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Il punto su quanto costa affidare i risparmi alle banche

Dal 2019, istituti di credito, Sgr e Sim dovranno esplicitare le commissioni in valore assoluto e non solo in termini percentuali. E in Italia sono tra le più care. 

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Dai primi mesi del 2019 per la prima volta sapremo sul serio quanto costa affidare i nostri risparmi alle banche o ai consulenti finanziari. Non che prima non lo sapessimo. Le banche comunicavano ai clienti i costi per i servizi d'investimento con una o più percentuali che rappresentavano le commissioni applicate ai prodotti e servizi finanziari: commissioni di ingresso, commissioni di gestione, commissioni di performance e commissioni di uscita. La direttiva europea MiFID 2, operativa dal 3 gennaio del 2018, ha imposto a banche, a Sgr e alle Sim di esplicitare tutti i costi dei loro servizi di investimento in valore assoluto e non solo in termini percentuali. La maggior parte delle ricerche, come ricorda un'analisi sul settore del robo-advisor MoneyFarm, ha dimostrato che l'investitore "medio" comprende più facilmente valori monetari che percentuali. Piccole differenze dei costi, infatti, espressi in percentuale, possono tradursi in grandi differenze in termini assoluti. E molto spesso questo trucco grafico ha dato la possibilità agli intermediari di oscurare molti "dettagli" sui costi. Ora i numeri assoluti dovrebbero togliere ogni dubbio.

DAL 2019 MAGGIORE TRASPARENZA SUI COSTI

A partire dai primi mesi del 2019 le banche invieranno i primi resoconti annuali, riferiti al 2018, e i clienti avranno il quadro completo degli oneri che stanno sostenendo con i loro intermediari finanziari. Il risparmiatore sarà messo così nella condizione di conoscere non solo il costo del singolo prodotto, ma anche la quota destinata a remunerare il servizio di consulenza o di collocamento dei prodotti stessi. Come ricordato da Carmelo Barbagallo, capo della vigilanza di Bankitalia, in un recente intervento a Milano, in Italia il costo dei prodotti caricato ai clienti incorpora sia il compenso della gestione finanziaria sia la remunerazione della rete di vendita e l’assistenza alla clientela nelle scelte di allocazione della ricchezza, che fino a oggi è prevalentemente fornita (e remunerata) all’interno di questa attività. Ciò spiega perché i prodotti di risparmio gestito, per esempio, in Italia siano tra i più costosi in Europa. Gli oneri complessivi dei fondi comuni, infatti, possono arrivare a superare il 2% del patrimonio nel caso dei fondi bilanciati, flessibili e azionari (attorno all'1% per i fondi obbligazionari). Le case d'investimento, secondo Bankitalia, in media retrocedono alle reti di collocamento circa il 70% delle commissioni attive percepite sui loro prodotti. Negli ultimi tre anni, infatti, le generose commissioni hanno fatto felici più le banche che i clienti, visto che le famiglie sono tornate a investire nei fondi comuni: una quota così elevata all’interno della ricchezza complessiva (12%) non si osservava dal 2004, si legge in un recente studio pubblicato da Via Nazionale i primi di novembre.

LA MIFID 2 E LA CONSULENZA SU BASE INDIPENDENTE

Con la MiFID 2 è partita in via ufficiale anche in Italia la consulenza su base indipendente, offerta per ora solo da alcuni player bancari (il gruppo Credem la ha lanciata lo scorso ottobre), e soprattutto dall'universo dei consulenti autonomi e delle Scf, che per un decennio hanno operato in un limbo, di proroga in proroga in attesa di un albo tutto loro e che alla fine hanno trovato casa nello stesso albo dei consulenti finanziari (Ocf) che ingloba anche gli ex promotori finanziari (oggi consulenti abilitati all'offerta fuori sede), a cui possono iscriversi dallo scorso dicembre. I consulenti indipendenti (o fee only) vengono retribuiti esclusivamente a parcella, in genere con percentuali comprese tra lo 0,60-1%, per i portafogli più conservativi e prevalentemente investiti in bond, e percentuali che vanno dall’1,60-2% nel caso di portafogli dinamici che sono più esposti all'azionario.

IL CONFRONTO TRA COSTI DI GESTIONE E PERFORMANCE

Gli analisti di Via Nazionale hanno sottolineato, però, che a spingere i risparmiatori verso questi prodotti di risparmio collettivo sono state le banche che «hanno favorito le sottoscrizioni, dato che la lenta dinamica del credito non impone una forte crescita della raccolta». È una percentuale più bassa di quella vista 20 anni fa, quando si aggirava al 18%, ma significativa: sommandola alle quote di patrimonio investito in strumenti assicurativi e fondi pensione, si arriva a un bel 35%. Detto altrimenti, affidiamo oltre un terzo dei nostri risparmi all'industria del risparmio. A che prezzo? La Consob ha pubblicato negli scorsi mesi uno studio riferito al periodo 2012 -2016, che fotografa i prezzi applicati ai fondi comuni in Italia: i costi di gestione in media si aggirano all'1,4% e non di rado sono superiori alla performance, tanto che il rendimento di un fondo dopo 12 mesi è addirittura negativo. L'industria finanziaria nel tempo ha escogitato altre trovate per alzare le commissioni, come quello di aumentare i costi d'ingresso, più che raddoppiati in cinque anni dallo 0,7 all'1,5%. Il confronto con gli Usa è impietoso. Etf e index fund (fondi passivi che replicano un indice di riferimento e a basso costo) hanno commissioni inferiori allo 0,1% del capitale investito. E dalla scorsa estate dall'altra parte dell'Oceano è iniziata, con scopi commerciali, l'era dei fondi a "costo zero" da parte di alcuni grandi player come Vanguard e Fidelity. Davvero il Nuovo Mondo.

2 Gennaio Gen 2019 0800 02 gennaio 2019
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