Procedura Infrazione Manovra Europa
Economia
Aggiornato il 21 novembre 2018 20 Novembre Nov 2018 1706 20 novembre 2018

Cosa rischia l'Italia con la procedura di infrazione

Multe. Congelamento fondi. Taglio draconiano del debito pubblico. Ecco cosa ci aspetta in caso Bruxelles avviasse l'iter. 

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«Il verdetto dell'Unione europea non mi preoccupa». Il vicepremier Luigi Di Maio lo ripete come un mantra, eppure quel verdetto dovrebbe impensierirlo eccome. Non fosse altro per il motivo che, da quando la procedura di infrazione per debito è stata prevista dal legislatore comunitario, questa sarebbe la prima volta che viene attivata. E non è certo un primato incoraggiante: potremmo infatti essere i primi a saggiare la forza repressiva di Bruxelles.

«LA PROCEDURA È GIUSTIFICATA»

Già, perché come era prevedibile, il 21 novembre l'Europa ha bocciato la manovra italiana. Resta ora da vedere se sarà avviato l'iter di infrazione. «La nostra analisi di oggi, rapporto 126.3», ha scritto la Commissione, «suggerisce che il criterio del debito deve essere considerato non rispettato. Concludiamo che l'apertura di una procedura per deficit eccessivo basata sul debito è quindi giustificata». Non è però detta l'ultima parola. «Non significa che stiamo avviando ora una procedura per deficit eccessivo», ha chiarito il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, «perché ora spetta agli Stati membri» presentare entro due settimane la loro posizione «sulla nostra relazione». Se gli Stati confermeranno la posizione della Commissione allora, ha aggiunto Moscovici, «dobbiamo preparare la procedura e anche una nuova raccomandazione perché l'Italia corregga la traiettoria del deficit e del e debito».

COSA DICONO I TRATTATI

Detto questo, in caso finissimo sotto procedura, il nostro futuro sarebbe scritto nell'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (ex articolo 104 del Tce), che recita in modo ferale: «Gli Stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi». Tale procedura si incardina nel Patto di stabilità e crescita che, per usare la medesima terminologia degli eurocrati, ha due "braccia": una finalizzata a evitare che le politiche di bilancio vadano in direzioni potenzialmente problematiche, l'altra per correggere disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi.

I PARAMETRI DI MAASTRICHT

Stella polare dell'intera procedura sono due criteri: il disavanzo di bilancio dei Paesi membri non deve superare il 3% del prodotto interno lordo (Pil) e il debito pubblico non deve avanzare oltre il 60% del Pil. Parole diventate familiari a tutti gli italiani, scolpite il 7 febbraio 1992 sulla pietra del Trattato di Maastricht. Se il primo parametro non preoccupa, è il secondo - il limite del 60% del debito sul Pil – a crearci non pochi grattacapi in quanto quel confine lo abbiamo superato da tempo. Ormai è a più del doppio, avendo sfondato soglia 130% e, per quanto nelle previsioni del governo italiano dovrebbe scendere al 127,3% nel 2020, per i tecnici del Fondo monetario internazionale (Fmi) resterà invece a quella quota per almeno tre anni a causa della «bassa crescita e del debole progresso a livello sociale».

UN PROBLEMA DI DEBITO

Ecco perché la querelle tra Roma e Bruxelles si è avvitata su di un numero in linea con le regole comunitarie: 2,4%. È quello scritto dal governo M5s-Lega nel Def e indica il deficit che l'esecutivo farà nel 2019, dato che la manovra ha un costo che cresce a seconda di quanto elargisce. L'Italia poi sta già sforando l'altro parametro, quello sul debito, giunto a 2.326,5 miliardi di euro. Il 131%, appunto rispetto al Pil. Dieci anni fa era quasi 10 punti percentuali in meno e questo non tranquillizza affatto la Commissione (di contro, chi oggi sostiene la tesi di maggior lassismo comunitario ritiene che siano state proprio le politiche rigoriste a farlo impennare). È dunque il debito italiano a rendere gli eurocrati particolarmente scettici riguardo le nostre politiche economiche, soprattutto se non puntano troppo sulla crescita. Per l'Unione europea chi parte con quella zavorra non può chiedere ulteriore flessibilità. Ecco spiegato perché i nostri compagni di banco, i francesi, non sono stati richiamati da Bruxelles, pur avendo messo in manovra un rapporto del 2,8%. Ed ecco soprattutto perché la procedura di infrazione non riguarderà il rapporto deficit/Pil che è sotto il 3%, ma lo sforamento del debito.

