Euro Moneta Unica 20 Anni

La verità, vi prego, sulla moneta unica

Così come è adesso, l'euro non durerà altri vent'anni: serve un'unione bancaria più forte e un principio di  bilancio comune per farlo funzionare. Ma chi chiede il ritorno alla lira alimenta le illusioni con le fake news.

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L’euro è arrivato ai 20 anni - 22 per certi aspetti visto che le parità di cambio delle monete che vi sarebbero confluite erano di fatto quelle del novembre del 1996 - e rispetto alle previsioni catastrofiche di molti gode di discreta salute. Così com’è non durerà per altri 20 anni, perché è come un tavolino a tre gambe con la quarta finora sostituita da qualche volenteroso ginocchio di qualche commensale. Senza il volenteroso ginocchio, prima o poi finirà per terra. Ma fin qui c’è arrivato e con alcune mosse, peraltro già individuate, potrà andare assai oltre. Sono nettamente di più gli europei ai quali piace o comunque non dispiace troppo rispetto a quelli che lo detestano o che, soprattutto in Italia, lo ritengono causa di molti mali nazionali. Dire che è colpa dell’euro fa comodo, perché ci esime da varie responsabilità. Il colpevole, come al solito, è straniero.

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La sfiducia, non solo italiana, nell’euro è incominciata prima che la moneta nascesse e comprensibilmente, perché la teoria economica e monetaria ha sempre diffidato di una moneta comune per Paesi dalle economie diverse. È solo in Italia, tuttavia, che al governo sono arrivate forze che hanno cavalcato come politica saggia e utile l’uscita dall’euro e il ritorno alla lira. Alla fine è stata accantonata da Salvini e dai 5Stelle l’idea di un referendum, escluso alla fine nel 2017 in Francia persino da Marine Le Pen. Ma è accantonata come si mette un vasetto di sugo nel congelatore. Se serve, è lì. Il ministro degli Interni ha detto a lungo le cose peggiori sull'euro, che è una moneta «sbagliata» e che chi la difende è «un cretino».

IL DIBATTITO ITALIANO È DOMINATO DALLE FAKE NEWS

Il problema non sono le critiche. Il problema è che lo spirito anti-euro è alimentato in Italia da alcune delle più fantasiose bufale in circolazione. I punti centrali sono due. Il primo è il tasso di cambio lira euro a 1936,27: troppo alto, si dice spesso nei bar, e che avrebbe dovuto essere la metà o poco meno perché a quasi 2000 lire pensioni e stipendi si sono dimezzati ed è stata - si dice sempre nei bar - una grande fregatura che ci ha rovinato in partenza. E poi l’intera storia della moneta unica che è stata tutta, si dice ancora nei bar, una fregatura studiata dai tedeschi a nostro danno per imporre la loro leadership anche attraverso la moneta. Il cambio lira/euro, dicono questi, doveva essere a 1.500 e alcuni sostengono addirittura quota 1.000. È una vecchia storia ma, nonostante vari tentativi, nessuno è ancora riuscito a smontare la favola. Claudio Borghi Aquilini, presidente della Commissione Bilancio della Camera ed esperto monetario di Salvini, è il massimo esegeta di tutto questo complottismo monetario ed è l’uomo che avrebbe la ricetta per salvarci con un bel ritorno alla lira e la possibilità per una Banca d’Italia tornata veramente sovrana di garantire tutto il debito pubblico italiano acquistando Btp e altro a piene mani. Insomma: lo Stato spende e Bankitalia garantisce. Borghi parla come se la cosa potesse andare avanti all’infinito. I bar applaudono. Il professor Alberto Bagnai, che guida la Commissione Finanze del Senato, fornisce gli argomenti accademici che poi Borghi divulga da par suo.

COME NACQUE IL TASSO DI CAMBIO A 1936,27

Il tasso di cambio lira/euro riflette esattamente, come da Trattato di Maastricht, quanto deciso all’Ecofin di Bruxelles del 24 novembre 1996 con il ritorno della Lira nello Sme (Sistema monetario europeo), il regime di cambi semifissi che cercò con qualche successo di dare stabilità monetaria e combattere l’inflazione per i Paesi della Comunità e poi Unione europea tra il 13 marzo 1979 e il 31 dicembre 1998, la vigilia dell’euro. La lira era uscita dallo Sme nel settembre 1992 con forti svalutazioni successive e in condizioni drammatiche. Si trattava a fine 1996, già in area euro, di fissare il cambio lira/marco per poi calcolare il rapporto lira/ecu, l’unità di conto e moneta virtuale su cui si reggeva lo Sme. L’Italia chiedeva quota 1.000, gli industriali italiani avrebbero voluto quota 1.050, la Germania proponeva quota 925 per non dare troppi vantaggi a un concorrente, si fissò alla fine quota 990. E poiché il rapporto marco/euro sarà alla fine poco sotto quota 2 (1,955) inevitabilmente quello lira/euro sarà poco sotto il doppio di quanto deciso a quell’Ecofin, e cioè 1936,27. Un cambio a 1500 avrebbe salvaguardato meglio i redditi ma inferto un colpo all’export italiano, perché avrebbe sopravvalutato la lira. Un cambio a 1.000 lire avrebbe distrutto l’export.

