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Bassa Marea
10 Febbraio Feb 2019 1400 10 febbraio 2019

Trump ha demolito 70 anni di politica estera americana

Nel suo discorso sullo stato dell'Unione il presidente Usa ha confermato la sua volontà di distruggere l'equilibrio internazionale di cui gli Stati Uniti sono stati da sempre il perno fondamentale.

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Declamato in ritardo sulla data abituale di gennaio causa scontri politici a Washington, il discorso di Donald Trump sullo Stato dell’Unione ha confermato martedì 5 febbraio che tutto è in disordine sul fronte occidentale. Ci sono più problemi che certezze su una linea primaria per la pace mondiale, la linea atlantica, che va da San Francisco a Berlino e ora Varsavia e Baltici, passando per Londra, Parigi e Roma, linea che al presidente degli Stati Uniti non interessa molto, anzi. Se già per Barack Obama, a differenza dei suoi predecessori ben consci del mondo europeo, il Vecchio Continente era ed è - come ha osservato Romano Prodi - «un punto qualsiasi nel mondo», per Trump è solo un fastidioso rivale commerciale che va riportato alla sua realtà, una divisione in piccoli Stati, demolendo la molesta Unione europea. È una scelta esplicita della presidenza Usa. E la negazione di oltre 70 anni di diplomazia europea di Washington.

TRUMP HA AZZERATO IL DIALOGO IN POLITICA ESTERA

Un vero nazionalista come Trump non ha alleati, per definizione. Questa solitudine al comando non è certo condivisa dallo stesso establishment di Washington, come confermano recentissime secche censure bipartisan espresse dal Senato alla politica estera presidenziale. Le polemiche dimissioni a fine dicembre del ministro della Difesa, l’autorevole generale James Mattis, lo hanno confermato. L’annuncio a dicembre del ritiro da Siria e Afghanistan non era stato discusso né comunicato a Mattis e nemmeno, si è saputo in questi giorni, al generale Joseph Votel, capo del Central Command dal quale dipendono quelle aree strategiche. Ma è il presidente a controllare la politica estera.

In genere i presidenti parlano, parlavano, da leader americani per quasi tutto il discorso, riservando spazi tuttavia a un respiro internazionale. Non Trump

«We must keep America first in our hearts», dobbiamo avere l’America - o con gioco di parole lo slogan presidenziale America First - al primo posto nei nostri cuori, dice ora Trump non offrendo nessun dialogo in politica estera. Ha parlato di «cooperazione, compromesso e bene comune» ma solo sul fronte interno, senza minimamente allargare il concetto, per vago accenno, anche al mondo del quale gli Usa si sono considerati a lungo – e continuano di fatto a essere sia pure in modo diverso – il perno fondamentale, con un rapporto costi benefici raramente in perdita. In genere i presidenti parlano, parlavano, da leader americani per quasi tutto il discorso, riservando spazi tuttavia a un respiro internazionale. Non Trump. Non ci sono grandi disegni, solo cose da fare spot. La Corea del Nord, il Venezuela, l’Iran. Fastidi inevitabili.

IL RITIRO DAL TRATTATO INF E L'ALLENAZA ANTI-UE CON PUTIN

Trump ha citato gli “alleatiNato solo come cattivi pagatori, il che è in parte vero, finalmente messi in riga, senza accenno a ciò che ci lega se non i soldi: non le idee, non i concetti ormai quasi secolari di comuni interessi in difesa della libertà, non gli evidenti interessi comuni che per il presidnete ipernazionalista non esistono. E ha ribadito fino alla noia i temi del fair trade, del giusto commercio, ambiguo nume bifronte da sempre usato da tutti e molto dagli Stati Uniti sia per difendere legittimi interessi sia per camuffare il protezionismo. Tutto questo mentre mezzo Regno Unito vorrebbe uscire e subito e alla garibaldina dalla Ue, incoraggiato ampiamente da Trump in persona che disprezza l'Unione europea e, al pari di Vladimir Putin, vorrebbe sfasciarla. Nel frattempo Washington si è ritirata dal Trattato Inf sui missili a corto e medio raggio (310-3.420 miglia), cioè armi destinate in primis al teatro europeo e che dal 1987 erano bandite. Mosca non rispettava il patto, ha detto Trump, ed è vero. Mosca in genere non rispetta mai davvero questi patti militari perché, debole come è in economia (ha un Pil, cioè una capacità di produzione di ricchezza, esattamente pari a quello spagnolo), solo con la pressione strategica riesce a contare. Il trattato Inf è stato per quasi 35 anni un pilastro degli equilibri in Europa e ora non si conosce il seguito.

Donald Trump alla Casa Bianca.

