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Manovra Recessione Upb
Economia
27 Dicembre Dic 2018 1844 27 dicembre 2018

Perché la manovra 2019 è recessiva

Investimenti quasi inesistenti. Pressione fiscale in aumento. E incognita Iva. La legge di Bilancio del governo giallo-verde rischia di costare cara al "popolo". 

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«La manovra è chiaramente recessiva nel 2020-21», ha sentenziato alla Camera il presidente dell'Ufficio parlamentare di Bilancio, Giuseppe Pisauro. Ma la legge di Stabilità che dovrebbe essere approvata nelle prossime ore potrebbe accelerare un ciclo già negativo nel prossimo anno. Il governo ha ribassato le stime di crescita per il 2019 dall'1,5% previsto nella Nota di aggiornamento a un valore tra l'1,1 e l'uno secco. Organismi ufficiali come l'Upb sono ancora più pessimisti (Pil a +0,8%), mentre banche internazionali come Goldman Sachs parlano di un misero 0,6%. Intanto, nel terzo trimestre 2018 il Pil italiano è calato dello 0,1%. E le cose sono soltanto destinate a peggiorare visto che a gennaio 2019 Mario Draghi smetterà di comprare titoli di Stato con il suo Quantitative easing e si sentiranno nel commercio mondiale le strette protezionistiche volute dagli Stati Uniti.

L'INCOGNITA DELL'AUMENTO DELL'IVA

Complici le ottimistiche previsioni del professor Paolo Savona, il governo aveva basato le sue politiche espansionistiche - compreso il finanziamento dei costosi reddito di cittadinanza e anticipo pensionistico - su una crescita all'1,5% e sulla ripresa degli investimenti. Ma entrambi rischiano di rivelarsi una chimera. Pisauro, nella sua audizione a Montecitorio, ha spiegato che senza una vera ripresa gli obiettivi di finanza pubblica concordati con la Ue (2,04% di deficit-Pil nel 2019, 1,8 nel 2020, 1,5 nel 2021) potranno essere raggiunti soltanto facendo scattare le clausole di salvaguardia dell'Iva che Bruxelles ha raddoppiato, altrimenti si andrà verso il 3% di disavanzo.

Alla fine dell'anno prossimo rischiamo così di trovarci con 23,1 miliardi da reperire per congelare l'aumento dell'imposta sui consumi, una crescita di spesa per le misure inserite nell'ultima manovra (serviranno circa 8 miliardi soltanto per l'anticipo pensionistico di Quota 100) e nessuna risorsa per gli investimenti. In questo quadro sarebbe quasi impossibile evitare l'aumento dell'Iva. E riprenderebbe anche a salire il debito pubblico.

La sottosegretaria all'Economia del M5s Laura Castelli e il presidente della Commissione Bilancio alla Camera, il leghista Claudio Borghi.

LE PROMESSE DI GIUSEPPE CONTE

Questo è lo scenario che potrebbe verificarsi alla fine del 2019, ma ben prima le misure del governo rischiano di impattare su una situazione già negativa. Prima dell'inizio delle trattative con la Ue, il premier Giuseppe Conte aveva promesso un aumento degli investimenti di circa 6 miliardi all'anno, ma di questa cifra quasi la metà è stata assorbita tagliando il fondo destinato alla spesa delle amministrazioni centrali (sceso a 740 milioni). Quello che finanzia importanti capitoli di spesa come i programmi di investimento di Anas e Ferrovie, i maggiori spender per esempio nel Mezzogiorno.

LA RIDUZIONE DEGLI INVESTIMENTI

Per la cronaca, il governo ripete da mesi che le grandi opere (dalle contestate Tav in val di Susa e Terzo Valico fino alla velocizzazione delle linee ferroviarie tra Napoli e Bari e tra Battipaglia e Reggio Calabria) sono già finanziate nel bilancio dello Stato. Ma senza le annunciate modifiche al Codice degli appalti, difficilmente i nuovi cantieri apriranno in tempi rapidi. In sintesi, come ha scritto Pisauro nella sua relazione, «le variazioni introdotte nell’iter parlamentare hanno modificato la qualità della manovra determinando un’inversione di segno nell’effetto netto complessivo sulla spesa per investimenti e contributi agli investimenti nel 2019: da un aumento di circa 1,4 miliardi inizialmente previsto si passa a una riduzione di circa 1 miliardo».

IL PESO SCARICATO SUL CONSUMATORE

Prima che Bruxelles imponesse un taglio alle risorse destinate al reddito di cittadinanza (da 9 a 7 miliardi di euro), l'esecutivo stimava un'accelerazione dei consumi in grado di far crescere il Pil dello 0,3%, cioè poco meno di 5 miliardi di euro. Ma parallelamente la spesa degli italiani rischia di fare i conti con l'aumento della pressione fiscale: ci sono 7 miliardi di nuove tasse ai danni di banche, assicurazioni, società di giochi, giganti del web che non si faranno remore a scaricare l'extracosto sui consumatori finali. Senza contare il peso dell'ecotassa sui veicoli più inquinanti (un terzo del parco macchine del Paese è obsoleto) e del via libera all'aumento delle aliquote locali, congelate fino a quest'anno.

PER L'UPB LA PRESSIONE FISCALE SALIRÀ AL 42,5% DEL PIL

L'Upb ha calcolato che la pressione fiscale salirà al 42,5% del Pil. Non meno effetti su questo versante potrebbe avere la conferma del blocco dell'indicizzazione pensionistica per gli assegni sopra i 1.500 euro, che vale, soltanto nel 2018, circa 600 milioni di euro. E si sa, negli anni della crisi, sono stati proprio i nonni con le loro pensioni il miglior ammortizzatore sociale del Paese.

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