Def E Manovra
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MANOVRA CORREZIONI M5S LEGA CONTE
Economia
29 Dicembre Dic 2018 1227 29 dicembre 2018

Tutte le retromarce di M5s e Lega sulla manovra

Dall'Ires per i no profit all'ecotassa. Dai "numerini" del rapporto deficit-Pil alle pensioni. Così la maggioranza ha rivisto la bozza della Finanziaria. 

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In gergo si chiama “manovra” proprio perché il governo attraverso quella norma decide la rotta che terrà il Paese nell'esercizio successivo. Mai come quest'anno, tra retromarce ingranate all'ultimo, sbandate, rischi di uscire dalla strada tracciata dall'Unione e pericolose “inversioni a U”, bisognerebbe parlare di “manovre spericolate” che hanno fatto sembrare il percorso per il varo della legge un rally o, diranno alcuni, il frutto della guida incerta di un neopatentato alla sua prima esperienza al volante. La legge di Bilancio 2019 è infatti cambiata più volte. A tratti sembra persino difficile riconoscere una parentela tra la prima bozza, figlia del contratto di governo per il cambiamento e il maxi-emendamento licenziato da Bruxelles e votato a scatola chiusa dai parlamentari. Ecco allora com'è cambiata, in questi mesi, la Finanziaria.

RETROMARCIA SULL'IRES

L'ultima, impacciata, retromarcia è stata ingranata sul raddoppio dell'Ires al mondo del Terzo settore. E quando la macchina governativa ha iniziato a indietreggiare era ormai troppo tardi: il parlamento voterà infatti il vecchio testo, che prevede l'aumento dell'aliquota per gli enti non profit e associazioni di volontariato dal 12 al 24%. Emendare quel comma avrebbe significato non licenziare la legge di bilancio entro la fine dell'anno e, quindi, attivare la procedura dell'esercizio provvisorio (con conseguente congelamento di tutte le spese). La retromarcia, dunque, per il momento è stata solamente annunciata.

LA PROMESSA DI UNA CORREZIONE

Il primo ad aprire uno spiraglio era stato, proprio nel giorno di Natale, il vicepremier Matteo Salvini: «Rimedieremo», aveva assicurato il ministro degli Interni davanti alle critiche piovute da associazioni religiose e laiche. Quindi era intervenuto il premier Giuseppe Conte, promettendo una correzione a gennaio, ma solo l'intervento dell'altro vicepresidente, Luigi Di Maio, ha tranquillizzato gli operatori del Terzo settore: «Quella norma», ha detto il capo politico dei 5 stelle, «va cambiata nel primo provvedimento utile. Si volevano punire coloro che fanno finto volontariato ed è venuta fuori una norma che punisce coloro che hanno sempre aiutato i più deboli». Di tutt'altro avviso il sottosegretario all'Economia Laura Castelli, che ha invece difeso il provvedimento: «È giusto. Se sei del terzo settore, enti ecclesiastici e non, si presuppone che tu non faccia utili visto che sei senza scopo di lucro. Noi tassiamo i profitti delle no profit mica tassiamo i soldi della beneficenza». Ma la sua sembra una posizione minoritaria, destinata a soccombere.

I NUMERINI E GLI ZERO BALLERINI

Il primo, vero, stravolgimento risale al mese di settembre e riguarda il tanto vociferato rapporto deficit/Pil. Secondo i piani originari di Salvini e Di Maio, la spesa per le riforme si sarebbe dovuta attestare al 2,4% per tre anni: 2019, 2020 e 2021. Erano i giorni in cui si iniziava a vociferare delle dimissioni del titolare del dicastero economico, Giovanni Tria, quelli in cui il leader leghista a chi gli chiedeva cosa avrebbe fatto il governo in caso di bocciatura della manovra da parte di Bruxelles, rispondeva: «Tiriamo avanti» e, soprattutto, erano ancora i giorni precedenti all'impennata autunnale dello spread, anche se la decisione di settare il 2,4% per tre anni bastò a farlo schizzare a quota 270. Il resto è storia: non solo nella successiva rimodulazione il rapporto deficit/Pil è sceso al 2,1% nel 2020 e all'1,8% nel 2021 ma, dopo lo scontro con Bruxelles, il 2,4% del 2019 si è trasformato in 2,04% con conseguente dimagrimento di 7 miliardi della legge di bilancio. Una dieta che ha imposto al governo altre goffe retromarce.

