Carige Mps Nazionalizzazione
VISTI DA VICINISSIMO
3 Gennaio Gen 2019 1745 03 gennaio 2019

La pazza idea di nazionalizzare Carige e fonderla con Mps

La soluzione piace sia alla Lega sia ai cinque stelle come alternativa al Fondo interbancario azionista. Difficile l'acquisizione da parte di un big: i retroscena dopo il commissariamento Bce anti-Malacalza.

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Ebbene sì, mi ero ritirata in convento, ma ora sono tornata. Ci ero andata a pregare per questa povera Italia, ma è stato tutto inutile. Le orazioni hanno fatto bene a me, che ho l’anima nera dai tanti peccati commessi in pensieri, parole, opere e omissioni, ma non allo Stivale, che nel frattempo è passato dalle mani dei Democratici – quelle troppe svelte di Renzi e quelle troppo lente di Gentiloni – a questa banda gialloverde di scappati di casa che riesce persino nella mission impossible di farmi rimpiangere i precedenti inquilini di palazzo Chigi, cavalier Berlusconi compreso. E così ho alzato le ginocchia dai ceci, dove le avevo posate in atto di sincera contrizione, e sono tornata. E poi il Direttore Madron, che pure di linci in pellicceria nella sua vita ne ha messe parecchie, mi ha fatto una corte così insistita che non ho saputo resistergli. Dunque rieccomi qui, la vostra Lince è tornata a mettere gli occhi sulle vicende economiche, finanziarie e politiche di casa nostra, per poi raccontarvele come non potete leggerle sui giornaloni, giornalini e giornaletti che affollano – inutilmente – le edicole. Ben ritrovati…!

Partiamo da Carige, lato Malacalza, che è stato un mio cavallo di battaglia. Ve l’avevo detto, io, che quei tre – il padre Vittorio e i figli Davide e Mattia – sono dei fresconi: hanno tirato la corda, finché non si è spezzata. Hanno creduto possibile mettersi in guerra con la Bce, senza rendersi conto, nonostante gli fosse stato spiegato in tutte le lingue, che quello è un duello che ha già il vincitore designato. Hanno sborsato, da quando l’8 maggio 2015 hanno rilevato da Fondazione Carige un primo 10,5% della banca, ben 423 milioni per avere, con il 27,55% del capitale che oggi vale intorno ai 22 milioni, tutte le responsabilità e nessuna reale capacità di comando. Fermo restando che quel po’ di potere che hanno avuto l’hanno esercitato a capocchia, visto che dopo aver cacciato Pierluigi Montani e Cesare Castelbarco, sono riusciti ad ingaggiare tre amministratori delegati sbagliati su tre (in rapida successione l’inconsistente Guido Bastianini, il troppo furbo Paolo Fiorentino e la sfinge Fabio Innocenzi) e un presidente sbagliato su due (l’inutile Giuseppe Tesauro e l’ottimo, ma per questo non certo servo sciocco, Pietro Modiano).

LA FAMIGLIA MALACALZA INCAPACE DI ANDARE AVANTI O INDIETRO

Ora i Malacalza dovevano partecipare con ulteriori 110 milioni all’aumento di capitale (400 milioni) di fatto imposto dalle autorità vigilanti, ma hanno deciso che no, altri soldi non ne cacciano. Come hanno spiegato, giovedì 27 dicembre, in quel di Francoforte i due spaesati fratelli Malacalza – nonostante l’assistenza dell’avvocato Paolo Ghiglione, partner di Allen & Overy – in un colloquio di 90 minuti al termine del quale la Vigilanza Bce ha maturato definitivamente l’idea del commissariamento. Idea, quella dei Malacalza Brothers, comprensibile in quanto genovesi («belin, abbiamo già speso un sacco di palanche»), ma fessa. Perché delle due l’una: o si fermavano prima, quando era evidente anche alle pietre come sarebbe andata a finire, mettendosi in saccoccia la presunzione di essere capaci a fare i banchieri, oppure ora con poco più della metà dei 110 milioni richiesti come loro quota parte della ricapitalizzazione, potevano lanciare l’opa sul restante 73% di titoli Carige, facendola diventare – almeno quello – una società tutta loro. Invece no, hanno giocato a fare i duri. Ed è andata a finire come un vecchio dirigente di Bankitalia da tempo in pensione, ma non per questo fuori dai giochi, aveva pronosticato, già ai primi di dicembre, al finanziere Raffaele Mincione, titolare del terzo pacchetto più consistente di azioni Carige (5,43%) che era andato a trovarlo: «Vedrà, ora che hanno nominato quel cagnaccio di Andrea Enria a capo della Vigilanza Bce, l’atto finale della vicenda Carige sarà il commissariamento…». Ipse dixit.

