Moda Italia Francia Mediobanca

Quanta Francia c'è nella moda italiana

Un sesto delle maggiori aziende del nostro Paese appartiene a società d'Oltralpe. Dove i primi tre gruppi hanno un giro d'affari pari a quello dei 163 grandi marchi tricolore. L'analisi di Mediobanca.

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Vista dalla Milano della settimana della moda donna, che si tiene dal 19 al 25 febbraio nel 2019, lo scontro tra Francia e Italia è più di un incidente diplomatico. È una jattura. Che ci sia molto d'Oltralpe nella moda italiana è cosa risaputa, ma l'indagine sul settore realizzata da Mediobanca dà una misura esatta del fenomeno: delle 163 società prese in considerazione nell'analisi (quelle con un fatturato di oltre 100 milioni di euro nel 2017), ben 66 sono straniere, per un terzo del fatturato aggregato. Di queste 26 sono sotto bandiera francese. Per fare due nomi, 11 fanno capo al gruppo Kering e nove a Lvmh. I marchi, quelli principali, sono noti anche al grande pubblico: Loro Piana, Bulgari, Fendi (per Lvmh), Gucci e Bottega Veneta (Kering). Invasione? «Parlerei piuttosto di compenetrazione», ha spiegato Nadia Portioli che per Mediobanca ha curato lo studio. Difficile, d'altronde, fare i nazionalisti in un settore che a livello europeo ha un fatturato sopra i 226 miliardi euro (considerando solo le aziende sopra i 900 milioni di fatturato) di cui l'85% viene realizzato fuori dal Paese in cui ha sede l'azienda. Un po' meno nel caso dell'Italia dove la percentuale si "ferma" al 78,3% (ma sarebbe interessante conoscere il peso dell'acquisto dei turisti stranieri in visita nel nostro Paese).

LA PICCOLA ITALIA E I GIGANTI FRANCESI

Cosa hanno da imparare dai francesi gli italiani? A leggere la relazione di Mediobanca, verrebbe da dire «a diventare grandi». Se consideriamo i 43 maggiori gruppi europei con un giro d'affari sopra i 900 milioni di euro, per un fatturato complessivo di 226,2 miliardi, il 30,3% fa capo ad aziende con la sede in Francia. Segue l'Italia, con 13,4% del fatturato, ma a brevissima distanza dalla Spagna (13%). Un altro dato: «Il giro d'affari dei primi tre gruppi francesi (Lvmh, Kering e Hermes) è pari a quello di tutte e 163 le imprese italiane della moda con fatturato sopra i 100 milioni», spiega Portioli. Nella classifica europea, il podio vede prima Lvmh, poi la spagnola Inditex (Zara), quindi i tedeschi di Adidas. Per trovare il primo gruppo italiano bisogna arrivare al settimo posto con Luxottica (9,2 miliardi). Dati, però, precedenti alla fusione con Essilor al seguito della quale la società è diventata di fatto francese, pur essendo il primo azionista l'italiano Leonardo Del Vecchio. Certo, i numeri sono dalla nostra parte: con oltre 15 gruppi, l'Italia ne ha il maggior numero tra i big. Ma non sono grandi come quelli stranieri.

Leonardo Del Vecchio
ANSA

Non è l'unico problema: c'è anche una questione di redditività. Se i più bravi sono i danesi (un ebit margin del 22,6%), i francesi vantano comunque un ottimo 19,6%. Meglio dell'Italia, ferma a un ebit dell'11,6%, fanno anche le aziende inglesi, spagnole, svizzere. Peggio solo quelle tedesche. Ma nonostante tutto questo il quadro è tutt'altro che negativo: la moda vale per l'Italia l'1,3% del Pil contro l'1,1% nel 2013, gli occupati sono 363 mila (più 19,7% sul 2013), gli utili sono cresciuti, anche se solo grazie alla diminuzione del carico fiscale. Complessivamente, il settore fashion fa meglio della manifattura per redditività (ebit margin dell'8,9% contro il 7,7%) e capitalizzazione (debiti finanziari al 33,7% contro 57,9%). Numeri che potrebbero migliorare ancora. Magari togliendosi dalla testa che «piccolo è bello».

13 Febbraio Feb 2019 1545 13 febbraio 2019
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