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Perché la Chiesa ha deciso di prepensionare i suoi dipendenti

Dalla crisi economica fino a quella dello Ior, in Vaticano è allarme per i conti in rosso: le entrate languono e ci sono sempre meno risorse a disposizione. Così la Santa sede deve sforbiciare.

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Nel 2013 erano più di 4.800: a tanto ammontavano i dipendenti vaticani suddivisi fra quelli che lavorano nella Curia romana - cioè i diversi dicasteri, le accademie pontificie, i tribunali - e quanti svolgono le proprie mansioni negli uffici dipendenti dal governatorato, ovvero le strutture proprie dello Stato (le direzioni generali, gli uffici tecnici e commerciali, la gendarmeria, i servizi economici e così via). Un numero che, pur se oggi leggermente ridotto, le casse sempre meno solide del Vaticano non riescono più a sostenere o quasi. Ne hanno parlato all’ultima riunione del C9 – ora ridottosi a C6 (il Consiglio dei cardinali che coadiuva papa Francesco nella riforma della curia) - i porporati impegnati, ormai da diversi anni, nel tentativo di mettere ordine sotto il profilo amministrativo ed economico nella cittadella vaticana. A toccare la questione è stato anzi il cardinale tedesco Reinhard Marx, capo della facoltosa conferenza episcopale di Germania e presidente del Consiglio per l’Economia della Santa Sede, organismo incaricato di «vigilare sulle strutture e attività amministrative e finanziarie dei dicasteri della Curia romana, delle istituzioni collegate alla Santa Sede o che fanno riferimento ad essa e delle amministrazioni del governatorato dello Stato della Città del Vaticano».

Marx ha parlato esplicitamente della necessità di ridurre i costi di gestione del Vaticano la cui voce più significativa è appunto quella del personale. Riferendo in merito all’incontro del C6, il direttore della sala stampa della Santa Sede, Greg Burke, ha fatto sapere che allo studio non ci sono misure estreme come «esuberi» o «licenziamenti», ma si parla invece, almeno per ora, di mobilità interna e prepensionamenti. Marx ha chiesto di procedere anche con il cosiddetto «job description», ovvero l’analisi del tipo di attività svolta da ciascun dipendente per facilitare i ricollocamenti. E tuttavia l’operazione potrà apparire meno facile del previsto se si considera il numero esorbitante di dipendenti che svolgono le stesse mansioni nei vari dicasteri, si pensi solo a quanti “commessi” e “ascensoristi” lavorano Oltretevere, eredità di una stagione in cui i problemi finanziari erano di là da venire. In realtà, finito il tempo della gestione senza regole, la questione rischia di diventare economicmanete insostenibile.

I COSTI DEL PERSONALE SUPERANO IL 60% DELLA SPESA TOTALE

D’altro canto i costi del personale costituiscono, numeri alla mano, la voce di gran lunga più rilevante nel capitolo ‘uscite’ del bilancio; risale infatti al 2012 l’ultima pubblicazione completa dei dati relativi ai bilanci vaticani, da allora sono state diffuse solo cifre parziali in attesa che venissero messi a punto nuovi criteri contabili e quindi pubblicati bilanci più realistici e conformi agli standard internazionali in nome della trasparenza. L’attesa, in questo senso, prosegue e tuttavia è possibile fornire qualche cifra per comprendere la gravità dell’allarme lanciato dal cardinale tedesco.

Nel bilancio consolidato della Santa Sede del 2012, a fronte di poco più di 250 milioni di euro di entrate e di circa 248 milioni di uscite, le spese per il personale toccavano il 62% del totale (per 2.823 dipendenti). Nello stesso anno, il bilancio del governatorato faceva registrare 261 milioni di euro di entrate e 238 milioni di uscite, in questo caso le spese per il personale ammontavano a circa il 35% (per 1.936 dipendenti). L’anno dopo, nel 2013, un breve comunicato, in relazione al bilancio della Santa Sede (escluso di nuovo il governatorato) informava che «tra i capitoli di spesa più impegnativi si annovera quello relativo al costo del personale, che al 31 dicembre 2013 contava 2.886 unità e pari a circa 125 milioni di euro lordi». Nel 2014, ancora, le risorse finanziarie destinate ai dipendenti della Santa Sede raggiungevano quota 126,6 milioni di euro. Per questo, nel riferire della riunione del C6, la nota diffusa dal portavoce vaticano Greg Burke, precisava: «Il senso di responsabilità richiede un long-term plan per ridurre i costi, e il cardinale Marx ha proposto l’elaborazione di multi-year budgets affinché il Consiglio per l’Economia possa formulare delle proiezioni a 5 e a 10 anni per dare una idea più chiara della situazione e di come affrontarla». Si tenga conto per altro della crescente spesa previdenziale, che pure pesa come un macigno sulle casse vaticane.

LA GALASSIA FINANZIARIA DEL VATICANO SI È ASSOTILIATA

In generale, bisogna considerare che la contrazione numerica delle chiese locali in Occidente ha portato con sé come conseguenza anche una riduzione delle risorse disponibili per Roma, dato che da alcune di queste – le chiese di Germania, Stati Uniti e Italia in primo luogo – arriva una parte non piccola dei fondi destinati a finanziare il Vaticano. La fine dell’epoca dello Ior operante come una sorta di paradiso fiscale nel cuore d’Europa e il concatenarsi di scandali capaci di danneggiare profondamente l’immagine e la credibilità della Chiesa (oltre alle casse di molte diocesi a causa degli ingenti risarcimenti pagati nelle cause per abusi sessuali), hanno poi contribuito per motivi diversi a indebolire la galassia finanziaria vaticana già colpita dal perdurare degli effetti della crisi economica internazionale. In questo quadro s’inserisce anche la riduzione degli introiti derivanti dal patrimonio immobiliare vaticano.

17 Dicembre Dic 2018 1356 17 dicembre 2018
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