Vittorio Malacalza

Ma, a prescindere dai Malacalza – che si illudono di fermare la decisione della Bce ricorrendo alla Corte di Giustizia Europea, pace all’anima loro – che fine farà ora Carige? Giuseppe Conte, che si crede di essere davvero il premier dell’Italia, ha interpellato il suo maestro, di diritto e di trastulli, Guido Alpa, per vedere di trovare il bandolo della matassa. Il quale, saggiamente, gli ha suggerito di farsi affiancare dal vicedirettore della Banca d’Italia, Fabio Panetta (ha scelto lui personalmente quale terzo commissario di Carige, Raffaele Lener, avvocato romano legato a via Nazionale tanto da essere stato indicato come membro del comitato di sorveglianza di Popolare di Vicenza al momento del suo commissariamento) e dal direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, che a Bruxelles ha trascorso mesi per trattare il caso delle due venete. A sua volta, il ministro del Tesoro (suo malgrado) Giovanni Tria, pur fidandosi di Rivera, ha interpellato il fido Luigi Paganetto, il quale non sapendone un piffero ha chiesto lumi ad altri professori della sua schiatta non portando a casa nulla. Invece, Matteo Salvini, impegnato a spalmare la Nutella, e Luigi Di Maio, impegnato a prendere lezioni di sci dal compagno e camerata (tanto sinistra e destra non esistono più, si dice) Alessandro Di Battista, non pervenuti.

LA STRADA DIFFICILE DELL'ACQUISIZIONE: IN CAMPO INTESA O UBI

In realtà le opzioni praticabili sono solo due, escludendo dia qualche esito la moral suasion, già inutilmente esercitata sui Malacalza, verso i grandi istituti – che poi sono solo due, Intesa e Ubi, o al massimo tre se Unipol si decide a far banco su Bper, visto che tutti gli altri, a cominciare da Unicredit, hanno già abbastanza rogne di cui grattarsi – che ovviamente dopo il colpo di Carlo Messina sulle banche venete, acquistate formalmente a costo zero e sostanzialmente con una super-dote, non possono che guardare a quel sistema accaparratorio, ma proprio per questo irripetibile, per intervenire.

Carlo Messina

PRIMA OPZIONE: FONDO INTERBANCARIO AZIONISTA

La prima opzione è quella di far scattare la clausola di salvaguardia che è nel contratto del bond Carige da 320 milioni sottoscritto dal Fondo Interbancario, attraverso il suo braccio operativo “Schema Volontario”, e che prevede la conversione del prestito obbligazionario in azioni. Cosa che renderebbe il Fondo azionista di controllo, relegando i Malacalza a un marginale 5%. Tra l’altro la banca si libererebbe del peso degli interessi sul bond, salito al 16% annuo – ma non è da usura? – e che quindi si traduce in un onere di oltre 51 milioni. Rimane però la domanda: e poi? Il Fondo Interbancario non è nato per fare l’azionista, prima o poi dovrebbe comunque passare la mano.

SECONDA OPZIONE: LA NAZIONALIZZAZIONE CON MPS

E allora ecco la seconda ipotesi, sulla quale la vostra Lince ha posato i suoi occhi aguzzi per averla vista sotto forma di appunto riservato in una delle stanze del potere romano: nazionalizzare Carige così come fu fatto per il Montepaschi. Su questa idea i due partiti di maggioranza, uniti dalla loro infinita ignoranza, si sono già detti d’accordo. L’operazione può essere fatta in due modi: direttamente dal Tesoro, che ha già in portafoglio il 68,25% di Mps, oppure finanziando la banca senese perché faccia essa stessa l’acquisto. In tutti i casi, l’epilogo finale sarebbe la fusione Mps-Carige. Banca fusa che per la Lega deve prima o poi tornare privata, mentre i 5stelle la vorrebbero in mano a Cdp. Magari per unirla a Banca del Mezzogiorno-Mediocredito Centrale – ne è amministratore delegato Bernardo Mattarella, nipote del Presidente della Repubblica – che ora è tutta di Invitalia ma sulla quale ha messo gli occhi Stefano Buffagni, 35enne grillino con l’hobby della finanza, a cui Giggino Di Maio ha improvvidamente ceduto il tabellone delle nomine pubbliche. Il giovanotto, pur privo dei consigli dell’avvocato Luca Lanzalone – a proposito, tanti saluti a casa (è ancora ai domiciliari, in attesa del giudizio immediato che scaturirà dal processo, fissato per il 5 marzo) – vuole a tutti i costi giocare al “piccolo Cuccia”, e si è inventato un polo bancario-assicurativo da mettere in portafoglio a Cdp, fatto della somma di Mps, Banca del Mezzogiorno e Sace. Basta aggiungere Carige, che problema c’è?

Con questo “nom de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

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