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Crisi delle banche
Applicazione Bail In Italia

La discussione surreale sul bail in da Tria a Bankitalia

Abbiamo accettato lo strumento in nome dell'unione bancaria. Il problema è la sua efficacia di fronte ai mercati. Non tanto i suoi effetti nel nostro Paese. Dove infatti non è mai stato applicato.

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Ricatti denunciati e poi smentiti, riflessioni fatte a voce alta a cinque anni dall'approvazione di una legge, per dire che quella legge è stata introdotta troppa in fretta. Quello sul bail in, il sistema di risoluzione delle banche negoziato dai governi in Europa nel 2013, votato a Bruxelles nel 2014, approvato dal parlamento italiano nel 2015 ed entrato in vigore nel 2016, è diventato in Italia un dibattito surreale, tanto più se si pensa che proprio in Italia il bail in non è mai stato applicato. E intanto se ne discute come un uomo nero da cui fuggire. Senza spiegare, senza approfondire, senza prendersi alcuna responsabilità: solo scappare. Ma dato che il ministro Giovanni Tria è arrivato ad accusare i tedeschi di averci ricattato e addirittura il capo della vigilanza Carmelo Barbagallo ha detto ora, marzo 2019, che le norme sono arrivate troppo rapidamente, bisogna mettere in fila almeno quattro episodi e qualche responsabilità.

1. I PILASTRI DELL'UNIONE BANCARIA: L'ORIGINE DEI “RICATTI” INCROCIATI

Il punto di partenza di questa storia è un vertice di cui molti si sono scordati e in cui l'Italia ha minacciato il veto contro l'approvazione di quello che comunemente chiamiamo Fiscal Compact, e che in realtà si chiama Patto per la stabilità e la crescita, e che in quel momento poteva darci la flessibilità (i regolamenti con le regole più stringenti six pack e two pack erano già entrate nel sistema del semestre europeo, negoziati dal governo Berlusconi IV). Quel veto fu messo dal premier Mario Monti – nel vertice di giugno di quest'anno sui migranti, quindi, Giuseppe Conte lo ha di fatto emulato – con un solo obiettivo: strappare alla Germania l'accordo sull'Unione bancaria. Di fronte infatti alla minaccia per il nostro sistema rappresentata dalla crisi del debito, e con la Germania e il Nord Europa pronti a puntare il dito sulla spirale tra debito, titoli di Stato e istituti bancari, il professore bocconiano, sostenuto dalla parte più influente della classe dirigente italiana dentro alle istituzioni europee, ha offerto al Nord Europa una soluzione europeista da manuale: integriamo le banche, regole uguali per tutti, con una vigilanza unica, e garanzie pure, con la messa in sicurezza del sistema nostrano.

La ricetta però era indigesta per tedeschi e olandesi. E le decisioni su come riempire il piatto, come è normale e succede sempre nei negoziati tra i Paesi Ue, hanno richiesto tempo e compromessi, all'interno dei quali la strategia dell'uno può essere utilizzata dall'altro per porre le sue condizioni. Per riassumere in maniera volgare e rapida, durante le trattative gli Stati impauriti dalla crisi di Cipro, travolta dall'esposizione verso il debito ellenico e impauriti dal debito italiano hanno chiesto di regolare le risoluzioni bancarie e di ritardare di fronte alla mole delle sofferenze e dei crediti deteriorati la creazione della famosa garanzia unica sui depositi. Dunque l'obiettivo finale agognato dall'Italia è stato rinviato e sempre più condizionato alla riduzione dei crediti deteriorati con messaggi ai mercati sfavorevoli per il sistema del credito italiano, seppure in uno sforzo di trasparenza anche a favore dei cittadini e dei risparmiatori italiani. E alla fine c'è anche chi si chiede se ne è valsa la pena. Da qui l'uscita scomposta di Tria che ha accusato i tedeschi di avere ricattato sul bail in all'allora ministro del governo Letta Fabrizio Saccomanni: una ricostruzione smentita dallo stesso Tria e poi anche dal diretto interessato.

Il ministro Giovanni Tria.
Ansa

2. L'IDEA DELL'AZZARDO MORALE TEDESCO E LA POSIZIONE AMERICANA

La discussione sul bail in è di sostanza. Da una parte c'è la posizione tedesca e nordica con le sue ragioni. Dicono i tedeschi, sempre per riassumere, che il primo interesse da proteggere è quello dei cittadini. Sono soldi dei cittadini, in quanto contribuenti tassati dello Stato, quelli spesi negli anni della crisi - soprattutto dalla Germania, va detto - per i salvataggi pubblici gli istituti di credito. E sono soldi dei cittadini, in quanto risparmiatori, quelli depositati nelle banche dai correntisti. Di conseguenza, è comprensibile un modello di gestione delle risoluzioni bancarie che costringe gli azionisti, cioè sulla carta coloro che guadagnano sull'attività bancaria partecipando agli utili, e in seconda battuta gli obbligazionisti junior a pagare gli eventuali costi di una mala gestione e protegge invece i depositi dei correntisti fino a 100 mila euro, come vuole il bail in.

