispedita al mittente dai nostri due vice-premier. Matteo Salvini e Di Maio, azionisti di maggioranza sempre più scuri in volto, ripetono che si va avanti comunque. Eppure è bastata quella missiva, sicuramente irrituale (come era stata irrituale quella che Giovanni Tria aveva spedito a Bruxelles per spiegare le ragioni del Def) per regalare all'Italia un altro lunedì nero in Borsa e soprattutto, per far salire lo spread nuovamente oltre i 300 punti, ai massimi dal 2013. Il 10 ottobre è arrivata anche la bocciatura dell'European Fiscal Board secondo il quale «la Commissione europea è stata troppo generosa nel concedere tutta la flessibilità richiesta dall'Italia, perché le numerose eccezioni alle regole l'hanno soltanto allontanata dal percorso di risanamento, facendo crescere il debito ancora di più». Se un cartellino giallo può fare tutto questo, cosa comporterebbe il temuto rosso?

1. SANZIONE FINO A 9 MILIARDI

Qui si entra davvero nel campo delle possibilità. Una bocciatura significherebbe anzitutto una sanzione europea tra i 2 e i 5 decimali di Pil, quindi fino a 9 miliardi di euro. Era già stata minacciata nel 2005, durante il Berlusconi III e nel 2009, in pieno Berlusconi IV. Anche allora l'esecutivo aveva puntato i piedi, mostrato i denti, ma poi aveva ceduto, correndo ai ripari con manovre correttive. Il governo avrebbe due strade: pagare o non pagare. Nella seconda ipotesi, verrebbero congelati i finanziamenti per i progetti che contribuiscono a realizzare gli obiettivi comunitari della Banca europea degli investimenti guidata da Werner Hoyer. Verrebbe chiuso il rubinetto a circa 12 miliardi di euro che arrivano annualmente dall'acquedotto di Bruxelles.

2. I MERCATI E LO SPREAD FUORI CONTROLLO

Nonostante la propaganda politica nostrana dipinga una Ue del rigore dai tecnocrati senza palpiti, non è nell'interesse di Bruxelles comminare sentenze ed elevare contravvenzioni. Anche perché, più che bloccare la linea di credito l'Unione non può fare: restiamo uno Stato sovrano e non ci sarebbe modo per recuperare forzosamente i soldi della multa. La sanzione è solo un altolà estremo, l'ultimo avviso prima di ritrovarci soli, esposti ai mercati. Le frizioni tra Roma e Bruxelles provocherebbero scintille che rischierebbero di far divampare la Borsa e lo spread fino a quota 400 punti base.

3. IL CONTAGIO BANCARIO

Proprio Di Maio aveva detto che la linea non sarebbe cambiata neppure con differenziale a 400. Non è una semplice soglia psicologica. Lo sa bene il ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, che di lavoro fa l'economista e che infatti ha dichiarato: «Se lo spread ci sfugge la manovra deve cambiare. Ma sono abbastanza sicuro che non arriverà a 400». E non è nemmeno la prima volta che, assieme al collega all'Economia Tria, i tecnici dell'esecutivo ipotizzano sterzate dell'ultim'ora se la situazione precipitasse. Del resto, che per l'Italia la paura faccia 400 lo ha certificato anche Credit Suisse in un report dal titolo eloquente Politica ed economia: un'asimmetria costosa: oltre quella cifra, le banche dovrebbero procedere con dolorosi aumenti di capitale. Questo perché verrebbe eroso il Cet1 (il capitale di migliore qualità, utilizzato come importante misura di patrimonializzazione di un istituto di credito) che finirebbe sotto la soglia minima stabilita da Francoforte al 10,25%. Ancora una volta, rischierebbero di finire a gambe all'aria le banche salvate coi soldi pubblici e non solo quelle e soffrirebbe pesantemente tutto il comparto. Soprattutto, non si tratta di finanza: sull'economia reale avremmo pesanti ripercussioni come strette sul credito, denaro più caro. Scenari già visti nel 2011.

