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L'ambiguità del governo sull'oro di Bankitalia

Sull'eventuale uso delle nostre riserve auree per evitare l'aumento dell'Iva e sull'Italexit il governo si muove nell'ambiguità. Non si capisce se si tratta di incompetenza, demagogia o di deliberata panificazione.

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Il padre della geometria, il matematico greco Euclide, era un maestro del ragionamento per assurdo. Non sappiamo quanto disorientamento potrebbe provare con la geometria variabile del progetto politico dell’attuale governo, ma senza dubbio avrebbe dato ai numeri del nostro bilancio, primo fra tutti il debito, una rilevanza che sembra dimenticata. Proviamo allora, con un esercizio per assurdo, a perlustrare la situazione.

IL SENSO PER IL DEBITO E LO SPREAD DEL GOVERNO SOVRANISTA

Il nostro enorme debito pubblico (oltre 2.350 miliardi di euro) ci fa partire ogni anno con una pesante zavorra di interessi da pagare, rendendo difficile al Paese competere con gli altri. Chiunque voglia governare negli interessi degli italiani dovrebbe cercare di contenere il peso del debito sia in termini di mole (ammontare) sia in termini di costo (spread), perché con un miglior rapporto debito/Pil e minore spesa per interessi si libererebbero risorse per alleggerire la fiscalità e/o spingere l’economia nazionale, a beneficio di tutti i cittadini, siano essi lavoratori, pensionati, studenti o disoccupati. Il governo sovranista sembra avere un altro piano, perché manifesta apertamente l’intenzione di fare più debito possibile (ricordiamo le dispute con Bruxelles per espandere al massimo il deficit) e quanto allo spread generalmente si limita a fare la faccia truce e dichiarare «me ne frego».

MISURE PER LA CRESCITA NON PERVENUTE

Potremmo pensare che sia perché punta tutto sulla crescita, ma i due principali provvedimenti del governo, quota 100 e reddito di cittadinanza, dicono il contrario. Quota 100 non ha alcun contenuto orientato alla crescita, nel sostenerlo davanti ai cittadini, il governo ha ipotizzato che i neo-pensionati verranno sostituiti in rapporto di 1 a 3 da nuovi lavoratori (anche se non risulta tutto questo desiderio delle imprese di assumere), ma per ora la maggior parte dei richiedenti pensione in quota 100 è al momento un disoccupato. Il reddito di cittadinanza sarebbe un provvedimento di rilancio dei consumi, ma è lo stesso governo, in due documenti differenti, a misurare il costo del provvedimento per circa lo 0,4% del Pil e stimare una spinta allo stesso Pil «fino allo 0,11% in caso di boom dei consumi».

IL NONSENSO DELLA "GUERRA" CON LA FRANCIA

Se si spinge l’aumento della mole di debito, si sfidano i mercati sullo spread e si realizzano provvedimenti che costano ampiamente più di quanto generano, sembra attenzione minima cercare di tenere buoni rapporti con i detentori dei titoli di debito. Ma anche su questo fronte si resta stupiti: il principale detentore di titoli italiani, nonché uno dei principali partner commerciali, è infatti la Francia, Paese con cui da mesi stiamo deliberatamente cercando di litigare, ottenendo per ora un gesto che era inedito dalla nostra entrata in guerra nel 1940: il richiamo dell’ambasciatore francese in patria.

INCOMPETENZA O DEMAGOGIA?

Direbbe Euclide a questo punto che, per negazione dell’ipotesi si arriva a conclusione contraddittoria, pertanto il governo non sta agendo negli interessi degli italiani. Sono passati molti secoli e le cose non sono più lineari e semplici come ai tempi di un discepolo di Platone, inoltre con questi brevi passaggi per assurdo Euclide non saprebbe dirci se questa azione contraria al comune interesse sia compiuta scientemente o accidentalmente. Molti sono infatti convinti che il governo sia semplicemente preda della propria incompetenza, o agisca per pura follia, populismo, demagogia, come ipotizza l’ex ministro Renato Brunetta:

La critica di Renato Brunetta alla proposta di Borghi.

L’ex ministro si riferisce a una norma presentata dal presidente leghista della commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi, che prevede di far riconoscere allo Stato la proprietà delle riserve auree di Banca d'Italia. A questa, come riportato da Reuters, è seguita la bozza di un’altra norma, che consentirebbe al governo la vendita dei lingotti di Bankitalia se autorizzata da una legge costituzionale. Visto il continuo sfarinamento delle proiezioni di Pil dell’Italia, il governo starebbe infatti ipotizzando l'utilizzo delle riserve auree per evitare la manovra correttiva quest'anno e non far scattare le clausole di salvaguardia nel 2020 con l’aumento di Iva. Che sarebbe più o meno l’equivalente di chi vende i gioielli di famiglia per pagarsi la vacanza ai Caraibi.

LE RISERVE AUREE E LA LORO IPOTETICA CESSIONE

Ma quell’oro ha un controvalore di circa 80 miliardi di euro (cioè solo un trentesimo del nostro debito), e la sua ipotetica cessione è regolata dai trattati di Maastricht e dal Central Bank Gold Agreement (Cbga). L'esponente leghista ha precisato in un’intervista: «Non c'è nessuna intenzione di vendere un grammo d'oro. Semplicemente vorremmo che fosse chiaro, prima che questa idea venisse ad altri, che l'oro è dello Stato italiano». Una strana necessità di chiarimento, di cui vien voglia di domandarsi l’origine: quell’oro è già registrato nel patrimonio pubblico. Un’ipotesi la avanza Riccardo Puglisi, professore associato di Economia presso l’Università di Pavia: «La mossa di Borghi sull'oro di proprietà dello Stato e NON di Bankitalia si collega ai debiti di questa nel sistema Target2: in caso di uscita dell’Italia dall’euro le banche centrali creditrici non potrebbero utilizzare l'oro a copertura del debito» italiano sul sistema Target2. A supporto dell’ipotesi ci sarebbe un vecchio tweet dello stesso Borghi:

Il tweet del presidente della commissione Bilancio alla Camera Claudio Borghi.

L'AMBIGUITÀ SULL'USCITA DALL'EURO

Non ci troveremmo quindi preda di incompetenza o follia, ma di deliberata panificazione. Saremmo di fronte all’ennesimo tentativo di apparecchiare la tavola per un’uscita dall’euro, in uno schema ormai consueto di ambiguità: quando il governo viene interpellato sulle sue mosse più strane e sui sospetti che alimentano risponde sempre che la singola proposta «è solo un’ipotesi»; incalzati più specificamente alzano le sopracciglia e dichiarano: «L’uscita dall’euro non è nel contratto di governo». Tutto bene, peccato che nel giro di 24 ore li ritrovi a strizzare l’occhio a quella parte di elettorato che invece tifa per lo strappo con Bruxelles, pubblicando sui social frasi sibilline come «se hai un piano, i nemici non aspettano altro che saperlo» come a dire che certe cose si fanno senza annunciarle, il pubblico “noeuro” è pregato di attendere fiducioso. Perché, in fondo, il profilo social esprime "opinioni personali”, in una sorta di schizofrenia fra ruolo pubblico e opinione personale. Il povero Euclide, fosse nato ai tempi nostri, teorizzerebbe che in un governo triangolare, il quadrato costruito sull'altezza della coltre di fumo sull’argomento euro è equivalente al rettangolo che ha per dimensioni le proiezioni delle ombre dei due vicepremier sul premier.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

12 Febbraio Feb 2019 1750 12 febbraio 2019
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