Nocciole Italia Turchia Pernigotti
Economia
10 Novembre Nov 2018 1500 10 novembre 2018

C'è un piano italiano per affrancarsi dalla nocciola turca

Pernigotti emigra nella penisola anatolica, i grandi gruppi nazionali lavorano per ridurre la dipendenza dal Paese di Erdogan nell'approvigionamento della materia prima. Storia di una autarchia ragionevole. 

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Pernigotti chiude la fabbrica su indicazione della proprietà turca, tutti gli altri tentano di restare il più lontano possibile dalla penisola anatolica: dietro la crisi dell'azienda di Novi Ligure di proprietà del gruppo Tuksoz e che ha smentito la delocalizzazione, anche se comunque la fabbrica che dà lavoro a 100 persone è destinata a chiudere, c'è anche una storia di tentata autarchia della nocciola. L'Italia, infatti, primo produttore europeo con una quota globale del 12%, è impegnata nel tentativo di ridurre la dipendenza dalla Turchia, primo produttore di nocciole del mondo con una quota del 70% e di fatto dominus dei prezzi. Per anni il nostro Paese non ha considerato un problema dipendere almeno in parte dalla produzione anatolica, dove le nocciole sono disponibili a un costo più basso (la forchetta attuale segna una differenza di prezzo del 30%), ma qualcosa negli ultimi anni sta cambiando.

PRIMO OBIETTIVO: SGANCIARSI DALLA LIRA TURCA

«C'è un tentativo in corso dai grandi gruppi della produzione dolciaria di affrancarsi dalla dipendenza turca essenzialmente per una questione di stabilizzazione dei prezzi», spiega a Lettera43.it Ivano Scapin, redattore del sito specializzato Nocciolare, dove sono presenti diversi approfondimenti su andamenti dei prezzi e politiche commerciali. La crisi turca, con i violenti “strappi” della moneta locale sui mercati valutari, è una variabile impazzita che le aziende italiane non possono permettersi di sopportare, tanto più che a metà settembre il presidente ha imposto l'uso della moneta locale in tutte le transazioni commerciali internazionali.

A DECIDERE IL PREZZO A LIVELLO GLOBALE È ERDOGAN

Ma c'è di più: la produzione di nocciole in Turchia è fortemente influenzata dalle decisioni del governo attraverso un'agenzia nazionale, Tmo, che ritira dal mercato a prezzi fissati l'extraproduzione, in maniera da sostenere i prezzi e aiutare i produttori. Si tratta di un meccanismo di riduzione artificiale dell'offerta simile a quello utilizzato in Europa per il latte, o dall'Opec con il petrolio, con la differenza che in questo caso le chiavi sono in mano a un uomo solo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, della cui affidabilità gli europei in questo momento hanno più di un motivo per dubitare. E, tuttavia, nella battaglia a sostegno della nocciola nazionale a muoversi, per adesso, sono solo le aziende.

L'IMPEGNO DI LOACKER E FERRERO

I front runner di questa battaglia sono essenzialmente due: la Ferrero e la Loacker. La prima azienda ha lanciato ad aprile di quest'anno il progetto “Nocciola Italia” che mira a portare i terreni coltivati in Italia da 70 mila a 90 mila. La produzione italiana oggi è pari a 110 mila tonnellate l'anno. Il progetto prevede una mappatura dei terreni più adatti d'intesa con le regioni, il sostegno ai coltivatori nel monitoraggio dello stato di salute dei noccioleti, accordi di filiera che assicurino ai coltivatori acquisti costanti nel corso degli anni. Nei primi sei mesi, Ferrero dichiara di aver già raggiunto il 30% degli obiettivi che si era data. Accordi di filiera sono stati stipulati in Piemonte, Lazio, Lombardia, Umbria e Basilicata.

Loacker, invece, si muove sia sul fronte della produzione con terreni in Toscana sia sul fronte del sostegno a coltivatori terzi. A febbraio è stato lanciato il progetto Noccioleti italiani che, insieme a Intesa Sanpaolo, garantisce sostegno sia tecnico che finanziario per la messa a coltivazione di altri 2.800 ettari sul territorio nazionale, in Veneto, Friuli Venezia Giulia, Toscana e Lazio. Il sostegno finanziario è essenziale perché la pianta di nocciolo, che ha una vita utile di oltre 50 anni, inizia a produrre solo dal quinto ed entra in pieno regime all'ottavo. Fondamentale, quindi, poter contare su finanziamenti con un lungo preammortamento.

NON SEMPRE PICCOLO È BELLO

In realtà la corsa ai noccioleti non è partita nel 2018, ma prima: «Negli ultimi quattro anni, i terreni messi a coltivazione in Piemonte sono raddoppiati: da 12 mila a 24 mila ettari» spiega Franco Ramello, Coldiretti. «Il ritorno in Italia è dovuto essenzialmente al fatto che la qualità della nocciola italiana è migliore dal punto di vista organolettico, ma certo c'è anche uno sforzo dell'industria trasformatrice per garantirsi un rifornimento costante». Coldiretti lamenta inoltre controlli molto scarsi sulle aflatossine, le micromuffe cancerogene presenti nella frutta a guscio. Certo è che sul mercato dei consumatori l'utilizzo di sole nocciole italiane diventa un marchio di qualità importante e spendibile a livello di marketing, anche se ai livelli di produzione attuali i grandi gruppi come la Ferrero non possono garantirla. Altrettanto vero è che la produzione italiana è soprattutto organizzata in piccole e medie realtà, appezzamenti inferiori ai 10 ettari che possono garantire una produzione sì pregiata, ma che quando è inferiore ai 400 quintali porta fatturati annui di massimo 160 mila euro, non abbastanza per avviare piani di investimenti consistenti. Non sempre piccolo è bello.

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