Carige Bankitalia Piero Cipollone
VISTI DA VICINISSIMO
9 Gennaio Gen 2019 0812 09 gennaio 2019

Chi è il dirigente di Bankitalia dietro l'operazione Carige

Il ruolo del consigliere di Conte, Piero Cipollone, nel blitz del governo. Le nomine di Telecom "made in Esclapon". Le faide confindustriali alla base della querelle Calenda-Boccia. I retroscena dai palazzi del potere.

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C’è un dirigente della Banca d’Italia dietro il blitz del governo, orchestrato da Giuseppe Conte con la partecipazione (secondaria) del ministro dell'Economia Giovanni Tria, sulla Carige. Si chiama Piero Cipollone, da qualche mese distaccato a Palazzo Chigi con l’incarico (a titolo gratuito) di consigliere economico del presidente del Consiglio, da Bankitalia, dove ricopriva il ruolo di vice capo del dipartimento “Circolazione monetaria e bilancio”. È lui che, all’ombra dei palcoscenici mediatici, ha avuto un ruolo molto importante nella vicenda: prima di tutto nell’informare il premier dei primi risultati, pare orrendi per Carige, degli stress test della Bce, e poi nel predisporre – con la sponda del suo amico Daniele Franco (sì, proprio il Ragioniere dello Stato bersaglio delle sfuriate di Luigi Di Maio) e la benedizione del Quirinale – le misure di salvataggio poi adottate.

Nato nel 1962, sposato, due figli, laurea in Economia alla Sapienza e master a Stanford, Cipollone lavora in via Nazionale dal 1993, dove per 15 anni è stato al Servizio Studi. Dal 2010 all’ottobre 2014 è stato direttore esecutivo alla Banca Mondiale in rappresentanza dell’Italia e di altri Paesi minori.

ESCLAPON PIAZZA IL MARITO E IL SOCIO IN TELECOM

Cosa hanno in comune due delle tre nomine fatte al ritorno dalle vacanze natalizie da Luigi Gubitosi in Telecom? Costanza Esclapon. E sì, l'influente comunicatrice, già in Intesa, Rai e Alitalia con Gubitosi medesimo, ha fatto bingo. Pur senza entrare direttamente in Telecom come molti prevedevano – ma nel caso avrebbe dovuto lasciare gli incarichi che detiene – senza colpo ferire ha portato il marito, Simone Cantagallo, e il socio, Carlo Nardello, dalle parti di Corso Italia. Cantagallo, che lascia Lottomatica, assume il ruolo di capo della comunicazione, quello che prima era ricoperto da Alessio Vinci, che repentinamente estromesso da Gubitosi nel frattempo è stato chiamato da Mario Greco a Zurich Group, grazie ai buoni uffici di Auro Palomba, la cui agenzia di comunicazione Community ha fatto da consulente in Alitalia e poi proprio in Telecom. Nardello, che detiene il 30% della Csc Vision Srl, la società di comunicazione della Esclapon (robusti contratti con Alitalia e Sole 24 Ore), nell'ex monopolista dele tlc assume il ruolo di Chief strategic development & transformation office, che tradotto significa il braccio armato di Gubitosi, cui deve i suoi precedenti ruoli in Rai e Alitalia.

Luigi Gubitosi.

LE FAIDE CONFINDUSTRIALI DIETRO L'ATTACCO DI CALENDA A BOCCIA

Ma Carlo Calenda non era confindustriale? L’ex ministro twittarolo ha sparato 140 caratteri per benedire con l’aceto l’intervista di Vincenzo Boccia a Maria Latella, nella quale il presidente della Confindustria – oltre a esibire un inquadratura televisiva tipo Gomorra, con maxi poltrona e una mise, giacca a quadrettoni e maglione dolce vita, da boss – ha avuto l’impudenza di dichiarare che il duo Salvini-Di Maio gli fa «grande simpatia». E questo dopo essere stato costretto dal malumore della base imprenditoriale ad attaccare il governo, seppure con grave ritardo. «Quella che una volta era la più importante associazione del mondo produttivo è finita in mano ai professionisti di Confindustria», ha sparato Calenda. Fratelli coltelli? O c’è dietro qualcosa? La vostra Lince ha allungato gli occhi e ha notato che Calenda è culo e camicia con la direttora generale di Confindustria, Marcella Panucci, e con la vicepresidente della Luiss, Paola Severino – frequenta assiduamente i loro salotti –, e ha scoperto che in viale dell’Astronomia i rapporti tra il presidente e il duo Panucci-Severino sono a dir poco tesi. Colpa delle vicende del Sole 24 Ore, e delle difficoltà di quella che, per dirla con Calenda, una volta era la più importante associazione datoriale e che ora è al minimo storico di prestigio e credibilità. Ecco perché l’ex assistente di Montezemolo non si è fatto scrupolo di attaccare Boccia: ha già capito chi vince nelle stanze che ha frequentato prima di diventare importante.

