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31 Ottobre Ott 2018 1453 31 ottobre 2018

Il boom delle attività di lobbying a Washington

Nei primi mesi del 2018 sono stati spesi 2,6 miliardi, il livello più alto in tre trimestri dal 2010 e 100 milioni di dollari in più rispetto allo stesso momento del 2017.

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Ogni professionista sa che gli Stati Uniti sono un contesto dalle caratteristiche uniche per chi si occupa di rappresentanza degli interessi. Un ambiente che abbiamo visto dipinto, a tinte più o meno forti, in decine di libri, serie televisive e film (come non citare Thank you for smoking) e che si basa su un insieme di regole e situazioni difficilmente esportabile in altri contesti nazionali. È però sempre utile guardare agli Usa per identificare trend interessanti, buone pratiche e fenomeni che possono aiutarci a inquadrare l’evoluzione di un settore spesso sotto i riflettori nei momenti critici e trascurato nel suo normale svolgimento.

Il sito web specializzato OpenSecrets.org, animato dal Center for Responsive Politics, è da sempre un punto di riferimento importante per chi è alla ricerca di informazioni aggiornate sul mondo del lobbying. In un articolo pubblicato di recente, l’esperto Karl Evers-Hillstrom passa in rassegna i livelli di spesa registrati in questi mesi del 2018, mettendo in evidenza un aspetto interessante: le cifre sono da record. Sono stati spesi infatti 2,6 miliardi, il livello più alto in tre trimestri dal 2010 e 100 milioni di dollari in più rispetto allo stesso momento del 2017. I numeri così come ci vengono forniti sono di grande impatto, ma è ancora più utile andare in profondità e analizzare quali sono gli attori che hanno deciso di investire più risorse in un’attività che è strategica per il business. È abbastanza spontaneo pensare che un appuntamento così rilevante come le prossime elezioni di midterm, il primo momento di svolta a livello politico dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, richieda uno sforzo supplementare per ingaggiare tutti i decisori pubblici, attuali o potenziali, di interesse.

IN CIMA AI TOP SPENDER LA NATIONAL ASSOCIATION OF REALTORS

Se andiamo ad analizzare i cosiddetti top spender vediamo che al primo posto c’è la National Association of Realtors, una vera e propria corazzata nel mondo statunitense della rappresentanza degli interessi. Si tratta infatti di un network che include oltre 1,2 milioni di professionisti del settore immobiliare e che da luglio a settembre ha messo in campo un budget di 26,4 milioni di dollari, superando la soglia di 11,1 milioni di dollari spesi nello stesso trimestre dello scorso anno. In questo caso, la connessione tra aumento della spesa ed elezioni di medio termine è palese: è stata la stessa presidentessa, Elizabeth Mendenhall, a riconoscere che tra i maggiori temi della campagna elettorale vi sono anche la proprietà della casa e gli investimenti nel real estate. Costruire rapporti con i decisori e contribuire a rappresentare la propria posizione in modo autorevole e continuativo è un’attività che richiede certo risorse adeguate, ma anche un timing adatto. Le azioni di lobbying non devono dunque necessariamente scattare quando vi sono criticità o rischi di un cambiamento frettoloso della normativa esistente, ma anche quando l’agenda pubblica è in formazione ed è prioritario fare in modo che tutte le prospettive vengano prese in considerazione.

Nella Top Ten anche il settore energetico, con il colosso californiano PG&E Group

A sorpresa, dice il sito web, la US Chamber of Commerce si ferma al secondo posto della classifica, con una spesa in questo trimestre di 25 milioni di dollari. Una medaglia d’argento, per così dire, che non le toglie però il primo posto nella classifica generale, dato che ha investito finora nell’arco del 2018 oltre 69 milioni di dollari. Altri nomi degni di nota che occupano le altre posizioni: l’Open Society Policy Center, che gravita nella galassia di George Soros (con una spesa totale che ha toccato i 20,5 milioni di dollari, il doppio rispetto allo stesso momento dell’anno scorso). Entra poi nella Top Ten anche il settore energetico, con il colosso californiano PG&E Group: un ingresso in classifica non casuale, dato che la utility è stata coinvolta nel dibattito innescato dall’emergenza incendi nello Stato ed è passata in poco tempo da risorse limitate per le attività di lobbying a un livello significativo.

ALTRO SETTORE STRATEGICO: LE TELECOMUNICAZIONI

Un altro settore che deve pianificare importanti azioni di lobbying è quello delle telecomunicazioni: non è un caso che il posto successivo sia occupato dal gigante cinese Zte, che ha quadruplicato le risorse destinate alla rappresentanza di interessi. La spesa per il 2018 ha toccato sinora i 2,2 milioni di dollari (l’anno scorso si era fermata in questo momento dell’anno a 420 mila dollari) ed è stata evidentemente determinata dalla necessità di reagire in modo efficace alle sanzioni comminate dalle autorità americane alla società di Shenzhen, accusata di aver violato i limiti imposti ai player che operano nel mercato nordamericano nei loro rapporti con Iran e Corea del Nord.

Il caso della utility californiana e della multinazionale cinese dimostra come una crisi in ambito istituzionale e regolatorio abbia un impatto determinante sulla definizione delle voci di spesa all’interno di un’azienda. Seguono poi altri attori più o meno noti del panorama statunitense: la società MBIA (coinvolta per la copertura assicurativa di Porto Rico in relazione ai danni provocati dall’uragano Maria), Alphabet (Google), Amazon e Facebook. Che sia parte di una strategia oramai consolidata e ripetuta nel tempo o frutto di un intervento destinato a reagire ad un improvviso cambio di scenario, gli investimenti in lobbying sono sempre determinati dall’analisi delle esigenze di un’azienda in un dato momento e guidati da obiettivi chiari e condivisi.

Gianluca Comin è professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma
Twitter: @gcomin

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