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Economia
29 Dicembre Dic 2018 0830 29 dicembre 2018

La fine del Quatitative easing e le conseguenze sui mercati

Il 28 dicembre la Bce ha ufficialmente smesso di comprare titoli di Stato. E dopo la Fed, anche l'Eurotower potrebbe aumentare i tassi. Come dovrebbero muoversi ora gli investitori? L'analisi di L43.

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Quantitative tightening. Gli investitori nei prossimi anni dovranno abituarsi a un altro «inglesismo finanziario», dopo spread, tapering e quantitative easing. L'annuncio della Bce di terminare il 28 dicembre gli acquisti di titoli di Stato sul mercato sancisce la fine dell’era del Quantitative easing (Qe), gli stimoli di politica monetaria non convenzionale che hanno visto le banche centrali dal 2009 in poi hanno pompato oltre 9 mila miliardi di dollari sui mercati attraverso l’acquisto di titoli di Stato.

Oggi stiamo passando invece a una progressiva stretta monetaria - tighten in inglese significa restringere - e le banche centrali stanno gradualmente rimuovendo gli stimoli monetari straordinari, facendo aumentare però la vulnerabilità del sistema economico-finanziario. Se prendiamo le quattro principali banche centrali al mondo, la situazione è la seguente: la Fed e la Bank of England hanno terminato da un pezzo il Qe e si sono già avviate lungo un percorso di rialzo di tassi di interesse, mentre Francoforte ha deciso di terminare a fine dicembre gli acquisti mensili dei titoli sui mercati tra cui i nostri Btp. La Bank of Japan, infine, ha ridotto la portata della sua versione potenziata del Qe.

IL CASH TORNA RE DEL MERCATO

Quali potrebbero essere le conseguenze sui mercati finanziari e come dovrebbero muoversi gli investitori? «Diversificare il portafoglio potrebbe risultare più impegnativa, perché un po’ tutti gli asset finiranno sotto pressione, obbligazionario compreso: i gestori potrebbero dover cercare forme di diversificazione sul mercato valutario», si legge nell'outlook per il 2019 di Axa Im, l'asset manager dell'omonimo gruppo assicurativo francese. Il problema, infatti, è che quest'anno le asset class erano quasi tutte correlate tanto che l'89% delle classi di attivo disponibili a fine ottobre viaggiava in territorio negativo.

Gli investitori avrebbero fatto una scelta vincente se nel 2018 si fossero tenuti stretti dollari e Bund tedeschi

Erik Knutzen, manager del fondo Neuberger Berman.

A detta di alcuni investitori esperti, però, la musica dovrebbe cambiare nel 2019. «Il ritorno dell’economia globale a una situazione di equilibrio, e il semplice effetto della tendenza dei prezzi azionari a tornare al loro valore medio di lungo periodo, rendono estremamente improbabile un altro anno in cui così tante asset class finiscono per muoversi nella stessa direzione», spiega Erik Knutzen, capo investimento del team multi-asset del fondo newyorkese Neuberger Berman. «Con il senno di poi, gli investitori avrebbero fatto una scelta vincente se nel 2018 si fossero tenuti stretti dollari e Bund tedeschi. In effetti, è la prima volta da 10 anni a questa parte che il cash è il re del mercato», aggiunge.

SI TORNA A INVESTIRE NEI MERCATI EMERGENTI

Di certo sta cambiando lo scenario in cui gli investitori devono muoversi: è aumentata la volatilità sui mercati e già si intravede all’orizzonte il primo rialzo dei tassi da parte della Bce. È forse proprio l’addio a questa politica monetaria non convenzionale ad allontanare gli investitori italiani dal reddito fisso? Per scoprirlo, Legg Mason, casa di investimento americana, ha chiesto loro se e come pensano di ristrutturare il loro portafoglio in vista della fine del Qe. Il risultato? Ben il 67% degli intervistati dichiara di voler cambiare in qualche modo l’allocazione. Con diverse modalità, però: se uno su cinque (20%) prevede di aumentare il peso delle azioni internazionali nel proprio portafoglio, una percentuale simile (19%) afferma che sposterà parte dell’allocazione dalle obbligazioni europee a quelle dei mercati emergenti. Ma c’è anche chi vuole continuare a investire nei bond del Vecchio Continente (22%) o chi punterà invece sull’azionario italiano (16%) o sulle commodities (13%).

C'è comunque chi invita a non dare un peso eccessivo alla decisione della Bce nella scelta tattica di come allocare i propri investimenti sul breve termine. Uno di questi è Paul Diggle, economista senior di Aberdeen Standard Investments, gestore scozzese nato dalla fusione tra il fondo Aberdeen e l'asset manager del gruppo assicurativo Standard Life: «Porre fine al Qe», sottolinea, «ora riguarda più la politica che l'economia. La decisione di chiudere gli acquisti di asset netti farà piacere ai falchi del consiglio direttivo, in particolare ai tedeschi, e se si strizzano forte gli occhi i dati economici possono quasi giustificare la decisione». Il mercato, intanto, ha iniziato a focalizzare la propria attenzione sulla politica di reinvestimento da parte dell'Eurotower e sulla possibilità di ricorrere ad altre misure accomodanti, qualora fosse necessario sostenere i target economici e d'inflazione. Staremo a vedere.

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