IL FEELING DELL'AVVOCATO ZOPPINI CON I RAMPOLLI PRESIDENZIALI

Da un figlio di capo di Stato a un altro, senza soluzione di continuità. Deve essere molto bravo nelle relazioni professionali, Andrea Zoppini, figlio di un barone della medicina romana, avvocato con studio di lusso in piazza di Spagna e professore ordinario alla facoltà di Giurisprudenza all’Università di Roma Tre, allievo di Pietro Rescigno e già sottosegretario alla Giustizia con Paola Severino ministro, se è riuscito nell’intento prima di avere in studio Giulio Napolitano, quando il padre Giorgio era l’inquilino del Quirinale, e ora di legarsi in un’amicizia senza se e senza ma con Bernardo Giorgio Mattarella, figlio dell’attuale presidente della Repubblica. Napolitano jr, 50 anni quest’anno, una carriera universitaria all’ombra di Sabino Cassese, caro amico di papà e dello zio Guido Fabiani (per 15 anni rettore dell’Università Roma Tre e poi dimessosi nel 2013 per fare l’assessore alle Attività produttive della Regione Lazio), che lo ha portato a essere ordinario di Diritto Amministrativo a Roma Tre (sì, quella dove era rettore lo zio), è stato per diversi anni collaboratore dello Studio Zoppini. Peccato che ultimamente i rapporti tra i due si siano raffreddati – si parla di divergenze sui compensi, ma potrebbe essere gossip da malelingue – fino al punto di indurre Giulio Napolitano a trasferirsi presso lo Studio Chiomenti, dove ha appena assunto il ruolo di of counsel negli uffici, che sono proprio di fronte al palazzo del Quirinale, del dipartimento di diritto amministrativo.

Zoppini ha ingaggiato col primogenito di Sergio Mattarella una relazione amical-professionale che dovrà sostituire quella con Giulio Napolitano

Ma Zoppini non si è vestito di nero. E al motto “morto un rampollo se ne fa un altro”, eccolo ingaggiare con il primogenito di Sergio Mattarella una relazione amical-professionale che, nella ambizioni dello Zoppini, dovrà sostituire quella con Napolitano. E non pare sia uno ostacolo insormontabile il fatto che nel frattempo Bernardo Giorgio Mattarella – professore ordinario di diritto amministrativo alla Luiss, dove è anche condirettore del master in Management e politiche delle Amministrazioni pubbliche, e già consulente di Marianna Madia (ex fidanzata di Giulio Napolitano) nella riforma della PA che porta il suo nome – sia diventato of counsel dello Studio Grimaldi, ingaggiato dal managing partner Francesco Sciaudone per seguire in particolare contenziosi dinnanzi alla Corte dei Conti e al giudice amministrativo.

Il banchiere Paolo Fiorentino.

IL (VERO) RUOLO DEL BANCHIERE FIORENTINO ALLA CORTE DI FERRERO

Cosa ci fa Paolo Fiorentino alla vicepresidenza della Sampdoria, lui che è tifosissimo del Napoli e con trascorsi di calcio gestito di quando come uomo di punta di Unicredit si occupò del salvataggio della Roma con il passaggio a James Pallotta? Il banchiere partenopeo, che dopo aver lasciato Carige per volontà dei Malacalza ha sostituito Gianemilio Osculati al vertice di Banca Progetto, l’istituto controllato da Bpl Holdco S.à.r.l., veicolo riconducibile a Oaktree Capital Group, di calcio è appassionato ma con Viperetta, alias Massimo Ferrero, non c’entra un fico secco. In realtà, Fiorentino è lì per lavoro, non per divertimento. Come ha confidato durante le vacanze di Natale ai suoi amici, le banche creditrici di Viperetta hanno deciso di farsi rappresentare da lui nel tentativo di trovare un acquirente per la squadra blucerchiata e toglierla dalle mani del suo disastroso presidente. E Fiorentino, che di fondi di investimento se ne intende, ha deciso di accettare, avendo già in mente qualche fondo – magari cominciando da quello californiano da 120 miliardi di dollari che controlla Banca Progetto – che potrebbe essere interessato a rilevare la squadra genovese. E che Ferrero sarebbe ben lieto di vendere se questo gli consentisse di pagare i creditori e mettersi in tasca qualcosina. Lui per la Sampdoria spara una valutazione da 200 milioni, pensa in realtà a 100 ma alla fine si accontenterebbe anche di 60-70 milioni.

Con questo “nom de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

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