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Economia
17 Novembre Nov 2018 1200 17 novembre 2018

La Cooperativa italiana pavimenti e il sogno di Bernardo Saglietto

La crisi stava per spazzare via fabbrica e lavoratori. Ma grazie a Bernardo Dino Saglietto, i dipendenti hanno lottato per la loro fabbrica. 

  • Andrea Aimar
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La strada provinciale 193 collega Sommariva Bosco a Cavallermaggiore, due paesini della provincia di Cuneo. Per una decina di chilometri procede scortata su entrambi i lati da giornate di terra, l'antica misura piemontese utilizzata ancora oggi, coltivate prevalentemente a mais. Solo alla metà della sua lunghezza subisce un’interruzione e si arrampica su di un cavalcavia per far spazio alla più importante A6: l’autostrada che porta da Torino a Savona. Arrivando da Sommariva Bosco, poco prima della salita del cavalcavia, parte sulla destra una stradina dove l’asfalto si mischia alla terra dei campi. Anche la toponomastica tradisce la vocazione di questi luoghi: Località Grangia, origine latina per un nome che si addice ai granai e alle sementi. Così un po’ stupisce che la strada, dopo un paio di curve a gomito, termini davanti ai cancelli di una fabbrica. La storia dello stabilimento in mezzo alla campagna vanta almeno tre inizi. Il primo nel 1992, l’anno in cui la Intec iniziò a produrre qui pavimenti sopraelevati. Il secondo a settembre 2012 quando la Cooperativa Italiana Pavimenti (Cip) permise di non fermare le macchine dopo il fallimento. Il terzo nell’agosto 2017, nelle settimane dopo la morte di Dino.

Un ritratto di Bernardo Saglietto, morto sul lavoro nell'agosto 2017.

La crisi si è fatta sentire nei primi mesi del 2012, l’onda lunga del 2008 impattò anche il settore dell’edilizia e all’Intec di Sommariva Bosco iniziarono le sofferenze. Un mercato in calo, problemi di liquidità e i crediti insoluti portano nel giro di pochi mesi al fallimento. Siamo a luglio del 2012, nello stabilimento di Località Grangia lavoravano un centinaio di persone tra operai, rete di commerciali e parte amministrativa. Erano soprattutto quelli alle linee, i circa 30 addetti che facevano andare le macchine, a non arrendersi alla chiusura. Fu Ornella Catalano, la moglie di Bernardo Saglietto - l’operaio più esperto che lavorava in azienda dal 1992 -, a suggerire una possibilità. «In quei giorni ero andata a parlare al mio commercialista che mi aveva proposto l’idea della cooperativa», racconta. «Così in pochissimo tempo abbiamo fatto alcuni incontri e poi siamo approdati a Confcooperative». Il suggerimento del commercialista fu quello di tentare la strada del recupero d’impresa, detto anche workers buyout. In Italia dal 1985 c’è una legge, la Marcora, che permette agli ex-dipendenti di un’azienda fallita o in crisi, di rilevarla costituendosi in cooperativa. Sono previsti dei finanziamenti ma i lavoratori devono mettere la loro parte per contribuire al capitale sociale.

«SE I CLIENTI NON CONOSCONO LA CIP, LA CIP DEVE FARSI CONOSCERE»

Il rischio, la paura di non farcela, scoraggiò la maggior parte degli operai della Intec. Ripartirono solamente in quattro: Bernando Saglietto, Adriano Allocco, Carlo Giordanengo e Marco De Michelis. Anche Ornella, che alla Intec non aveva mai lavorato, decise di aiutare il marito e la nuova cooperativa. «Dalle banche non ci è arrivato niente», ricorda. «Abbiamo messo tutti i nostri risparmi e siamo ripartiti come conto terzisti, non avevamo più la forza per avere una rete commerciale. I primi sei mesi sono stati veramente brutti, magari lavoravano un giorno o due alla settimana. Non ci pagavamo per avere la liquidità per i fornitori. Dopo il fallimento la linea telefonica era staccata, ci fosse stato anche qualcuno interessato non ci rintracciava più. E sappiamo che quando qualcuno non risponde più al telefono pensi che sia finita la storia». Fu di nuovo Ornella a immaginare una soluzione: se i clienti non conoscono la Cip, la Cip deve farsi conoscere. Così i soci decisero di fare un giro per l’Italia per incontrare ceramisti, architetti e visitare le fiere di settore. I nuovi clienti iniziarono ad arrivare e il fatturato a crescere.

Dino Saglietto all'interno dello stabilimento che ha contribuito a salvare (dalla Rete).

