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Economia
19 Gennaio Gen 2019 0900 19 gennaio 2019

Come le aziende tedesche primeggiano nel Nord Italia

La Lombardia ha un import-export con la Germania di 40 miliardi l'anno. E anche Veneto ed Emilia-Romagna intensificano i rapporti con Berlino. Fatturati, trend e incognite dell'interscambio.

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Indovinate un po', in Italia le aziende con al timone i tedeschi crescono parecchio di più delle italiane. Producono di più e fanno più utili. Il traino della locomotiva d'Europa al made in Italy fa lievitare di anno in anno anche l'interscambio tra l'Italia e la Germania: alla fine del 2017 è stato di circa 121 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 104 miliardi del 2014. L'hub è soprattutto la Lombardia, terra di industrie e di concretezza, che è arrivata a un import-export con i tedeschi pari a quello che Berlino ha con i giapponesi - che sono 13 volte tanto i lombardi -, di circa 40 miliardi di euro l'anno. Anche in Veneto, dove di aziende di tedeschi ce ne sono meno, queste brillano su tutte per fatturato. Grazie soprattutto al comparto auto (Lamborghini e Ducati sono di Volkswagen), le relazioni commerciali con la Germania si stanno intensificando anche nell'Emilia-Romagna.

QUALCHE INCOGNITA SULL'ECONOMIA DELLA GERMANIA

«Filiere non più nazionali» per la Camera di commercio italo-germanica (Ahk), che a Milano ha presentato i risultati della prima ricerca di Intesa Sanpaolo sulle aziende a capitale tedesco in Italia, incrociando i dati pubblici di Eurostat con quelli privati sparsi nelle filiali del gruppo bancario. Sul futuro prossimo dell'Italia c'è l'incognita legata alla brusca frenata, alla fine del 2018, dell'industria automobilistica tedesca, a causa dell'adeguamento ai nuovi parametri contro l’inquinamento dei veicoli, dopo gli scandali sulle emissioni. In vista ci sono poi la guerra commerciale alle auto tedesche di Donald Trump e la Brexit: così l'economia della Germania rallenta. Ma fino a settembre gli indici sull'interscambio e sulle controllate tedesche in Italia restavano in trend positivo, e nel complesso anche per il 2018 si prevede un balzo in avanti dell'import-export.

Lo stabilimento Ducati a Bologna.
GETTY

QUASI 2 MILA LE PARTECIPATE TEDESCHE IN ITALIA

Con all'orizzonte i problemi nei mercati anglosassoni, già da un po' di anni la Germania sta intensificando le relazioni commerciali con la Cina, ormai suo primo fornitore. E dal 2017 il gigante asiatico ha anche scavalcato il Regno Unito come terzo bacino dell'export tedesco. Quanto all'Italia, è la quinta fornitrice della Germania e a sua volta la sesta destinataria delle esportazioni tedesche. Il presidente della Ahk Erwin Rauhe ha commentato così: «C'è un'integrazione tra le due economie che stanno anche trovando un equilibrio, come dimostra l'avvicinarsi tra il valore dell'export tedesco in l'Italia e dell'import italiano in Germania. Entrambi sono aumentati nel 2017: per l'Italia 56 miliardi, per la Germania 65 miliardi». È l'ingranaggio che alimenta l'interscambio: dalla mappatura, risultano in totale circa 1.900 le partecipate tedesche in Italia per 168 mila addetti.

FATTURATO A +11%, 72 MILIARDI NEL 2017

Il loro fatturato è di 72 miliardi di euro con un tasso di crescita dell'11% dal 2015, mentre tutte le altre aziende in Italia viaggiano su una media del +7,5%. Da sola la Lombardia contribuisce al 50% del fatturato tedesco nel nostro Paese (il Veneto al 18% e l'Emilia-Romagna al 5,7%), è quasi un distaccamento della Germania. I tedeschi che hanno delocalizzato o rilevato gruppi in Italia sono quasi il 100% più produttivi del totale delle imprese. Gli americani e i francesi li superano, nell'ordine, per investimenti, ma come ha spiegato il responsabile della Direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, Fabrizio Guelpa, «dai nostri dati individuali delle imprese i tedeschi spiccano come i più distribuiti sul territorio, in particolar modo nei distretti industriali dove in genere gli stranieri arrivavano poco».

In Italia le aziende a capitale tedesco investono in innovazione e ricercano le competenze che mancano in Germania

Erwin Rauhe, Ahk

CAPITALI DA BERLINO PER SALVARE IL FARMACEUTICO

Non c'è poi il «gigantismo, le loro aziende sono sì più grandi delle italiane, ma meno delle altre straniere». Anche la multinazionale sembra meno multinazionale se è tedesca: una filosofia più simile. Non interessa acquistare grandi marchi italiani, per esempio della moda, e spezzettarli, ma piuttosto produrre negli stabilimenti e creare un indotto che, soprattutto per il meccanico e automobilistico – quasi la metà del manifatturiero tedesco in Italia per addetti – si traduce in forniture e componentistica. Per la farmaceutica è vero il contrario: è la Germania a mandare materie prime per i prodotti finali confezionati in Italia. Nel 2017, proprio l'Italia ha sorpassato i tedeschi come primo produttore farmaceutico dell'Ue e un export di 25 miliardi di euro: un record di aziende sopravvissute alla crisi grazie all'iniezione di capitali stranieri, anche tedeschi.

Angela Merkel con gli astronauti Samantha Cristoforetti e Matthias Maurer, italiana e tedesco, all'ultima Fiera internazionale dell'aerospaziale di Berlino.

GETTY

IN CERCA DI COMPETENZE ITALIANE

Questo sostegno è fotografato anche dalle assunzioni. Mentre tra il 2008 e il 2015 – prima del recupero – le imprese italiane perdevano il 10% dei lavoratori, le controllate tedesche reggevano il colpo e dal 2013 riprendevano a occupare. Rauhe rimarca l'attenzione, oltre agli «investimenti in innovazione», «alle competenze e alla specificità degli italiani non sempre presenti sul mercato tedesco». Vale per il design, come nell'hi-tech, tra i giovani informatici e ingegneri, si cerca la «produzione congiunta», di quantità e qualità. La presenza della Germania in Italia è forte anche nella distribuzione (42 miliardi di fatturato) per l'incidenza dei concessionari auto e dell'ingrosso delle catene tedesche di supermercati. Ma l'integrazione economica tra Germania e Italia avviene nelle fabbriche e nei laboratori, dove si incontrano la prima e la seconda manifattura dell'Ue.

PRIMATO PER GLI UTILI NETTI TEDESCHI

La ricognizione di Intesa Sanpaolo per Ahk non comprende le società finanziarie, assicurative e immobiliari. È economia reale, al netto delle bolle. Si basa, per la parte interna, su un campione chiuso di dati (inclusi i bilanci dal 2015 al 2017) di 258 mila aziende italiane, 1.552 delle quali partecipate tedesche: dalla conta sono rimaste fuori le più piccole, con fatturati inferiori ai 150 mila euro dal 2016. Mentre dai dati elaborati da Eurostat sugli investimenti degli stranieri in Italia sono escluse l'agricoltura e la pubblica amministrazione. In Italia i tedeschi sono i primi anche per utili netti: al 12% nel 2017, contro il 10% per esempio dei francesi e appena il 7% degli italiani. Il 9,6% del loro fatturato nella penisola arriva anche dal Lazio, più del 4% dal Piemonte e dal Trentino-Alto Adige, il 2,4% dall'Umbria, l'17% dalla Toscana, l'1% dal Friuli-Venezia Giulia e dalla Puglia.

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