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RIFLESSIONI IN BICICLETTA
31 Ottobre Ott 2018 1142 31 ottobre 2018

I costi delle politiche che promettono un ritorno al passato

Da Bolsonaro a Trump, passando per Salvini e Di Maio, l'ondata di nostalgia si sta propagando. La storia però ci insegna che si tratta di ricette fallimentari.

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Cinque anni fa Thomas Piketty presentò uno dei libri di economia più discussi degli ultimi anni, intitolato Il Capitale del XXI Secolo. Il titolo, un’allusione a una possibile “riedizione” di uno dei testi economici più influenti della nostra storia, mette in chiaro l’intento provocatorio e stimolante. Il libro è straordinariamente documentato ed è uno dei primi sforzi seri in questo secolo di affrontare l’argomento delle disuguaglianze, la cui dinamica sta incidendo sensibilmente nelle politiche economiche di molti Paesi (leggi anche: Auguri Marx: cosa resta delle sue idee a 200 anni dalla nascita). La tesi di fondo del libro è che la rendita da capitale sia fonte di arricchimento ben più del reddito da lavoro: è molto meglio sposare un’ereditiera piuttosto che esprimere il proprio talento lavorando. Il libro non è esente da posizioni ideologiche, ma ciò non toglie che sia un’occasione di riflessione, ancor di più oggi che registriamo in Brasile l’ennesima vittoria di un candidato - Jair Bolsonaro - che fa della nostalgia il suo vessillo.

Da quell' «again» del Make America Great Again di Donald Trump, la retorica politica è sempre più impregnata di promesse di ritorno al passato. Rassicurante, meno diseguale, libero delle incertezze di cui è avvolto il futuro. Una ricetta che piace, e che conquista elettori in India (Modi), nelle Filippine (Duterte), negli Usa (Trump), in Italia (Salvini e Di Maio), in Turchia (Erdogan), in Ungheria (Orban) e in molti altri Paesi. Dove non vince, riesce comunque a portare risultati senza precedenti (Le Pen in Francia), o a far prevalere l’idea di “ripristinare condizioni precedenti” al di sopra di qualunque uomo-simbolo (Brexit). Questa voglia di passato deriva senz’altro in parte da meccanismi psicologici molto banali: è normale rimpiangere anni in cui si era più giovani, sani, forti e belli. Ed è normale avere meno paura del passato che del futuro, perché solo il futuro contiene delle incognite, mentre il passato è acquisito, immutabile, monolitico.

IL PEGGIORAMENTO DELLE CONDIZIONI DEL LAVORO

Bisognerebbe ricordarsi, però, che nel passato avevamo le medesime incertezze sul nostro futuro prossimo, e che quando eravamo nel passato non eravamo affatto convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili; proprio per migliorare le condizioni in cui vivevamo abbiamo fatto le scelte che ci hanno portato dove siamo. È innegabile che, guardando al passato, ci siano elementi che rappresentano emblematicamente quanto il mondo sia diverso e, secondo un lecito punto di vista, peggiore. Uno di questi è il lavoro, come aveva colto Piketty: siamo abituati a pensare che le persone si identifichino e spesso si definiscano con il loro lavoro. Operai, impiegati, insegnanti, ingegneri sono categorie oltre che professioni. Il lavoro era fonte di reddito, di status sociale, di amicizie, relazioni e senso di appartenenza e comunità. Impegnarsi per “fare carriera” e/o lottare per ottenere migliori condizioni di lavoro ha creato yuppies e sindacati, ma oggi entrambe le cose sono decisamente fuori moda. Oggi a molti lavoratori viene detto che già poter avere un posto di lavoro è un privilegio, ad altri viene chiesto di lavorare praticamente gratis per poter inserire in curriculum un’esperienza qualificante, altri ancora vengono invitati a pagare per lavorare, a “investire su se stessi” comprando esperienze e visibilità. Le promozioni che cerca un lavoratore oggi sono quelle commerciali, gli sconti, perché quelle sul lavoro sono sempre più rare e insignificanti.

OGGI IL VERO SOGNO È LIBERARSI DAL LAVORO

E proprio questa pressione sui prezzi dei prodotti di consumo finisce per indurre le imprese a cercare competitività contenendo i costi del personale, cui negli anni è stata chiesta sempre maggiore specializzazione, dedizione, disponibilità… molti temono che le macchine possano finire per rimpiazzare l’uomo in ogni tipo di lavoro, vedremo come andrà, ma di certo la macchina è già oggi divenuta un modello di lavoratore-tipo. E poiché i suoi standard sono impossibili da eguagliare, tutto il sistema-lavoro è ammantato dalla frustrazione. Il peggioramento delle condizioni del lavoro è talmente palpabile che ha finito per condizionare anche aspetti insospettabili: negli Anni 60 o 70 vincere la schedina del Totocalcio spesso realizzava sogni attraverso un rilancio lavorativo: l’operaio si metteva in proprio, il sottocuoco comprava un suo ristorante. Oggi i concorsi hanno cambiato volto e nome, adeguandosi ai tempi, si chiamano “turista per sempre” o “turista per 10 anni”: la realizzazione del sogno è liberarsi dal lavoro, la vera ambizione è l’ozio godereccio.

Perché le ricette economiche dei populisti sono superate

I populisti propongono ricette economiche basate sull'indebitamento ma si tratta di una ricetta vecchia che non funziona più.

La ricetta economica di chi promette il ritorno al passato viene definita “populista”, ha interpreti diversi ma chiare connotazioni comuni: enfatizza i concetti di crescita e di distribuzione del reddito e sminuisce i rischi di inflazione, gli impatti del deficit, i vincoli esterni, le ripercussioni economiche e le reazioni degli agenti economici a politiche ostili al mercato. Quello che la storia ci insegna, delle precedenti esperienze populiste, è che si tratta di politiche fallimentari, e che il loro fallimento avviene a un rilevante costo sociale, prevalentemente sulle spalle dei gruppi sociali che promettevano di voler tutelare: le classi meno abbienti.

VA RISCOPERTA L'ETIMOLOGIA DEL TERMINE "MINISTERO"

La nostalgia di un passato che oggi appare privo di incognite e di carenze induce molti a rifiutare tutto ciò che fa parte del presente: c’è una gran voglia di “sglobalizzazione”, nella superficiale speranza che questo porti indietro le lancette dell’orologio, a un tempo in cui la tecnologia si limitava a svolgere lavori meccanici e ripetitivi e ancora non minacciava di sostituire l’uomo anche nei lavori concettuali o creativi. E chi si erge a portavoce di questa istanza di cambiamento sotto forma di ritorno al passato (l’idea più fresca è quella di concessioni ventennali di appezzamenti di terra da coltivare alle famiglie con tre figli) lo fa con un cipiglio altezzoso, impudente, sembra quasi dire: «Sono un ministro, mi devi rispetto e obbedienza, il popolo è con me, se hai opinioni diverse ti devi candidare». Ho provato anch’io a pescare nel passato, andando a vedere l’etimologia della parola “ministero”: viene dal latino ministerium e significa ‘servizio, ufficio, carica, impiego’, è una derivazione del sostantivo minister che significa ‘servo’. Insomma, chi tende un orecchio al passato dovrebbe sentire una voce che dice «meno cipiglio, e più umiltà, caro ministro».

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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