LA "COLPA" ITALIANA DEI CONTROLLI MANCATI

Mancò poi in Italia, come noto, ogni forma di controllo sui prezzi soprattutto dopo il 2002, cioè con l’avvento delle banconote e monete in euro, e tutti finirono sotto il vantaggioso o punitivo meccanismo psicomonetario che spingeva all’equazione 1.000 lire uguale 1 euro. A partire da molte tariffe pubbliche. Tram e metro passarono a Milano da 1.500 a 1 euro cioè 1936,27 lire il 27 dicembre 2001. Quindi, parlare di cambio “giusto” a 1.500 o 1.000 lire è una bufala e fa riflettere sulla incoerenza umana il fatto che chi vorrebbe aver avuto allora quel cambio da moneta forte per tutelare i redditi spesso oggi auspica un ritorno alla lira debole come spinta (non necessaria, è andato bene lo stesso) al nostro export.

L'EURO È STATA L'USCITA DALLA LUNGA STAGIONE DELL'INSTABILITÀ

Si resta poi disarmati a fronte di chi parla dell’euro come un di complotto della Germania per conquistare con la moneta ciò che non era riuscita a conquistare con la Wermacht. Primo, la Germania è certamente il Paese più beneficiato dall’euro in quanto di gran lunga primo esportatore e quindi più di altri aiutato dalla stabilità monetaria, che però ha aiutato tutti, compreso nel caso tedesco (e non solo) una moneta unica più competitiva sui mercati globali di quanto sarebbe probabilmente stato il marco tedesco, o il fiorino olandese. Secondo, non è stata la Germania a volere l’euro, perché già aveva con il marco la valuta dominante dell’area ai cui tassi tutti dovevano adeguarsi, se volevano stabilità. Terzo, per capire l’euro occorre non limitarsi alle frenetiche trattative intraeuropee a cavallo della riunificazione tedesca del 1989-1991 e che non solo da parte francese contrattarono il sì (non indispensabile, bastava quello americano e russo) alla riunificazione tedesca con un maggior ancoraggio tedesco alla Ue, via euro. Occorre una visione storica più ampia. L’euro è la sperata, e ancora incompleta, chiusura di una lunghissima fase, ormai secolare, che ha visto il forte indebolimento delle valute europee con la Prima guerra, il loro crollo o completa distruzione (anche della lira) con la Seconda, un ventennio di notevole stabilità post-Piano Marshall fino al 1971 con i cambi fissi centrati sul dollaro, una successiva instabilità e una esposizione eccessiva alle fluttuazioni del dollaro alla quale si cercò di rimediare con il fugace Serpente monetario prima (72-74), con il più stabile Sme dopo, e infine con l’euro.

UNIONE BANCARIA E BILANCIO COMUNE LA GAMBA CHE MANCA

L’euro resta un tavolo a tre gambe. Una maggiore unione bancaria prima e l’avvio, anche con quote iniziali piccole di Pil, di un bilancio comune dell’euroarea sono ormai i passi riconosciuti necessari per evitare che la stabilità del tavolo sia sempre affidata a qualche volenteroso ginocchio. Ma l’Italia deve contribuire avviando la discesa del suo preoccupante debito pubblico, che non possiamo scaricare su nessuno. Sorprende, o meglio non sorprende, ma disarma, il fatto che ancora nei giorni scorsi, dopo avere dichiarato una “tregua” con l’euro e di fatto, visto come è finita la legge di Bilancio, con Bruxelles, il vicepremier e uomo forte del governo, Matteo Salvini, abbia detto «spero che quel potere di veto sia superato». Ma è scritto nei Trattati che la Commissione non solo può, deve dire la sua sui bilanci degli Stati e in particolare su quelli dell’eurozona. Non c’è nulla da superare, nella sostanza.

LE BUFALE SI PROPAGANO GRAZIE ALL'ETERNA PULSIONE NAZIONALISTA

Ma è inutile. Chi ha sognato la lira e, come Borghi, una Banca d’Italia di nuovo sovrana che compra tutto il debito che il suddetto Borghi e i suoi amici allegramente fanno, smetterà di sognarla solo rompendosi su quel sogno il naso. Bisognerebbe cioè ridargliela, la lira, e aspettare che si rompano il naso, come è certo salvo miracoli. Ma per quanto grossi i disastri, e disastrati saremmo noi tutti, direbbero sempre che è colpa dei “traditori”. Non succederà perché gli italiani non la rivogliono, la lira, come i francesi non rivogliono il franco. Ma avremo ancora a lungo questa fastidiosa presenza di bufale e “bufalari” attorno a noi, travestiti da annunciatori del “nuovo” e pronti ad accusare gli altri di essere dei cattivi italiani. Del resto, sotto certi aspetti sanno fare bene i loro conti. In tempi difficili l’istinto nazionalista (non nazionale o patriottico, nazionalista) sempre emerge perché è cosa chiara e semplice, facciamo da noi, l’Italia agli italiani ecc. E loro lo hanno cavalcato e lo cavalcano. Per andare dove? Chi si fida di Borghi, lo segua.

6 Gennaio Gen 2019 1400 06 gennaio 2019
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