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Economia
26 Ottobre Ott 2018 1901 26 ottobre 2018

Cosa ha deciso Standard & Poor's sul rating dell'Italia

Evitato il declassamento, ma l'agenzia americana rivede l'outlook a negativo: «Il cambiamento della legge Fornero mette a rischio i conti pubblici e le stime di crescita del Pil sono troppo ottimistiche».

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Standard & Poor's mantiene il rating dell'Italia a Bbb, ma taglia l'outlook da stabile a negativo. Bocciatura a metà, quindi, per i conti pubblici del Paese: il declassamento almeno è stato evitato. L'oulook negativo vuol dire che S&P potrebbe tagliare il rating nei prossimi 24 mesi se il pil crescerà meno delle attese e se il deficit e il debito saranno decisamente superiori alle attese. «Potremmo rivede l'outlook a stabile se la ripresa accelererà, consentendo al debito di calare» e ci saranno «ulteriori significativi progressi» nel settore finanziario.

«LA ROTTA VERSO IL RISANAMENTO È STATA INVERTITA»

«A nostro avviso, il piano economico del governo rischia di indebolire la performance di crescita dell'Italia» sostiene l'agenzia, secondo cui il piano «rappresenta un'inversione» rispetto al precedente consolidamento di bilancio e in parte torna indietro sulla precedente riforma delle pensioni. Le stime del Pil, sostiene S&P's, sono ottimistiche e «non si aspetta più» che il debito italiano rispetto al pil continui a calare: «Prevediamo che resti fermo agli attuali livelli elevati del 128,5%». La parte più critica è sulle pensioni: dato l'importante cambiamento demografico in corso in Italia, secondo l'agenzia «la misura del governo, se attuata in pieno, invertirà a nostro avviso i guadagni della precedente riforma e minaccia la sostenibilità di lungo termine dei conti pubblici». Un giudizio significativo anche alla luce del fatto che Moody's aveva invece sottostimato le ricadute sui conti interpretando erroneamente "quota 100" come una finestra temporanea. Negativo l'impatto economico del reddito di cittadinanza perché potrebbe mettere sotto pressione i salari e disincentivare chi cerca un'occupazione, mentre «riteniamo che il piano del governo di aumentare gli investimenti pubblici sosterrà la crescita economica, soprattutto se le autorità avranno successo nel rimuovere gli ostacoli amministrativi».

LE BANCHE ANELLO DEBOLE, MA L'EURO NON È IN DISCUSSIONE

Riviste al ribasso le stime di crescita per l'Italia all'1,1% per quest'anno e il prossimo contro una precedente previsione dell'1,4%. Il deficit 2019 sarà al 2,7%. Gli analisti temono un raffreddamento della crescita a causa delle ricadute negative sul sistema creditizio dell'aumento dei rendimenti sui titoli di Stato italiani che ha effetti negativi sull'accesso delle banche ai finanziamenti sul mercato dei capitali: «Un ulteriore aumento dei rendimenti potrebbe ridurre la capacità delle banche di finanziare l'economia italiana». «La nuova coalizione di governo (Cinque Stelle e lega) ha preso misure che riteniamo aumentino sostanzialmente l'incertezza politica», scrivono gli analisti, sottolineando però di non attendersi che il governo metterà in dubbio l'appartenenza all'area euro nonostante il confronto apertosi con la Commissione.

IL GOVERNO DICE DI VOLER ANDARE AVANTI

Luigi di Maio ha dichiarato: «Le agenzie di rating non misurano il benessere dei cittadini di un Paese, ma chi aspettava Standard&Poor's per continuare a remare contro il governo oggi ha avuto una brutta sorpresa: il rating dell'Italia è stato confermato. Andiamo avanti! Il cambiamento sta arrivando». Matteo Salvini invece attacca: «È un film già visto. Le agenzie di rating non si sono accorte della crisi mondiale? In Italia non saltano né banche né imprese».​

I RISCHI PER IL PAESE SE SI SCENDE SOTTO L'INVESTMENT GRADE

La decisione arriva dopo che l'agenzia Moody's ha declassato il nostro Paese a Baa3, mantenendo un outlook stabile sul debito pubblico italiano. A fine agosto, invece, Fitch aveva confermato il rating a Bbb, ma rivedendo l'outlook da stabile a negativo. Standard & Poor's, quindi, era l'ultima agenzia - è anche la più grande - ad esprimersi nel 2018. L'Italia si mantiene per adesso sopra il "non investment grade", che sarebbe la soglia sotto la quale la situazione diventerebbe molto critica per il nostro Paese. Esistono infatti regolamenti che obbligano i fondi obbligazionari a disfarsi dei titoli sotto l'investment grade, perché giudicati speculativi. Se due agenzie portassero l'Italia sotto l'investment grade, Goldman Sachs ha calcolato che potrebbero scattare vendite di titoli pubblici italiani per 100 miliardi. Per quanto riguarda invece gli acquisti da parte della Bce, questi sono possibili finché il nostro Paese non scende sotto l'investment grade per tutte e quattro le maggiori agenzie di rating: le tre americane e la canadese Dbrs, storicamente più generosa nei confronti dell'Italia (l'attuale giudizio è BBB high).

Nell'ultima giornata di contrattazioni settimanali e poche ore prima del giudizio di S&P's, la tensione sui mercati (qui l'andamento ora per ora) è rimasta alta, nonostante un parziale ripiegamento dello spread tra Btp e bund tedeschi, che ha toccato quota 309 dopo un'impennata a 318. La distanza rispetto ai titoli greci si è assotigliata a 63 punti, per poi risalire a 80. Alta la tensione sulle banche italiane, le più esposte per la quota di titoli di Stato nei loro portafogli. In particolare hanno sofferto Azimut (-3,69%), Fineco (-3,07%), Mediobanca (-2,7%), Ubi (-2,44%), Banco Bpm (-1,94%), Unicredit (-1,4%) e Intesa (-0,79%), che ha tentato una risalita nel finale. In controtendenza Mps (+0,82%), invariata Carige (leggi qui l'approfondimento sui dieci anni neri per le banche italiane in Borsa).

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