Perché lo spread manda in crisi le banche italiane

Il Financial Times ha notato in un pezzo pubblicato nel week end come i Cds (credit default swap) delle banche italiane siano i titoli il cui valore è più cresciuto negli ultimi tempi, con un andamento simile solo a quello delle banche turche.

4. IL DOWNGRADE DELLE AGENZIE

Nel campo delle ipotesi che stiamo affrontando, sono due i numeri certi: 26 e 31. Sono le date di ottobre in cui S&P e Moody's valuteranno l'Italia. Fitch intanto ha già detto la sua. Il 10 ottobre, in una nota, ha scritto: «Vediamo rischi considerevoli per i target (della manovra, ndr), specie dopo il 2019». È la sola mannaia che ci interessa per ora dato che l'eventuale bocciatura (definitiva) europea arriverebbe solo in primavera, quando la manovra sarà già legge da mesi. Le agenzie di rating possono declassarci immediatamente o prendersi sei mesi e vedere che cosa dice Bruxelles. Possiamo infischiarcene nel loro giudizio? No, come non possiamo infischiarcene dello spread. Se i nostri titoli venissero considerati “spazzatura” (e già ora ci sono vicini, appena due gradini sopra), i fondi mondiali e la Bce dovrebbero, per legge o per statuti, liberarsi dei titoli “junk” nel portafoglio. L'Unione europea così osteggiata dal governo giallo-verde potrebbe soccorrerci? No. E nemmeno per ripicca: semplicemente perché, il Quantitative easing di Mario Draghi si esaurirà il prossimo primo gennaio e, soprattutto, la Bce può intervenire quando a rischio è l'Unione, non il singolo Paese (leggi anche: cosa succede all'Italia con la fine del Quantitative easing). Rispetto al 2011 non ci sarebbero più Pigs a grufolare assieme a noi: Portogallo, Spagna e persino la Grecia ora hanno i conti in ordine. Insomma, non c'è in atto una crisi mondiale e in quella ventura l'Italia ci si sarebbe gettata da sé. E affogherebbe da sola.

5. L'EROSIONE DEL CAPITALE PRIVATO

Nelle ultime ore Salvini si è appellato al senso di appartenenza: «Sono convinto che gli italiani siano pronti a darci una mano». Non c'è azione più patriottica di acquistare i titoli di Stato. In fondo è vero, si fa fronte comune per essere meno esposti alle speculazioni estere, ma a quale rischio? Gli italiani hanno nel portafogli solo una piccolissima parte (6%) di debito pubblico italiano, pari a 2.286.000 milioni di euro. Il resto è suddiviso tra istituzioni estere (oggi al 36%), Bce e Banca d’Italia (16%), banche italiane (27%), fondi e assicurazioni (19%). Se lo spread - quindi i tassi di interesse - continuasse a salire si rischierebbero perdite pesanti soprattutto nel caso in cui si avesse l'esigenza di disimpegnare la quota investita nel breve periodo (sul lungo si spera di aver risalito la china).

6. GLI INTERESSI SUL DEBITO ALLE STELLE

L'Upb fornisce una analisi inequivocabile: il nuovo deficit programmatico della Nadef 2018 incorpora una maggiore spesa per interessi rispetto alle previsioni tendenziali dovuta all’aumento dello spread che, tra il 2018 e il 2021, potrebbe raggiungere complessivamente almeno 17 miliardi (0,9 punti percentuali di Pil). E se lo spread impazzisse, «ci sfuggisse di mano» come dice Savona, la "manovra del popolo" presenterebbe un conto di 21,7 miliardi in tre anni (3,1 miliardi nel 2018; 7,7 miliardi nel 2019; 10,9 miliardi nel 2020). Ecco perché, proprio Savona sposa la linea meno dura. Infatti, calcolatrice alla mano, con lo spread a 400 si perderebbe quanto incassato con lo sforamento del deficit che la stessa manovra ha fatto. Sarebbe stato tutto inutile e noi saremmo a un passo dal default. O peggio.

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