Estratto Signori Del Lusso
Economia
9 Febbraio Feb 2019 1500 09 febbraio 2019

Estratto de "I signori del lusso"

Il libro di Simone Filippetti ripercorre la storia di Giovanni Tamburi e Alessandra Gritti attraverso uno spaccato della politica economica italiana. 

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A Porto Santo Stefano, sull’Argentario, in una giornata d’estate di fine Anni 70 inizia la cavalcata di un giovane romano: Giovanni Tamburi. Oggi Tamburi è un guru di Piazza Affari: investitore, merchant banker, consulente. Personaggio sconosciuto al largo pubblico, è uno dei registi dietro al successo di Moncler, il caso mondiale del lusso, e dell’atteso sbarco in Borsa del fenomeno Eataly di Oscar Farinetti. Dalla Ferrari ai cacciaviti preferiti da Valentino Rossi, da Alpitour a iGuzzini, passando per gli abiti di Hugo Boss e gli yacht della Azimut- Benetti, TIP, Tamburi Investment Partners, un po’ investment bank, un po’ merchant bank, un po’ fondo di investimento, ha messo in piedi un polo del made in Italy. Ricco di inediti retroscena, I signori del lusso di Simone Filippetti (Sperling & Kupfer, pp.256, 17 euro) ripercorre 40 anni anni di Piazza Affari, dalla Bastogi alla Pirelli Cavi di Marco Tronchetti Provera fino alle alleanze e alle battaglie con Carlo De Benedetti.

UNO SPACCATO DELLA POLITICA ECONOMICA ITALIANA

Questa non è solo la storia di Giovanni Tamburi & Alessandra Gritti, la donna più importante della finanza italiana, ma anche uno spaccato della politica economica, dei mali (tanti) e dei pregi (pochi ma ammirati) di un Paese che ogni giorno affonda nel declino, ma che svetta anche con i suoi marchi osannati in tutto il mondo. Tamburi ha escogitato un modo originale per finanziare le aziende, senza chiedere un euro al già tartassato contribuente: ha coagulato oltre 100 famiglie ricche (non ricchissime) e le ha convinte a investire, invece di portare i loro soldi in Svizzera, come hanno fatto per decenni. L’Italia produce gioielli di imprese a cui però una pericolosa ritrosia ad aprirsi e una perenne mancanza di capitali impediscono di fare quel salto a industria globale in grado di sorreggere l’intero Paese. Tamburi e la sua TIP stanno in piccolo cercando di «fare sistema» in un Paese dove è facilissimo litigare e difficilissimo allearsi per contare di più. Lettera43.it pubblica l'estratto All'Italia serve un Mr. Wolf tratto dal quarto capitolo: Il fondo che affonda.

La copertina de I signori del lusso di Simone Filippetti (Sperling & Kupfer, pp. 256, 17 euro).

È il Natale del 2003 e l’antica cittadella di Arg-e Bam in Iran, che aveva più di duemila anni, viene distrutta da un catastrofico terremoto. In Italia è stato un Natale altrettanto catastrofico, ma per tutt’altro motivo. Parmalat ha «regalato» al mercato e al Paese un record da Guinness dei primati: il crac più grande d’Europa. Il gigante del latte di Calisto Tanzi, uno dei marchi italiani più famosi al mondo, è crollato in un solo momento. Il dissesto è di dimensioni ciclopiche: 13 miliardi di euro. Mai nessuna azienda in Europa ha bruciato così tanti soldi, e ancora oggi è un record negativo imbattuto.

Giovanni Tamburi e Alessandra Gritti stanno passando le vacanze a Bogogno, nelle campagne di Novara, il loro buen retiro. Ricevono un’inattesa telefonata di Carlo De Benedetti. È da molto che il patron di la Repubblica e L’Espresso non si fa sentire. Sei mesi prima Tamburi era volato a Parigi, dove era in corso un arbitrato internazionale tra De Benedetti e il colosso cinese Hutchison Whampoa, che aveva rilevato il consorzio Andala da Renato Soru e Franco Bernabè, poi diventato la compagnia telefonica 3. All’Ingegnere serviva un valutatore di aziende, e chi meglio del suo ex «pupillo» dei tempi di Euromobiliare? De Benedetti fa contattare Tamburi da Sergio Erede, l’avvocato d’affari milanese. Il banchiere accetta, si sottopone a giornate di interrogatori molto delicati e alla fine strappa al magnate di Hong Kong un indennizzo di 400 milioni di euro a favore della famiglia De Benedetti. Incassata la somma, il patron Carlo e il figlio Rodolfo, presidente di Cir, tornano ai loro affari.

Ora, d’emblée, l’Ingegnere si rifà vivo: vorrebbe coinvolgere Tamburi, che con TIP ha dimostrato di saper investire in Italia. Però rimane sul vago: propone di fare una società insieme, ma senza fornire altri dettagli. Tamburi, con il tipico fiuto del banchiere d’affari, è incuriosito. Ai primi di gennaio del 2004 si incontra con De Benedetti. L’Ingegnere ha una proposta: l’Italia ha bisogno di un Mr. Wolf alla Pulp Fiction, uno che risolva i problemi. Ci vuole un soggetto finanziario che abbia risorse e capacità per investire in aziende in difficoltà. In altre parole, un fondo salvaimprese. L’improvviso e inatteso crac della Parmalat, che era un colosso ritenuto inaffondabile, ha mostrato al mondo la fragilità del sistema Italia. Sono tempi di crisi, iniziata dopo lo sboom della new economy e gli attentati delle Torri Gemelle.

