Rischi Affari Cina Nuova Via Della Seta

Tutte le trappole dietro gli affari con la Cina

Pericolo indebitamento. Appalti coi prezzi che crescono. Più deficit commerciale. E persino deforestazione ed estinzione di animali. I rischi che si corrono scendendo a patti con Pechino.

  • ...

La Repubblica popolare cinese ha la seconda economia più grande del mondo se misurata con il Pil nominale: 18.769,286 miliardi di dollari secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), 12.237,700 per la Banca mondiale e 12.234,781 stando ai dati dell’Onu; contro i 20.513, 19.390,604 e 19.485,394 rispettivamente calcolati per gli Usa; e gli 84.835,462, 80.683,787 e 80.501,413 del totale mondiale. È invece la prima economia al mondo se ragioniamo in termini di parità di potere di acquisto: la stima del Fmi la farebbe crescere infatti a 25.238,56 contro i 20.412,87 degli Usa, i 21.998,475 dell'Unione europea e i 134.981 del totale mondiale.

Sono dati comunque da raffrontare al fatto che si tratta del primo Paese al mondo per popolazione, e se si passa al Pil pro capite il rango cala bruscamente: 71esima in valore nominale e 78esima a parità di potere d’acquisto. Ciò significa che ha ampie possibilità di migliorare, e in effetti fino al 2015 è stata l’economia a maggior crescita del mondo, con un livello di oltre il 6% per oltre 30 anni. Dal 1979 al 2017, anzi, il Pil cinese è cresciuto a un tasso medio annuo del 9,5%. Ma dopo il 2015 ha subito un relativo rallentamento, e nel 2017 la Cina è stata solo 16esima, pur con un 6,8% che noi dobbiamo risalire ai tempi del boom economico per averlo. E nel 2018 il 6,5% registrato è stato il tasso di crescita più basso degli ultimi 28 anni.

Anche l'Italia è coinvolta nella Nuova via della seta.

Ciò significa che la Cina non riesce a crescere al livello cui il regime avrebbe bisogno per mantenere il consenso e sostenere le proprie ambizioni globali. Peraltro la sua famosa capacità di export, pari nel 2017 a un primo posto mondiale con 2.157 miliardi, è comunque appena un’incollatura sopra ai 1.929 miliardi dell’Ue, ed è relativamente poco in rapporto al Pil: appena il 19,6%, contro il 60,3 della sorella rivale Taiwan, 46,1 della Germania, il 43 dell’Ue, il 42,2 della Corea del Sud, il 29,8 dell'Italia (gli Usa stanno all’11,9). Insomma, è un colosso che ha necessità di espandersi.

NUOVA VIA DELLA SETA O CAPPIO AL COLLO?

Appunto per espandersi è stata elaborata quella strategia di alleanze, allargamento commerciale, concessione di crediti e costruzione di infrastrutture che è stata complessivamente definita Nuova via della seta o Belt and Road Initiative (Bri). Nel 2017 è stata inserita nello statuto del Partito comunista cinese come obiettivo strategico, e nel 2018 è stata messa anche nel preambolo della Costituzione. A questa strategia si ispira anche Memorandum of understanding (Mou) che sabato mattina viene firmato con Xi Jinping dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dal ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio.

L’Italia riconoscerà il principio di «una sola Cina», senza più interpretarlo come «una Cina, due sistemi»

L’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata

L’Italia è il primo Paese fondatore dell'Ue e il primo membro del G7 a fare un tale passo. Non è formalmente un trattato, ma un documento impegnativo tra lo Stato italiano e quello cinese valido per cinque anni. Vincolerebbe dunque anche un governo diverso da quello attuale. Secondo l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, nella dichiarazione congiunta che sarà emanata alla fine della visita di Xi l’Italia riconoscerà il principio di «una sola Cina», senza più interpretarlo come «una Cina, due sistemi»: a detrimento della posizione di Taiwan.