Sentire 10 anni dopo una lamentela sull'introduzione del bail in suona come una giustificazione indigeribile, soprattutto da una istituzione come Bankitalia

Certo, la realtà italiana delle banche popolari è fondata per lo più sulla sovrapposizione dei ruoli, come vedremo più avanti. Ma la contestazione del modello bail in va oltre il caso specifico. Soprattutto in ambienti di ricerca e istituzionali americani, a partire dal Fondo monetario, viene messa in discussione l'efficacia di una direttiva che nel nome della protezione dei cittadini danneggia le istituzioni bancarie dove quei cittadini hanno i conti, o hanno investito, e che sono centrali, ancora di più in Europa peraltro rispetto agli Stati Uniti, per la vitalità del sistema economico. L'argomentazione è semplice: la norma del bail in non solo modifica di fronte al mercato le posizioni di rischio, ma regolamentandole in maniera rigida e comunicandole urbi et orbi ne aumenta anche l'ammontare dei rischi: in sostanza, dicono i critici, con l'obiettivo dichiarato di rafforzare il sistema bancario, vera e propria infrastruttura dell'economia europea, lo indeboliamo in partenza. Tuttavia, in Italia la discussione non è in questi termini e si riduce al tentativo di fuga dalla realtà.

3. TUTTO ERA PREVISTO: NOVE ANNI PER SISTEMARSI

Dice infatti Barbagallo, cioè uno dei massimi responsaibili della vigilanza sul settore bancario del nostro Paese, che la norma del bail in è stata adottata troppo in fretta. Eppure dall'inizio dei negoziati sono passati sette anni, cinque dall'approvazione finale del testo. Possibile che il problema sia il la norma e non il mancato adeguamento del sistema italiano? Si dirà che l'Italia delle piccole imprese è anche il Paese delle piccole banche dei soci risparmiatori e non dei grandi capitali di rischio. Con questa retorica si è giustificato tutto: la manipolazione dei profili di rischio degli investitori e lo spaccio di titoli rischiosi a chi non era in grado di maneggiarli - come abbiamo già scritto, la Consob sottolineava addirittura in una comunicazione del 2009 che le banche erano pronte a vendere alle famiglie obbligazioni subordinate per raccogliere la liquidità che nel mezzo della crisi non trovavano altrove. Basterebbe solo questo per dire che sentire 10 anni dopo una lamentela sull'introduzione del bail in suona come una giustificazione indigeribile. Soprattutto da una istituzione quale Banca d'Italia che ha sempre esercitato il sicuramente diffiicile e delicato ruolo di regista dell'assetto del sistema del credito. E che non sembra negli anni passati aver sollecitato la classe politica ad accelerare una transizione segnata, perché, volenti o nolenti quelli che sono venuti dopo, già diventata legge europea.

4. IL PARADOSSO FINALE: IN ITALIA IL BAIL IN NON È MAI STATO APPLICATO

Per di più il sistema della risoluzione risulta ancora oggi molto flessibile, tanto che non necessariamente implica il bail in. E con questo arriviamo all'ultimo paradosso, e cioè che in Italia di bail in si è parlato moltissimo, ma non lo si è applicato mai. Come detto, progettato sulla base dell'esperienza cipriota, quando all'isola venne imposto un prelievo forzoso sui depositi superiori ai 100 mila euro, la prima volta che è stato messo in pratica sulla base delle norme europee entrate in vigore nel 2016 è stata la risoluzione del Banco Popular, che guarda caso il Wall Street Journal aveva bollato come «il più italiano di Spagna». Un istituto di credito che è stato acquistato da Banco Santander con un'operazione tempestiva, che è tutto il contrario di quello che abbiamo visto in Italia, quando il valore delle sue azioni era vicino allo zero, ma comunque più alto di quello con cui solo per fare un esempio sarebbero dovute essere quotate le banche venete. Per il resto quello abbiamo visto al massimo è stata l'applicazione delle regole del burder sharing, come spiega la stessa Banca d'Italia, una riduzine del valore nominale di azioni e obbligazioni subordinate, regolata dalla normativa in vigore fino alla fine del 2015 e che non prevede una gerarchia ordinata come nel caso del bail in. E quindi discutiamo pure di tutte le risoluzioni delle popolari, ma sapendo che il colpevole non è un uomo nero fatto di regole "ingiuste", ma persone reali con corpi, facce e nomi.

11 Marzo Mar 2019 0800 11 marzo 2019
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