Torniamo dunque alla procedura dell'articolo 126. «La Commissione», recita il Trattato, «sorveglia l'evoluzione della situazione di bilancio e dell'entità del debito pubblico negli Stati membri, al fine di individuare errori rilevanti». «Se uno Stato membro non rispetta i requisiti previsti da uno o entrambi i criteri menzionati, la Commissione prepara una relazione. La relazione della Commissione tiene conto anche dell'eventuale differenza tra il disavanzo pubblico e la spesa pubblica per gli investimenti e tiene conto di tutti gli altri fattori significativi, compresa la posizione economica e di bilancio a medio termine dello Stato membro».

UNA BOCCIATURA PREVISTA

La bocciatura della manovra era assolutamente prevedibile, visto che il governo di Roma, con uno sgarro istituzionale inedito, aveva ripresentato il medesimo documento che aveva sortito il richiamo (le uniche novità di rilievo riguardano i beni pubblici in vendita per un totale di 18 miliardi di euro). Ora però si abbandona il territorio noto per l'ignoto: come si diceva, infatti, la stessa Commissione non ha mai avviato l'iter e non si sa come intenderà procedere, se a “norma di legge” oppure in modo più politico. Il nostro esecutivo punta proprio sulle decisioni politiche e, quindi, accomodanti. La Commissione è in scadenza e potrebbe convenirle poco mettersi contro i sovranisti-populisti italiani: rischierebbe un contagio del malumore a livello europeo che potrebbe portare a uno stravolgimento elettorale nel 2019. In realtà, questa teoria si è sfarinata giorni fa, quando altri sovranisti, quelli austriaci, hanno invocato a gran voce la bocciatura della manovra italiana. In altre parole: anziché saldare gli euroscettici, la legge di bilancio rischia di saldare l'intera Unione europea contro l'Italia.

Jean-Claude Juncker e il cancelliere austriaco Sebastian Kurz.

L'ITER DOPO IL VOTO IN PARLAMENTO

Ma procediamo con l'iter per l'infrazione. Formalmente, non potrà avere inizio finché la legge di Bilancio non sarà tale, ovvero non sarà legge. Occorre che il parlamento italiano voti la manovra incriminata, solo allora la Commissione metterà in moto la macchina. Le Camere dovranno esprimersi entro il 31 dicembre 2018. L'agenda europea presenta una data significativa: quella del 3 dicembre, quando si riunirà il Consiglio Ecofin (composto dai ministri delle Finanze degli Stati membri).

CINQUE ANNI DA OSSERVATI SPECIALI

Sarà con il nuovo anno che tutto prenderà corpo: il 22 gennaio l'Ecofin ratificherà le raccomandazioni all'Italia e la procedura sarà operativa. Da quella data in poi Roma sarà sul banco degli imputati per non meno di un quinquennio: il Consiglio può chiedere allo Stato membro in questione di presentare relazioni secondo un calendario preciso, al fine di esaminare gli sforzi compiuti per rimediare alla situazione. «Fintantoché uno Stato membro non ottempera, il Consiglio può decidere di applicare o, a seconda dei casi, rafforzare una o più delle seguenti misure: chiedere che lo Stato membro interessato pubblichi informazioni supplementari, che saranno specificate dal Consiglio, prima dell'emissione di obbligazioni o altri titoli; invitare la Banca europea per gli investimenti a riconsiderare la sua politica di prestiti verso lo Stato membro in questione; richiedere che lo Stato membro in questione costituisca un deposito infruttifero di importo adeguato presso l'Unione, fino a quando, a parere del Consiglio, il disavanzo eccessivo non sia stato corretto; infliggere ammende di entità adeguata».

MULTE E CONGELAMENTO DEI FONDI

In soldoni, multe dal range che va dallo 0,2 (sanzione minima) allo 0,5% del Pil. Nel caso dell’Italia si va da 4 a 9 miliardi di euro. Cui aggiungere il congelamento dei fondi del Piano Juncker della Banca europea degli investimenti (Bei), ovvero circa 12 miliardi di euro l'anno diretti alle nostre imprese e alle nostre università e la fine delle coperture della Banca centrale europea (Bce) con relativa e drammatica esposizione sul fronte dei mercati e dello spread.

Ma il vero salasso riguarderebbe il fatto che la procedura imporrebbe un taglio del debito pubblico nel massimo del 5% l'anno: non cesserebbe insomma fin tanto che dal 131% non scenderà sotto il 60%. Come? Con misure draconiane anche da 60 miliardi annui, che saranno più o meno pesanti a seconda delle risposte di Roma, da fare comunque digerire a un Paese bloccato sul fronte degli investimenti e massacrato su quello degli azionisti.

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