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RIFLESSIONI IN BICICLETTA
21 Novembre Nov 2018 1419 21 novembre 2018

Perché dovremmo ricordare anche i benefici dell'euro

La stabilità ha un costo, e noi oggi in Italia pensando alla moneta unica sembriamo ignorarlo. Basterebbe osservare quello che sta accadendo in Argentina e quanto accaduto con la dollarizzazione in Ecuador. 

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Vent’anni, o quasi, di moneta unica possono portare a dare per scontate delle cose, o a dimenticare. Un po’ come la roboante campagna no-euro può portare a intendere male meccanismi non semplici come l’erogazione e la disponibilità di moneta. Talvolta per comprendere le cose è utile guardare come funzionano altrove.

L'IDEA DI DOLLARIZZARE L'ARGENTINA

Recentemente, in seguito all’ennessima crisi, l’economista statunitense John Cochrane ha suggerito all’Argentina di “dollarizzare” la propria economia. In sintesi sostiene che gli attacchi speculativi che periodicamente colpiscono il peso, a causa dell’elevato indebitamento e della sua fragilità, portano come unica “risposta” vincolare il peso argentino al dollaro americano. Poiché però le dinamiche monetarie, inflattive e fiscali dei due Paesi sono diverse, dopo qualche tempo il tappo salta, generando forti choc politici: è successo nel 1930, 1955, 1976, 1989, 2001 e sta per accadere di nuovo. Cochrane conclude allora che l’Argentina potrebbe e dovrebbe adottare direttamente il dollaro, inibendo all’origine il problema.

IL PRECEDENTE DELL'ECUADOR

Non è una vera novità, esiste già un Paese che ha liberamente scelto di dollarizzare la propria economia: si tratta dell’Ecuador, dove la moneta nazionale, dall’anno 2000, è il dollaro Usa. Come fanno, tecnicamente, a basare un’economia su una moneta straniera? L’origine di tutto sta nell’inflazione: le politiche dei governi del Paese sudamericano finivano per generarne livelli spaventosi. Nel 2000 l’inflazione in Ecuador era del 100%: i prezzi raddoppiavano ogni anno. Un problema non da poco per la maggior parte delle persone, e per giunta un problema che si ripresentava periodicamente a distanza di pochi anni da una volta alla successiva: ahimé la Banca Centrale di Quito rispondeva alla politica, ed era invitata a monetizzare le esigenze di spesa del governo, generando in continuazione esuberi di liquidità.

UN ARGINE ALLA SVALUTAZIONE

Gli Usa erano il principale partner commerciale e la Fed è una banca centrale indipendente dalla politica (almeno per il momento), col risultato che la continua monetizzazione portava svalutazione del sucre (la moneta locale) contro il dollaro, e la periodica svalutazione era la via per la competitività, disincentivando l’innovazione e la ricerca di produttività. Nel 1950 servivano 15 sucre per un dollaro, 1961 ne servivano 18, poi 25 nel 1970, 42 nel 1983, 800 sucre per dollaro era il cambio nel 1990 e quasi 3 mila nel 1995. Il 9 gennaio 2000, quando il cambio era ormai 25 mila sucre per un dollaro, il presidente Mahuad annunciò che il dollaro statunitense sarebbe stato adottato come valuta ufficiale dell'Ecuador. Curiosamente le banconote in sucre cessarono il corso legale in una data che ricorre spesso: l'11 settembre.

IL RAPPORTO COSTI-BENEFICI

Nemmeno la scelta dell’Ecuador fu del tutto originale: già Panama aveva dollarizzato la propria economia, e fu proprio l’assenza dei problemi di inflazione a Panama a suggerire di copiare la soluzione. L’Ecuador, chiaramente, non ha facoltà di stampare dollari. C’è un accordo con le autorità e con la Fed per il rifornimento di banconote. Il costo di tutto ciò è di dover avere un surplus commerciale (più export che import) nei confronti degli Usa, aumentando la quantità di dollari a disposizione per permettere all’economia nazionale di espandersi. L’idea di un ritorno al sucre sembra avere supporto prossimo a zero, la nuova condizione di sudditanza monetaria è di gran lunga migliore di quella che c’era nella precedente condizione di sovranità, d’altra parte la dinamica del Pil spiega chiaramente quanto sia più seducente la nuova condizione.

L'andamento del Pil dell'Ecuador.

Solo rose e fiori? Certo che no. In caso di recessione l’espansione monetaria non sarà un’opzione disponibile, il che probabilmente comporterà una maggior severità e/o durata della crisi. La stabilità dunque ha un costo, e noi oggi in Italia, pensando all’euro, sembriamo accorgerci molto più dei costi che dei benefici, dimenticando peraltro che l’euro per noi non è una moneta estera, ma uno strumento a cui compartecipiamo insieme ad altri. Per farlo funzionare al meglio, riducendo i potenziali risvolti negativi, dovremmo puntare ad avere un bilancio comune, una fiscalità comune, e anche molte voci di spesa comuni (come sistema scolastico, Difesa e così via). Dovremmo, insomma, mirare a stringere patti più profondi e più vincolanti. Dimenarsi per poter disattendere i patti in corso, come stiamo facendo continuando a chiedere flessibilità e deroghe, non sembra la via migliore per perseguire quelli che dovrebbero essere i nostri obiettivi.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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