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Deutsche Bank Titolo Commerzbank
Economia
28 Dicembre Dic 2018 1449 28 dicembre 2018

Quale è il futuro di Deutsche Bank

Le accuse di aver favorito operazioni di riciclaggio. Il crollo dei titoli azionari. La mancanza di strategia. L'ipotesi fusione con Commerzbank. Perché per la banca tedesca il 2019 è un anno fondamentale.

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La notizia del mese su Deutsche Bank è che sarebbe esposta con i derivati per un totale pari a 20 volte il debito italiano. La news percorre internet di social in social, con grande soddisfazione di alcuni. «I tedeschi dovrebbero preoccuparsi delle loro banche, prima che dell’Italia», è un commento tipico. Il problema è che la notizia, se non falsa, è almeno fuorviante. È vero cioè che il valore "nozionale” dei derivati di DB è di oltre 48 mila miliardi di euro. È vero anche che fino al 2008, quando a New York non si sapeva a chi sbolognare un derivato, la risposta tipica era «chiama Deutsche Bank». È vero quindi che la trasformazione in banca d’affari internazionale – da banca “industriale” che era – è stata caratterizzata per anni da una gestione ispirata ai peggiori cliché di Wall Street. Ma calcolare un totale di “valore nominale” dei derivati sarebbe come sostenere che un ente assicuratore sia “indebitato” per il totale dei massimali assicurativi delle polizze verso i clienti.

Prima di tutto non è detto che il valore di un derivato debba essere onorato da una banca nella sua interezza. Inoltre, a fronte di un’operazione in derivati viene posta in essere tipicamente un’operazione in senso contrario, che riduce il rischio e con questo l’esposizione dell’istituto. Da qui – come anche ricordato da un comunicato della stessa DB a Lettera43.it – il valore netto dei derivati sarebbe assai inferiore, pari cioè ad appena 21 miliardi secondo gli ultimi dati resi noti dall’istituto. Nonostante questo, il valore del titolo Deutsche Bank sta toccando fondali oceanici: sette euro per azione, rispetto ai 34 raggiunti solo nel 2014. I problemi della banca sono evidenti, ma i derivati giocano solo un ruolo marginale. O forse nessun ruolo, visto che la loro presenza in bilancio è in linea con quella delle altre grandi banche d’affari.

PER DEUTSCHE BANK UN MODELLO DI BUSINESS DA RIVEDERE

La prima questione reale è il modello di business. Non è un caso se nei tre anni di gestione dell’ex-Ceo John Cyran ci siano stati tre piani di ristrutturazione e tre anni di perdite. Il settore dell’investment banking è stato il più deludente – proprio quello su cui si puntava per portare DB al vertice mondiale. È aumentata poi la concorrenza internazionale da parte di banche in Paesi a forte sviluppo. Soprattutto, ci sono questioni di potere che solo con il nuovo Ceo Christian Sewing sembrano conoscere un po’ di pace – anche se la successione di leader a partire da Josef Ackermann (2002-2012) in poi non ha fatto bene. In questo senso, il problema di DB non è solo di bilancio – anche perché DB è tornata all’utile nel terzo trimestre del 2018 – quanto un problema strategico. L’istituto sta faticosamente cercando un riposizionamento tra le tentazioni dell’investment banking e il ruolo tipico della banca di sistema. Con un rischio particolare: quello che il "figlio" che ha tentato di diventare un trader a Wall Street perda tutto e torni a casa da mamma, e in particolare dell’ancora cancelliera Angela Merkel.

Panama Papers hanno rivelato che Deutsche Bank potrebbe aver aiutato troppi clienti ad aprire società in paradisi fiscali

Christian Sewing ha dimostrato finora particolare abilità nella riduzione dei costi. Le sfide, elencate dallo spietato Tagesspiegel in un articolo di fine novembre, sono però ancora tante. I Panama Papers hanno rivelato per esempio che Deutsche Bank potrebbe aver aiutato troppi clienti ad aprire società in paradisi fiscali, perché non avrebbe attivato le procedure di segnalazione di rischio di riciclaggio. DB rischierebbe multe milionarie per non aver rispettato le sanzioni contro l’Iran e per aver partecipato a operazioni poco chiare di riciclaggio in Russia. È recente anche la rivelazione del coinvolgimento in uno scandalo di riciclaggio con la danese Danske Bank.

L'IPOTESI FUSIONE CON COMMERZBANK

In altre parole, il vero problema di Deutsche Bank è strategico e di credibilità. Troppe multe, troppe incertezze, troppi cambi al vertice. L’ipotesi di un fallimento è remota, ma un valore azionario così basso scopre il fianco a operazioni più o meno ostili, che Berlino non può accettare. La maggioranza dell’azionariato dell’istituto è ancora in mano tedesca, ma siamo attorno al 56-57%. Il fondo catarino della famiglia Al-Thani potrebbe incrementare la sua partecipazione – così le voci tra Francoforte e Berlino – ma non è chiaro quanto ciò possa essere gradito dalla cancelliera.

Da qui, il ritorno a casa di Deutsche Bank prenderebbe l’aspetto di una fusione con Commerzbank. Di positivo ci sarebbe un consolidamento in mano tedesca di due istituti che hanno sempre meno motivi di farsi concorrenza. D’altra parte, però, esperienze passate quali l’acquisto di Postbank da parte di DB e quello di Dresdner da parte di Commerzbank non sono state ancora digerite. Senza contare che, a livello politico, una fusione significherebbe riduzione di posti di lavoro, con tutte le conseguenze politiche che ciò comporterebbe.

MANCA ANCORA UN DIREZIONE STRATEGICA

Per questo la definizione più delicata che s’incontra sulle ipotesi di fusione è “assurdità”. Ma è davvero così? Il punto è che, quale che sia la soluzione ideale, affrontare una fusione in una situazione di debolezza è una ricetta per auto-annullarsi. Il percorso di Deutsche Bank è prima di tutto quello di creare chiarezza nella direzione strategica, nella leadership e nel modello di business – da qui si comprendono le parole del Ceo Sewing: «lo scopo è quello d’incrementare la profittabilità nei prossimi 18 mesi per poi aprirci a fusioni». È una dichiarazione umile rispetto al passato della dirigenza DB, e ciò lascerebbe ben sperare. Rimane da valutare quanto il vero obbiettivo della banca sia una fusione, o se la dichiarazione serva solo per prendere tempo in attesa che l'istituto di credito tedesco riesca a tornare in salute in piena autonomia. Nel frattempo, Hudson Executive Capital il primo novembre ha dichiarato una partecipazione al 3,1% in Deutsche Bank. C’è chi crede nella banca e pensa di poter fare affari con un prezzo azionario a meno di sette euro.

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