L’idea stuzzica il duo Tamburi-Gritti, che condividono di principio l’idea di De Benedetti, ma sorge subito un primo ostacolo: l’ex manager della Fiat non solo vuole ritagliarsi per sé il ruolo di presidente del nascituro fondo, ma anche il diritto di scegliere l’amministratore delegato. A Tamburi offrirebbe la vicepresidenza e un ruolo da supervisore. Tamburi, poco abituato alle convivenze e soprattutto a non potersi scegliere i manager, risponde che dipende da chi farà l’amministratore delegato. De Benedetti ha già un nome in tasca: è un suo manager di fiducia, Corrado Ariaudo, olivettiano di ferro che a Ivrea ha fatto tutta la carriera fino a diventare amministratore delegato della Olivetti Tecnost, la scatola le cui obbligazioni saranno offerte al mercato nella scalata a Telecom Italia. De Benedetti lo presenta come un vero direttore finanziario, non il classico tesoriere o contabile. Tamburi, invece, non è dello stesso parere: dopo un paio di incontri, Ariaudo non lo convince e pensa che non sia adatto al ruolo di numero uno di un progetto così impegnativo.

Al momento, dunque, in TIP preferiscono declinare la proposta di De Benedetti. E tutto finisce nel dimenticatoio. In realtà l’Ingegnere non smette di rimuginare sul progetto. E l’anno dopo, nel 2005, annuncia al mercato la nascita del fondo salvaimprese Management & Capitali. De Benedetti riesuma dal defunto Nuovo Mercato di Borsa una sua vecchia società quotata, la Cdb Web Tech, che cambierà nome in M&C. Per il debutto a Piazza Affari imbarca un parterre di soci di altissimo profilo: il fondo americano Cerberus, uno dei più autorevoli investitori mondiali, in particolare sulle aziende cosiddette distressed; la banca d’affari Goldman Sachs; il patron di Technogym Nerio Alessandri; e addirittura Peter Cohen, un’autorità della finanza americana, quello della scalata a debito alla Rjr Nabisco negli Anni 80, la madre di tutte le battaglie finanziarie. A officiare la nascita di M&C c’è un altro decano di Piazza Affari, nonché vecchia conoscenza di Tamburi: Ruggero Magnoni di Lehman Brothers, che poi finirà nell’ombra a causa del crac di suo fratello con Sopaf.

Con un simile pedigree, il fondo parte tra mille fanfare. Diventa anche un caso politico da prima pagina dei giornali: al progetto M&C partecipa addirittura Silvio Berlusconi, all’epoca presidente del Consiglio all’apice del potere e della sua parabola politica. I due arcinemici, dai tempi del Lodo Mondadori, diventano soci d’affari e siglano una sorta di patto: il fondo, che parte con una dotazione di 500 milioni, la più grande mai fatta in Italia per operazioni di turnaround, sarà una sorta di «braccio pubblico» per intervenire nei dossier più delicati. Primo su tutti il caso Alitalia, la compagnia di bandiera a un passo dal dissesto. M&C sembra nata apposta per questa operazione, ma non se ne farà nulla. Romano Prodi, nel frattempo diventato premier, tenterà un matrimonio con Air France, ma l’improvviso ritorno a Palazzo Chigi di Berlusconi, dopo soli due anni, fermerà il progetto per favorire la cordata dei «Capitani Coraggiosi».

Nonostante i nomi, il battage e i dossier caldi in cui M&C potrebbe intervenire, e sebbene il fondo sia partito sotto i migliori auspici e con alte aspettative, il tempo passa ma di big deal nemmeno l’ombra. Il mondo nel frattempo è cambiato. L’Italia ora è in pieno boom, come tutti i Paesi occidentali, e nessuno parla più di problemi. La crisi è alle spalle, dimenticata, anzi mai esistita. Presentare un fondo salvaimprese mentre la finanza macina record e le Borse salgono a razzo sembra un affronto. O peggio, in un Paese latino dove la scaramanzia è nel Dna della società, quasi un malaugurio. E dunque si arriva al paradosso: M&C ha mezzo miliardo in cassa, una liquidità record, ma non sa come spenderla. Non trova nessuna azienda in cui investire. C’è anche una spiegazione sociologica: in Italia gli imprenditori non sono abituati alle «special situation», cioè agli investitori di crisi, perché non ci sono mai stati. Inoltre, motivo ancora più forte, nessuno vuole mai ammettere di essere in difficoltà. L’Italia è un Paese in cui gli imprenditori arrivano a far quasi fallire le loro aziende (vedi il compianto Ivano Beggio con Aprilia o la Fantuzzi dell’omonima famiglia), piuttosto che chiedere aiuto a fondi opportunisti.

Sul tavolo di M&C transitano alcuni dossier, per esempio quello di Wally Yacht, di Tiscali (che poi Renato Soru manderà in sposa al magnate russo Vadim Belayev) e dei Viaggi del Ventaglio (tour operator della famiglia Colombo che poi fallirà), ma anche in questi casi non si concretizza nulla. In due anni di quasi totale inattività, salvo piccole operazioni in società modeste e ben più problematiche (come la Comital-Saiag, la casa del Domopak e di Cuki), M&C, un fondo chiuso quotato in Borsa, cade in picchiata e le azioni scendono da 1,5 a 0,4 euro. La distruzione di valore a Piazza Affari è enorme. Oltre al danno economico c’è anche quello reputazionale, che per De Benedetti è più grave dei soldi persi. Non è un caso che Goldman Sachs, Alessandri e tanti altri si precipitino a vendere seppur in perdita. Si vocifera che a Cerberus baleni pure l’idea, mai realizzata, di passare alle vie legali.

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