LO SCONTRO CON MATTIS SU MEDIO ORIENTE E ALLENAZE NATO

Trump non ama gli accordi internazionali, le alleanze strategiche, le intese e gli sforzi congiunti di qualsiasi tipo perché limitano o regolano l’esercizio del notevole potere americano, in tutti i campi. Al concetto di international order ha sostituito quello di competition. È più che giusto che il presidente Usa cerchi di chiudere le falle dell’economia americana, che ci sono, soprattutto quelle industriali, ma lo fa da nazionalista, da America contro tutti. Il nazionalismo, spiegava al meglio un breve vecchio saggio di George Orwell (Notes on Nationalism, 1945), è cosa ben diversa dal patriottismo. Il patriottismo «è per sua natura difensivo, militarmente e culturalmente. Il nazionalismo invece è inseparabile dal desiderio del potere». Per questo Trump vuole silurare la Ue e appoggia dichiaratamente una no deal brexit che scinda ogni rapporto strutturale fra Londra e Bruxelles e ha mandato nella capitale inglese un ambasciatore che a questo cerca di lavorare, per umiliare l’Europa. Vuole infatti, a differenza di tutti i suoi predecessori, un’Europa delle piccole patrie con cui meglio fare la voce grossa.

Che Washington sia l’oggetto finale, in definitiva, dei disegni d’attacco russi, da sempre e comprensibilmente infastiditi da una presenza americana in Europa, a Trump per ora non interessa

Esattamente come Putin. Considerato dall’establishmet uno dei più temibili avversari, come il caso Ucraina dimostra, il capo del Cremlino è in realtà per Trump, anche se non può dirlo e quando ci ha provato ha sollevato cori di proteste e critiche, un partner distruttivo in una visione che apprezza solo l’hard power e disprezza il soft power, che è invece un punto di appoggio, con l’economia, l’euro, lo stato sociale e altro, dell’Europa. Che Washington sia l’oggetto finale, in definitiva, dei disegni d’attacco russi, da sempre e comprensibilmente infastiditi da una presenza americana in Europa, a Trump per ora non interessa. Non così il generale Mattis. Le 40 righe della sua lettera di dimissioni erano tutte, un mese e mezzo fa, un atto d’accusa al presidente. La forza degli Stati Uniti è «inestricabilmente legata al nostro singolare e articolato sistema di alleanze e collaborazioni... Senza forti alleanze e senza praticare il rispetto degli alleati gli interessi americani non possono essere difesi».

Il generale James Mattis.

È chiaro che Cina e Russia vogliono diritto di veto su scelte «economiche, diplomatiche e strategiche» di altri Paesi, vedi l’Europa nel caso russo, «per promuovere i loro interessi a spese dei loro vicini, dell’America e dei nostri alleati». E aggiunge: «Le mie convinzioni su come occorra trattare gli alleati con rispetto e insieme stare all’erta circa le mosse di soggetti male intenzionati e di competitori strategici sono ben radicate e sorrette da quattro decenni di immersione in questi problemi (a differenza di lei signor presidente, è il sottinteso, ndr). Dobbiamo fare tutto il possibile per far avanzare l’ordine internazionale che meglio favorisce la nostra sicurezza e prosperità e i nostri valori, e siamo rafforzati in questo se abbiamo la solidarietà dei nostri alleati». Sono altre però le priorità della bold new diplomacy come Trump la definisce nel suo discorso, e gli alleati sono prima di tutto un fastidio, in primis gli europei.

IL SISTEMA USA È MUTATO E NON TORNERÀ MAI QUELLO DI PRIMA

Eppure il consenso bipartisan degli anni successivi alla Guerra fredda, dopo il 1989 cioè, e della stessa Guerra fredda, non è del tutto morto come conferma la secca sconfitta, 68 a 23, subita da Trump nei giorni scorsi al Senato, contrario al massiccio ritiro delle truppe da Siria e Afghanistan. Critici di Trump, repubblicani e democratici tuttavia si dividono su molti altri aspetti della strategia futura, e i democratici che un tempo erano interventisti non apprezzano più molto le missioni militari all’estero. Non si vede ancora un gruppo dirigente democratico capace, a parte le battaglie parlamentari, di contrastare Trump nella coscienza del Paese.

Se Trump fosse rieletto nel 2020 non resterebbe che la sua visione del mondo.

Il sistema americano non tornerà mai più ad essere quello che fu, il tempo non passa invano, ma una sua forma aggiornata ha ancor a spazio ed è ancora ben vista nel mondo, come varie analisi e sondaggi confermano. La competizione trumpiana non può garantire l’ordine. L’equilibrio e i sistemi di alleanze sono molto più efficaci. Se Trump fosse rieletto nel 2020 non resterebbe che la sua visione del mondo. In fondo anche un terzo circa dell’elettorato americano, così come i britannici con la Brexit, gli italiani con i gialloverdi e altri, vogliono qualcosa di “nuovo” senza sapere che cosa. L'inquilino della Casa Bianca lo ha promesso e lo sta dando, il “nuovo”. Ma può una competizione perpetua essere un principio di ordine mondiale? Un secondo mandato non sono mai altri quattro anni. Ma sono, per il radicamento che consentono, come altri 10. Ci resterebbe solo l’America di Trump.

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