Angelo Romano è il direttore amministrativo, dopo un periodo alle linee ha organizzato l’attività degli uffici. Ha uno spiccato accento campano, con il quale, scherzosamente, racconta: «I nostri pavimenti stanno pure a Mondo Juve. Io sono tifoso del Napoli, quando ho visto la commessa non volevo accettare». È lui a spiegare a L43 la produzione: «Facciamo pavimenti sopraelevati. I nostri clienti ci mandano la piastrelle, noi realizziamo il supporto e la finitura che preferiscono. Escono fuori dei pannelli con dei ‘piedini" che permettono una pavimentazione con lo spazio sotto per far passare cavi, impiantistica varia o l’acqua se parliamo di terrazze. Lavoriamo soprattutto per banche, uffici, ospedali, mense. All’estero anche per abitazioni private, qua in Italia meno».

I 22 SOCI DELLA COOPERATIVA ITALIANA PAVIMENTI

Attualmente alla Cip sono impiegate 22 persone, tutti soci. La maggior parte è adibita alle linee di produzione. Quando le cose hanno iniziato ad andare meglio, i primi richiamati sono stati alcuni degli ex colleghi, quelli che alle prime riunioni non se l’erano sentita di rischiare. Ma ci sono anche dei ragazzi nuovi che con la storia dell’Intec e del recupero non c’entrano nulla. Uno dei maggiori clienti è invece un ex collega, è rimasto in azienda sino al fallimento. Faceva il commerciale e ha deciso di mettersi in proprio fondando l’Apptec ad Alba. Tutte le commesse che ottiene le porta a Sommariva a chi, prima, lavorava con lui. «Mio marito era l’anima del progetto, conosceva le nostra macchine come nessun altro», dice ancora Ornella. «Quando è mancato ho detto ai ragazzi: "Io non voglio e non posso abbandonare. Se ci siete voi continuiamo". Tutti si sono impegnati molto. Uno di loro mi ha detto: "Fino ad adesso siamo vissuti nella bambagia, ora dobbiamo tiraci su le maniche"». Quando Ornella parla di suo marito, Bernardo detto “Dino” Saglietto, è seduta alla scrivania principale dell’ufficio della direzione. Dietro di lei è appesa al muro una fotografia ingrandita che ritrae sorridenti, e con sullo sfondo la Tour Eiffel, lei, Dino e loro figlio Josef. Dal 3 agosto 2017, la data dell’incidente, la Cip è diventata anche un luogo di testimonianza della perseveranza e del sogno di Dino.

L'ASTA E LA BATTAGLIA CON «IL MILANESE»

Dopo i primi tempi di affitto della struttura e delle linee, l’ex Intec è stata messa all’asta. Dopo le prime tre udienze andate deserte, alla Cip hanno deciso di presentare l’offerta per comprarsi definitivamente la fabbrica. «L’asta partiva da 3.660.000 euro», racconta Ornella, «noi siamo riusciti a mettere insieme 1.260.000. Quando siamo arrivati al tribunale di Asti ci siamo accorti di non essere soli. Si è presentato un tizio di Milano, che secondo noi era venuto solo per alzare il prezzo». A quel punto l’asta è stata fermata e l’udienza calendarizzata a gennaio del 2017. Per i soci è cominciato un periodo concitato pieno di apprensione e con la paura di non riuscire a ottenere la fabbrica che avevano salvato con tanta fatica. «Ci siamo messi a cercare i soldi per alzare l’offerta», prosegue Ornella, «non è stato facile, il sindaco di Cavallermaggiore Davide Sannazaro ci ha dato una mano. È arrivata molta solidarietà ma che difficilmente si traduceva in aiuti di tipo economico». Alla fine sono riusciti a mettere insieme 1.800.000 euro e con quella cifra l'hanno spuntata con «il Milanese» (così lo ricordano ancora oggi) che si ripresentò anche all’ultima udienza.

IL SOGNO DI BERNARDO "DINO" SAGLIETTO

Il 2 agosto del 2017 è stato il giorno più bello. È stato finalmente firmato il passaggio proprietà, la cooperativa è diventata padrona dello stabilimento e delle macchine, la firma il calce era quella del presidente Bernardo “Dino” Saglietto. Oggi Ornella Catalano è la presidente della Cip, siede al posto del marito. «Non potevo non continuare. Soprattutto per lui. I ragazzi sono stati fantastici, dopo che la pressa si è portata via Dino, ce l’hanno messa tutta. Non è stato facile ripartire senza Dino, era il perno di tutto». Su ogni parete dell’ufficio c’è una sua foto e appena entri sulla sinistra fa bella mostra una targa che ti accoglie spiegandoti dove sei arrivato: «In memoria di Bernardo Saglietto che ha dedicato la sua vita alla realizzazione di un sogno».

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