Elezioni Midterm Usa
Elezioni di midterm negli Usa
Trump Economia Usa
BASSA MAREA
6 Novembre Nov 2018 0800 06 novembre 2018

Come sta l'economia degli Usa dopo due anni di Trump

Il mercato del lavoro è in espansione. Ma lo è anche il debito federale. Dai tagli fiscali al problema del risparmio interno: uno sguardo ai dati americani, alla vigilia delle elezioni di midterm.

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Donald Trump sta raccogliendo i frutti della più lunga fase espansiva del mercato del lavoro americano, 95 mesi ormai di continua crescita. Gli elettori vedono il lavoro, sia pure nella quasi totalità contratti “atipici” come lo furono al 94% quelli dell’era Barack Obama, ma comunque un’occupazione e una paga, e vedono meno il debito federale, che è raddoppiato con l'ex presidente e continua anche ora a crescere a perdita d’occhio. Adesso la disoccupazione è sotto il 4% della forza lavoro, il dato migliore da 49 anni, e la crescita del secondo trimestre 2018 sopra il 4% del Pil, su base annua (il 3,5 nel terzo trimestre), mentre per la prima volta da 20 anni circa sono più i nuovi posti di lavoro che i disoccupati e la Borsa, nonostante gli scossoni del 2018, ha ancora indici superiori del 30% circa a due anni fa. «L’economia più forte di tutti i tempi», tuona Trump mai a corto di trionfi. «Nessuno ha mai visto una cosa così».

PRIMA LE IMPRESE (E I REDDITI ALTI), POI LE FAMIGLIE

Trump ha saputo raccogliere notevoli lealtà e ha certamente una base, ma suscita anche disprezzo disistima e ostilità, più di qualsiasi altro presidente. La mattina del 7 novembre, dopo le elezioni di midterm, sapremo che cosa pesa di più. I criteri per valutare i risultati sono chiari: se perde più di 23 seggi - e con essi la maggioranza - alla Camera è una sconfitta, se perde più di 40 seggi una disfatta, se mantiene la Camera anche per un soffio una vittoria. In economia contano le percezioni, al momento del voto. Poi, sulla distanza, conta molto di più la realtà. Trump è stato eletto due anni fa su uno sfondo di crescita deludente, di salari reali fermi da 10 se non 20 anni o quasi, di crescenti diseguaglianze economiche con tre quarti e più del Paese che andavano indietro e solo il 10% che procedeva spedito, e sulla spinta di una diffusa insicurezza economica che tre generazioni di americani mai avevano conosciuto. Proviamo Trump, si sono detti, con il suo slogan MAGA, Make America Great Again. Nonostante i suoi legami con l’alta finanza, Trump si presentava come il vendicatore dei piccoli contro le malefatte dei grandi banchieri, difensore di Main Street contro Wall Street.

Il taglio fiscale vale meno della metà di quello targato Reagan, ma Trump lo ha ugualmente definito «il più grosso mai deciso nella storia del nostro Paese»

Non c’è stato nulla di tutto questo. La promessa solenne di tornare a una versione aggiornata della legge bancaria Glass-Steagal l (separazione tra raccolta del risparmio e banca commerciale da un lato e banca d’affari dall’altro), simbolo di tutte le punizioni ai banchieri disinvolti, è stata disinvoltamente accantonata nel maggio 2018 dal banchiere d’affari Steven Mnuchin, ministro del Tesoro. La politica economica è quella classica dei repubblicani, centrata sui tagli fiscali, che privilegiano comunque le imprese (dal 35 al 21% l’imposta sugli utili, che già per i maggiori gruppi è attorno al 18%) e i redditi più alti. La famiglia media potrà comunque contare su circa 2 mila dollari di minori imposte all’anno, con un calcolo a spanne. I tagli al fisco d’impresa sono sine die, quelli per le famiglie fino al 2025. In totale il taglio vale, con conseguente diminuzione di gettito fiscale, l’1,1% del Pil ed è meno della metà di quello targato Ronald Reagan nel 1981, ma Trump lo ha ugualmente definito «il più grosso mai deciso nella storia del nostro Paese». È inferiore anche a quello di Kennedy-Johnson e a quelli di Bush figlio, come prorogati da Obama.

