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1 Marzo Mar 2019 1425 01 marzo 2019

Perché serve una certificazione dell’etica del manager bancario

Per un cambio culturale utile a recuperare la fiducia dei clienti i consulenti non bastano. È necessario il contributo del management. Da formare (e testare) adeguatamente.

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Repetita non iuvant. È proprio il caso di adattare la massima latina quando si parla delle disavventure finanziarie che, nonostante la loro gravità e le sciagure che ingenerano, si ripetono con la puntualità di un orologio svizzero. La truffa dei diamanti è solo la piu recente ed è difficile poter sperare che possa rappresentare l’ultima. Potrà mai esserci rimedio a questo penoso stillicidio? Le banche continueranno a rimanere il luogo deputato a mantenere in sicurezza i nostri risparmi? Il nostro consulente di fiducia sarà degno in futuro di onorare il valore inestimabile di questo ruolo, spesso ostentato con eccessiva sicumera? Sono alcune delle questioni affrontate da oltre quattro anni su queste colonne con un unico obiettivo: spingere gli operatori del settore ad assumersi la responsabilità di erogare una consulenza efficiente e professionale, oltre che rispettosa dei fondamenti etici.

UN CAPITALE DI FIDUCIA DA RECUPERARE

Da questo punto di vista il settore, sebbene in crisi, potrebbe essere maturo per chi deciderà di rimanervi. A tal proposito diverrà inevitabile equipaggiarsi di nuovi “abiti comportamentali”. Non saranno facili da indossare perché a differenza della preparazione tecnica, che non dovrà mai mancare, si dovranno modificare comportamenti consolidati da oltre 25 anni per recuperare il capitale di fiducia ormai completamente perso. Si tratta di un cambio culturale per il quale è necessario il contributo dei manager. Di tutti i manager e non solo del top management. Da soli i consulenti non possono farcela. Se infatti si mettono a confronto specifici articoli della direttiva europea sulla Mifid II con quelli relativi all‘Accordo Nazionale sulle Politiche Commerciali e Organizzazione del Lavoro, siglato l’8 febbraio 2017 da Abi e sindacati, pur riconoscendo che entrambe le iniziative potrebbero apportare notevoli miglioramenti all’intero processo consulenziale, con conseguente beneficio per i risparmiatori, si rileva, purtroppo, che l’intero impianto così com’è definito, rimarrà solo un eccellente proposito.

Con questi accordi, almeno sulla carta, il risparmiatore risulterebbe blindato con consulenti super preparati e revisionati annualmente che si occuperanno di lui. Ma in tutta questa perfezione dove nulla è lasciato al caso, c’è qualcosa che stride: la posizione dei manager e in modo particolare di quelli che operano in rete con posizioni commerciali (il classico direttore di filiale e i suoi superiori, per intenderci). Sono loro che dovrebbero ispirare la rete verso il rispetto dei principi e dei comportamenti sanciti dalle direttive e, di conseguenza, orientarla verso condotte efficienti, trasparenti, ma soprattutto etiche e rispettose dei profili dei clienti. In questo contesto, chi “revisiona” le loro professionalità? Chi si occupa di verificare che questi comportamenti si concretizzino e non rimangano solo buoni propositi piegati alle logiche dei budget e delle pressioni del top management?

UN NUOVO TIPO DI LUNGUAGGIO (E DI COMPORTAMENTO)

A tal proposito, ci si chiede come possa essere credibile ed efficiente un accordo che vede gli stessi manager, che con i loro atteggiamenti lo hanno ispirato, agire con un modus comportamentale mai sperimentato prima che prevede di attivare anche azioni di mentoring sull’intera rete commerciale. L’Accordo sulle pressioni commerciali, così come i principi sottolineati nella direttiva Mifid, parlano inequivocabilmente di competenze particolari. Tra il conoscerle e saperle scaricare a terra scorre una netta linea di demarcazione. E se si pensasse di proporre una sorta di “certificazione dell’etica del manager” con l’avvio di uno specifico percorso di analisi dei comportamenti e superamento di un esame finale? Potrebbe non essere garanzia di risultato certo, ma potrebbe indirizzare i manager verso un nuovo tipo di linguaggio e comportamento che risulterebbe in linea con le richieste dei regolatori.

I budget e gli obiettivi potrebbero essere raggiunti con esempi autorevoli piuttosto che con intimidazioni autoritarie. Che si inizi a parlarne, perché al di là dell’Atlantico è già attiva una nuova figura di consulente, il life financial coach, attento non solo al portafoglio del cliente ma al suo intero benessere. La nuova e permanente (per tutta la durata della legislatura) Commissione bicamerale di inchiesta sul sistema bancario è in dirittura di arrivo. E se iniziasse a pensare a anche a questo aspetto?

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