L'IVA E LE CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA

Anche sul fronte della clausola di salvaguardia dell'Iva (valore: 30 miliardi) non sono mancati i ritocchi: il maxi-emendamento alla manovra, infatti, impegna l'esecutivo Conte a rinvenire circa 19,2 miliardi nel 2020 e 19,6 miliardi nel 2021 per evitare la penale che grava sui consumatori. In questo modo, però, si cancella la sterilizzazione parziale prevista dalla versione originaria del disegno di legge di Bilancio. Non solo: prima si prevedeva che le clausole venissero disinnescate per circa 5,5 miliardi nel 2020 e 4 miliardi nel 2021 ma, siccome l'esecutivo ha voluto mantenere il deficit per il prossimo anno oltre il 2%, l'Unione europea ha imposto maggiori garanzie.

AMBIENTALISMO? CI PENSIAMO DOMANI

Un'altra retromarcia piuttosto brusca ha riguardato l'ecotassa sulle auto inquinanti. Da sempre perno dell'ideologia pentastellata, l'ambientalismo che animava questo balzello ha subito creato diversi dissapori tra i banchi della Lega e ha attirato gli strali dei produttori di automobili, su tutti Fca, che ha minacciato di rivedere a ribasso il piano di investimenti nel Paese. Alla fine, anche in questo caso, la versione contenuta nel maxi-emendamento differisce parecchio dagli annunci e prevede diversi balzelli per i Suv (che, dal primo marzo 2019 alla fine del 2021 ammonteranno a 1.100 euro per motori con emissioni tra 161 e 175 g/km, 1.600 euro fino a 200, 2mila euro fino a 250 e 2.500 sopra i 250 g/km), controbilanciati da sgravi per chi acquista vetture a basso impatto.

FONDI RIMODULATI

Le novità del maxi-emendamento hanno riguardato anche altre cifre precedentemente allocate in due settori cruciali per lo sviluppo del Paese. Anzitutto, una rimodulazione delle disponibilità di cassa del fondo per lo Sviluppo e la coesione territoriale per 800 milioni di euro nel 2019 che potrebbe accompagnarsi alla sforbiciata dei fondi di cofinanziamento nazionale per 850 milioni, con il rischio che questa riduzione rallenti l’esecuzione dei progetti che ricadono all’interno della programmazione 2014-2020. Ferrovie dello Stato, da parte sua, il prossimo anno dovrà invece fare a meno di 600 milioni precedentemente destinati agli investimenti, rinviati a data da destinarsi.

REDDITO DI CITTADINANZA E QUOTA 100

Costrette a sottostare alla dieta anche le due misure bandiera: reddito di cittadinanza e pensioni. Circa il primo, Lettera43.it aveva già ripercorso le numerose giravolte subite dal provvedimento. In attesa del documento finale, è comunque possibile anticipare due novità di rilievo. Il costo passa da 9 a 7 miliardi, che saranno divisi così: 6 miliardi da spartire tra i 5 milioni di potenziali beneficiari e solo 1 per la ristrutturazione completa dei centri per l'impiego. Anche le pensioni sono state toccate dal raffronto con Bruxelles ma, in questo caso, la partita è stata giocata da Salvini (che sul superamento della Fornero ha costruito buona parte del suo consenso), con maggiore astuzia. Infatti, mentre il dimagrimento della spesa per il reddito di cittadinanza non sarà seguito da maggiori investimenti futuri (anzi, nel 2020 perderà un altro miliardo), la correzione sui nuovi saldi della manovra per finanziare “quota 100” e il pacchetto previdenza ha sì ridotto la spesa a 2,7 miliardi nel 2019 ma già prevede un rafforzamento pari a 1,3, 1,6 e 1,1 miliardi nel triennio successivo per attestarsi poi a regime sui 7 miliardi dal 2024. Tra sterzate e inversioni, non è solo il bilancio dello Stato a rischiare il testacoda: anche i 5 stelle sembrano usciti parecchio confusi dalla loro prima manovra del popolo. Sicuramente sorpassati dalla Lega, che si intesta le spese maggiori. E che continua a macinare nei sondaggi.

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