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IL DEBITO CORRE VERSO I 25 MILA MILIARDI

L’attuale presidente repubblicano ha poi fatto una sintesi fra fiscalità repubblicana (tagli alle imposte) e protezionismo commerciale, da sempre cavallo di battaglia più del sindacato e dei democratici che dei repubblicani. I repubblicani hanno completamente cambiato linea non solo su questo, ma anche su deficit e debito federali. Mentre con Obama imposero tagli lineari a tutti i ministeri per ridurre l’aumento di deficit e quindi del debito, ora dicono, con il presidente, che il debito dovuto allo stimolo si pagherà da solo, generando nuove entrate. Ma il Congresso ha calcolato che i tagli di Trump faranno mancare 1.550 miliardi di gettito in 10 anni dei quali 500 milioni recuperati, si spera, grazie a un’economia pimpante. Ma questo extra gettito è sempre una speranza, una promessa, solo in pochi casi nella storia dei tagli fiscali una realtà. Non lo fu con i tagli fiscali reaganiani, pur in parte mitigati da successivi aumenti di imposte, e che quasi triplicarono il debito pubblico (da 998 a 2860 miliardi). Anche con Trump il debito corre e il Cbo (Congressional Budget Office) e lo stesso Bilancio federale 2019 dicono che Donald lascerà a fine mandato nel 2020 un debito attorno ai 25 mila miliardi avendone ereditato da Obama, che lo aveva raddoppiato, uno di poco più di 20 mila. La relativa euforia dell’economia americana è quindi in gran parte a prestito, se si aggiunge che anche l’indebitamento delle famiglie è ai massimi storici, oggi vicino ai 13 mila e 500 miliardi di dollari.

Il presidente statunitense Donald Trump.
ANSA

Barry Eichengreen, storico dell’economia e politologo a Berkeley, i Nobel Edmund S. Phelps e Angus Deaton, e altri, hanno discusso giorni fa l’economia trumpiana. Per Eichengreen le parole d’ordine contro l’immigrazione, per il protezionismo e per il nazionalismo – o se si vuole contro il multilateralismo – hanno funzionato perché agivano su una realtà di crescita insoddisfacente e di crescenti diseguaglianze economiche, particolarmente forti in America, e di incertezza economica. In più, Trump giocava la carta identitaria di un elettorato che si sentiva negletto, deplorables come li definiva nel 2016 Hillary Clinton, e che ha visto in lui il suo campione. L’occupazione manifatturiera è cresciuta con Trump di 400 mila unità, accelerando una ripresa in corso da otto anni dopo i crolli del decennio scorso. I conti con l’estero, che Trump aveva promesso di raddrizzare, sono sempre in rosso, passati per merci e servizi dai 40 miliardi di deficit mensile nel settembre 2016 ai circa 53 miliardi del settembre 2018. Gli americani hanno più soldi e acquistano di più prodotti stranieri che ormai hanno un mercato consolidato e che difficilmente il protezionismo potrà sradicare. Secondo Deaton, i tagli fiscali sono stati sbagliati perché decisi in una fase già espansiva. E per Phelps manca qualsiasi visione su come sorreggere innovazione e produttività, veri motori dello sviluppo.

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L'ANNOSA QUESTIONE DEI CONTI CON L'ESTERO

Stephen Roach, ex capo economista di Morgan Stanley e oggi professore a Yale, ritiene poi che sia molto difficile per Trump non solo invertire, ma frenare la tendenza dei conti con l’estero, ormai sempre in rosso dal lontano 1982 e con l’unica eccezione (ma a causa della guerra in Iraq pagata in parte notevole dai trasferimenti degli alleati europei e asiatici) del 1991. Lo squilibrio con l’estero è inevitabile perché il risparmio è bassissimo oggi, pari all’1,9% del reddito disponibile contro una media del 6,3 negli ultimi 30 anni del secolo scorso. Senza risparmio interno, il Paese deve attirare risparmio straniero e questo avviene con lo squilibrio dei conti con l’estero. L’America, sostiene Roach, non è - come invece dice Trump - quel «salvadanaio al quale tutti vogliono attingere» vendendo le loro mercanzie, ma una nazione che spende troppo risparmia troppo poco e ha bisogno del risparmio degli altri. Ma queste considerazioni spiegheranno, eventualmente, il domani. Oggi Trump ripete la domanda che Reagan fece agli americani nell’autunno del 1980, dopo quattro anni di Jimmy Carter: «State meglio?». Allora fu un “no”. Oggi potrebbe essere “sì”. Sapremo fra poche ore se i dollari in più nelle tasche di molti faranno la differenza per un presidente che non ha certo elevato i toni del dibattito nazionale.

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