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Economia
29 Novembre Nov 2018 0800 29 novembre 2018

Le banche italiane e il rischio default

I nostri istituti hanno in pancia quasi 394 mld di titoli di Stato. In caso il Paese fallisse i costi sarebbero enormi. Ma al momento l'ipotesi è vista come remota. 

  • MASSIMO MORICI
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Anche se parlare di rischio default dell'Italia è da Cassandre, è un'eventualità che non può essere esclusa del tutto. È forse un caso che gli investitori abbiano venduto in massa i titoli delle banche italiane negli scorsi mesi?

Da inizio anno il comparto bancario ha perso quasi un terzo del suo valore di Borsa (-28% l'indice Ftse Italia banche), molto più di Piazza Affari (l'indice Ftse Mib) che nello stesso periodo ha incassato un -14%. Le banche italiane sembravano essere uscite dalla trappola rappresentata dagli Npl (i Non-performing Loan) ma negli ultimi trimestri l'aumento dello spread ha creato una nuova situazione di allerta.

NELLE NOSTRE BANCHE 394 MLD DI TITOLI DI STATO

I nostri istituti hanno in portafoglio circa 394 miliardi di euro in titoli di Stato italiani (dati Bankitalia al 31 agosto 2018), una cifra pari a circa il 20% di tutti i titoli in circolazione. E non dovrebbe stupire se gli investitori si chiedano quanto effettivamente sia critica la situazione delle nostre banche, considerando che lo spread viaggia da circa due mesi sopra i 300 punti base. Anche se, va detto, le ultime timide aperture del governo sul deficit hanno, per ora, raffreddato i mercati.

ARMAGEDDON O NO?

Insomma, il rischio default del Paese, che è alla base delle incertezze sul comparto bancario, è reale? «Non esistono scenari da Armageddon. Se si vuole vedere la fine del mondo, allora andiamo al cinema», ha detto a inizio novembre Carlo Messina, numero uno di Intesa Sanpaolo. «Un default sovrano dell’Italia è improbabile ma non si può dire che sia a rischio zero», è invece l'opinione di Andrew Balls, capo investimenti nel reddito fisso di Pimco, il più grande gestore obbligazionario al mondo (circa 1.500 miliardi di dollari investiti in obbligazioni), espressa durante una recente conferenza stampa a Londra il 21 novembre. Se proprio volessimo pensare male, lo scenario più plausibile secondo il gestore - che ha detto di aver sottopesato i Btp in portafoglio - è quello di «un misto tra emissioni in una valuta parallela o persino una ridenominazione del debito». Balls, che vanta un passato da giornalista finanziario al Financial Times (stessa carriera del fratello Ed, ex consigliere economico di Gordon Brown), ha in mente la California, che dopo il 2008 si è finanziata in un’altra valuta. Del resto la scorsa estate in Italia si è parlato dei Minibot, i titoli di Stato al portatore di piccolo taglio ideati da Claudio Borghi (Lega), destinati al pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione (otto anni fa, invece, i californiani si ritrovarono in mano titoli simili, chiamati Iou).

GLI INVESTITORI TEMONO L'ITALEXIT

Quello che temono coloro che hanno investito nel nostro debito e nelle nostre banche è Italexit: l'emergere di un movimento "no euro" (probabilmente all'interno dei due partiti oggi al governo) che porti il Paese fuori dalla divisa comune. Un analista della City confida: «Sappiamo che le agenzie di rating hanno un'alta soglia di tolleranza con l'Italia, ma un'esplicita dichiarazione di ritorno alla lira alle Europee potrebbe far scattare la tagliola e far precipitare il Paese nella zona junk bond, con conseguenti vendite di massa dei titoli italiani perché per regolamento molti fondi non possono tenere in portafoglio titoli ad alto rischio».

I POSSIBILI COSTI DEL DEFAULT

E dunque, cosa potrebbe accadere alle banche nel caso del fallimento dell'Italia? Il centro studi Cpb Netherlands Bureau for Economic Policy Analysis lo scorso maggio ha fatto un'ipotesi: se l'Italia fosse costretta in un modo o nell'altro a cancellare (write-off) il 20% dei titoli di Stato in circolazione a seguito di una ristrutturazione parziale del debito pubblico, le principali banche italiane, che hanno in pancia 143 miliardi di euro in titoli di Stato (i dati dello studio si riferiscono però a fine 2017), subirebbero una perdita complessiva di 29 miliardi di euro.

OCCHIO AL RENDIMENTO DEI BTP A 2 e 3 ANNI

Eppure i vertici dei nostri istituti sono molto più ottimisti. O forse non hanno letto il report. Quest'estate hanno fatto il pieno di titoli di Stato. Stando a uno studio di Marzotto Investment House tra dicembre 2017 e luglio 2018 il sistema bancario ha aumentato l'esposizione al debito. Motivo? «Le banche hanno considerato come temporaneo l’aumento dei rendimenti e sono state invogliate dal favorevole e momentaneo aumento del differenziale di tasso tra i Btp e il costo della raccolta». Gli istituti italiani, insomma, hanno comprato Btp «per beneficiare del differenziale di rendimento tra il tasso di finanziamento e il rendimento dei titoli» e - aggiungono gli analisti - sembrano essersi orientate soprattutto sui Btp a 2 e 3 anni, che ora viaggiano rispettivamente sotto l'1 e il 2%. «Tutto quello che le banche hanno comprato da maggio in poi con scadenze inferiori a 3 anni presenta un carry positivo importante», chiosano. Quando finirà, dunque, questo gioco? Qualora il rendimento dei Btp a 2 o 3 anni dovesse salire nei prossimi mesi, «le perdite in conto capitale comincerebbero a erodere il margine di interesse e a creare problematiche sul lato dei ratio patrimoniali».

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