Lavoro Germania Reddito

La verità dietro i numeri su lavoro e reddito in Germania

Salari bassi, polarizzazione economica, aiuti sociali: la disoccupazione cala, ma aumentano indigenza e diseguaglianze. E il Quantitative easing della Bce aiuta solo i ricchi.

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Siamo abituati a pensare alla Germania come al paradiso dei lavoratori salariati, ma la realtà è ben diversa da quello che raccontano le statistiche. Non che esse mentano: è vero che la quota di disoccupazione è appena al 5,3%, dopo aver toccato un massimo dell’11,7% nel 2005. Solo che 3,7 milioni di lavoratori percepiscono uno stipendio inferiore ai 2 mila euro lordi al mese, pari a circa 1.600 euro netti al mese; e in totale sono 8 milioni i tedeschi che percepiscono una qualche forma di assistenza sociale: uno su 10. La marea di lavoratori a basso salario si lascia individuare da un altro numero: il 17,7% di questi 8 milioni è impiegato a tempo pieno, con una differenza spaventosa tra l’Est e l’Ovest. Nell’ex Ddr il 31,2% delle persone che ricevono sussidi ha un lavoro a tempo pieno. Non sono così servite a molto le politiche di apertura “socialdemocratica” dei governi guidati dalla cancelliera Angela Merkel: il salario minimo portato a 8,84 euro l’ora non riesce ad arginare la valanga. Il 19% dei tedeschi, secondo uno studio dello Statistisches Bundesamt, è a rischio povertà. La media dell’Unione è del 22,5%, ricomprendendo tutti i territori più svantaggiati come la Grecia e il Meridione italiano.

Quanto sta avvenendo in Germania è frutto delle politiche di riforma socialdemocratiche degli Anni 2000. Per affrontare la crisi economica impellente nel Paese, l’allora cancelliere Gerhard Schröder varò una serie di misure che comprendevano l’abbattimento delle aliquote fiscali per i più ricchi, il congelamento di fatto dei salari, e la diminuzione dei sussidi fiscali. Queste misure hanno avuto il merito di collocare la Germania nel nuovo profilo globalizzante di stampo asiatico: ridurre i costi del lavoro per offrire produzioni di alta qualità ed entrare così nei mercati orientali. È normale conseguenza dei disegni economici orientati alle esportazioni che la ricchezza si polarizzi, perché va a premiare i detentori del capitale rispetto ai lavoratori salariati. La ripresa tedesca da allora, con il benestare della nuova amministrazione targata Cdu, è stata però tremendamente diseguale. Il reddito medio delle famiglie appartenenti al 40% meno abbiente della popolazione è diminuito del 7% tra il 1999 e il 2015, mentre il 10% dei più ricchi ha visto il proprio reddito incrementare del 20% nello stesso periodo.

CRESCE LA "SEGREGAZIONE SOCIALE"

È pur vero che parte del fenomeno è dovuta alla nuova immigrazione e al fatto che più donne partecipano al lavoro (e guadagnano meno dei colleghi maschi). Ma è innegabile come le statistiche da record sulla disoccupazione nascondano un malessere ormai endemico, in quanto strettamente legato al concetto economico vincente. Oltre ai numeri, il problema è che la differenza sta creando nuove società separate che con difficoltà potranno essere unite di nuovo. Uno studio del berlinese Wissenschaftszentrums Berlin für Sozialforschung ha rilevato che la “segregazione sociale” è cresciuta nell’80% delle città tedesche tra il 2004 e il 2014. A ciò si aggiunge il problema della qualità del lavoro: la frammentazione dei diritti contrattuali, in favore del lavoro atipico, costringe a uno stile di vita molto diverso dal passato. Si prendano i casi di burn out: la cassa medica Aok (una delle più grandi) ha rilevato come nel 2004 otto persone su 1.000 si erano dovute allontanare dal lavoro per sfinimento, mentre nel 2015 sono state 101. Anche i casi di depressione sono aumentati considerevolmente, nonostante una battuta d’arresto tre anni fa.

Si sta creando di fatto una nuova nobiltà industriale nella quale le 45 famiglie tedesche più ricche posseggono lo stesso patrimonio del 10% dei tedeschi meno abbienti. Il primo 5% dei tedeschi più ricchi detiene il 51,1% del patrimonio. È forse la normalità: laddove si concentra il potere industriale, l’industria crea estrema ricchezza. Eppure, è innegabile che si stia tornando a livelli da romanzo della famiglia Mann. L’aspetto più preoccupante è l’impossibilità di attuare contromisure. A livello europeo, la politica dei tassi negativi applicati dalla Banca centrale (rifinanziamento a -0,4%, stabile dal 2016) non ha più modo di stimolare la crescita in maniera equilibrata per tutta la popolazione, proprio perché la struttura economica e sociale non è in grado di distribuire adeguatamente il credito. In tempi normali, un tasso simile porterebbe a livelli d’inflazione spaventosi, soprattutto dopo un periodo di tempo lungo (era il 2009 quando i tassi Bce scesero sotto l’1%). Nel caso tedesco, il credito non stimola l’inflazione perché va a beneficio delle operazioni industriali più grandi e degli investimenti immobiliari, creando ancora maggiori disparità di reddito.

AFD E VERDI CALAMITANO GLI SCONTENTI DELLA CDU

Non è quindi un caso se 1 milione di famiglie tedesche siano minacciate dalla povertà a causa dei costi degli affitti in aumento. Il rilevamento è della Sozialverband Deutschland, ente di rappresentanza socio-politica. Non è neanche un caso che i prezzi di acquisto degli immobili aumentino anche del 10% l’anno nelle grandi città. Si è tentato di porre un freno agli aumenti con una misura definita, per l’appunto, “Freno agli affitti” (Mietbremse), sorta di equocanone in derivazione teutonica, ma è servito a poco. Tutto questo rappresenta una minaccia per la stabilità politica della Cdu. I land meno abbienti sono andati verso la destra di Alternative für Deutschland, mentre in Baviera (e sembra in altre parti dell’ex Germania Ovest) stanno guadagnando terreno i Verdi. In altre parole, la gente è stanca della Cdu, ma non può andare verso i socialdemocratici perché essi hanno riformato la Germania in questo modo. Se poi il governo attuale è Cdu-Socialdemocratico, il calcolo della fine politica di Angela Merkel è fatto.

17 Novembre Nov 2018 1800 17 novembre 2018
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