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Cosa prevede la web tax annunciata dal governo

La stretta nel maxi-emendamento alla manovra. Secondo le stime più ottimistiche, con un'aliquota al 3%, si potrebbe recuperare 1 miliardo. Più verosimile una cifra intorno al 600 milioni euro. 

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Le stime più ottimistiche che girano tra Palazzo Chigi e il ministero dell'Economia e delle finanze (Mef) parlano di un incasso vicino al miliardo di euro. Sicuramente si vuole recuperare almeno 600 milioni. Dopo la Francia, anche l'Italia si accinge a introdurre una webtax: la bozza di emendamento che gira tra i palazzi della politica parla di «un'aliquota del 3% all’ammontare dei ricavi tassabili realizzati dal soggetto passivo in ciascun trimestre». Cioè dalle piattaforme di commercio online quanto dai social italiani e stranieri che operano nel nostro Paese. «Il periodo d’imposta», poi, «coincide con l’anno solare», ma il versamento dalle aziende va fatto «entro il mese successivo a ciascun trimestre e alla presentazione della dichiarazione annuale dell’ammontare dei servizi tassabili prestati entro quattro mesi dalla chiusura del periodo d’imposta».

LE STIME PIÙ OTTIMISTICHE PARLANO DI ENTRATE PARI A 1 MILIARDO

Nel 2017 l'allora presidente della commissione Bilancio della Camera, il dem Francesco Boccia, calcolò una base imponibile potenziale di 32 miliardi di euro: da qui la stima più ottimistica, che parla di un recupero di quasi 1 miliardo di euro. Cioè un terzo di quanto il governo deve ancora trovare per riportare il deficit al 2,04% come concordato in manovra, contro il 2,4% inserito nella prima versione del testo.

LE SOGLIE DELLA WEB TAX

«L’imposta sui servizi digitali», stando a quanto si legge nell'emendamento alla Finanziaria, si applica ai «soggetti esercenti attività d’impresa che, singolarmente o a livello di gruppo, nel corso di un anno solare, realizzano congiuntamente: a) un ammontare complessivo di ricavi ovunque realizzati non inferiore a € 750.000.000; b) un ammontare di ricavi derivanti da servizi digitali, di cui al comma 29-quater, realizzati nel territorio dello Stato non inferiore a € 5.500.000». Visto il giro d'affari, è chiaro che nel mirino dell'esecutivo ci sono le multinazionali del web come Apple, Amazon, Facebook e Ebay. "Colpite" tutte le attività commerciali del settore: «Veicolazione su un’interfaccia digitale di pubblicità mirata agli utenti della medesima interfaccia; messa a disposizione di un’interfaccia digitale multilaterale che consente agli utenti di essere in contatto e di interagire tra loro, anche al fine di facilitare la fornitura diretta di beni o servizi; trasmissione di dati raccolti da utenti e generati dall’utilizzo di un’interfaccia digitale». Quindi verranno tassati i ricavi sia dai servizi e dai beni venduti dalle piattaforme sia il trasferimento ad altri soggetti dei dati sensibili.

STRETTA SUI BIG CHE HANNO SEDE GIURIDICA FUORI DALL'ITALIA

Come detto, il fisco non farà differenze tra società italiane e straniere. Proprio per colpire le multinazionali che operano nel nostro Paese, ma hanno sede giuridica in Paesi dove la tassazione è più bassa. Infatti basta che «la pubblicità (del servizio, ndr) in questione» figuri «sul dispositivo dell’utente nel momento in cui il dispositivo è utilizzato nel territorio dello Stato in detto periodo d’imposta per accedere a un’interfaccia digitale». In quest'ottica c'è anche una piccola stretta per i colossi del web che in Italia vendono soltanto. Infatti, «i soggetti non residenti, privi di stabile organizzazione nel territorio dello Stato e di un numero identificativo ai fini dell’Imposta sul valore aggiunto, che nel corso di un anno solare realizzano i presupposti indicati al comma 29-ter devono fare richiesta all’Agenzia delle Entrate di un numero identificativo ai fini dell’imposta sui servizi digitali». Altrimenti non possono operare nei nostri confini.

19 Dicembre Dic 2018 1656 19 dicembre 2018
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