Xi Jinping con Donald Trump.
ANSA

L’Italia si impegnerebbe anche a sostenere «le questioni di interesse prioritario» per i due Paesi, anche al di là del sistema di alleanze di cui fa parte. La Cina ristrutturerebbe le infrastrutture del porto di Trieste attraverso la Cccc: società formalmente privata, ma con capitali di Stato. Ciò va inquadrato nel modo in cui i porti della Bri sarebbero chiaramente predisposti come punti di appoggio per la flotta militare cinese. C’è anche timore per la condivisione di dati, visto che per legge le società private cinese sono a loro volta obbligate a condividerli con il governo. E l’Amministrazione Trump ha scatenato la guerra dei dazi con Pechino anche accusandola di violazioni della proprietà intellettuale e di trasferimenti tecnologici coatti. La Cina sfrutterebbe infatti le restrizioni alle proprietà straniere, inclusi i requisiti per avviare joint venture, per costringere le aziende americane a trasferire la loro tecnologia e know how alle entità cinesi.

LA TRAPPOLA DEL DEBITO: INVESTIMENTI PREDATORI

Il bello è che per costruire le infrastrutture su cui poi dovrà viaggiare l’export cinese e dovranno attraccare le navi cinesi i Paesi che aderiscono ricevono finanziamenti che poi li legano a Pechino. «Investimenti predatori», li hanno definiti gli Stati Uniti: con locuzione che sicuramente tradisce anche l’insofferenza per un concorrente aggressivo in teatri dove Washington aveva esercitato una egemonia spesso occasione di risentimenti. Ma i dati indicano come i primi otto Paesi che hanno aderito alla Via della seta in due anni hanno nettamente peggiorato il loro indebitamento, per via degli interessi sul debito, delle scadenze non onorate e degli impegni che sono stati costretti a prendere da Pechino. In Laos il rapporto debito/Pil è così passato dal 50 al 70%. In Kirghizistan dal 23 al 74%. Nelle Maldive dal 39 al 75%. In Montenegro, dal 10 al 42%. A Gibuti dall’80 al 95%. In Tagikistan dal 50 all’80%. In Mongolia dal 40 al 60%. In Pakistan dal 12 al 48%.

IL TRUCCO DEGLI APPALTI: PREZZI CHE LIEVITANO

In Asia una denuncia ricorrente è che le compagnie cinesi vincono gli appalti grazie a offerte al massimo ribasso, ma poi fanno lievitare il prezzo in corso d’opera. Un recente rapporto del ministero per la Pianificazione e gli Investimenti del Vietnam spiega che i prestiti di Pechino, emessi dalla China Export-Import Bank (China Eximbank), hanno tassi d’interesse del 3% annuo, contro lo 0-2% di quelli Sud-coreani e l’1,7 di quelli indiani. Il documento ha denunciato che «i progetti finanziati da prestiti, attrezzature e forza lavoro cinesi procedono a rilento e senza garanzia di qualità, facendo aumentare i costi e influenzando l'efficienza degli investimenti stessi», e per questo spesso compagnie vietnamite sono chiamate a terminare i lavori iniziati da società cinesi.

In Vietnam la ferrovia Cát Linh–Hà Đông doveva costare 486 milioni di euro, ma per ritardi e rallentamenti il prezzo è arrivato a 784 milioni

Ma il “pacchetto” cinese impone che quando si accettano i prestiti di Pechino bisogna poi accettare le imprese cinesi. In Vietnam l’esempio più malfamato è la ferrovia Cát Linh–Hà Đông: progetto nato da un accordo sino-vietnamita e approvato nel 2008 per 486 milioni di euro, 368 da capitali cinesi e 188 da fondi statali. A causa di ritardi e rallentamenti, il costo totale del progetto al momento è arrivato a 784 milioni. La ferrovia sarebbe dovuta entrare in funzione nel 2014, ma al marzo 2019 i treni non hanno ancora cominciato a viaggiare. Nel dicembre 2018 il governo indonesiano ha offerto agli investitori cinesi nuovi progetti per un valore di 60 miliardi di dollari Usa, escludendo però «prestiti da governo a governo».

Lo Sri Lanka per non essere stato in grado di ripagare il debito ha dovuto dare in cambio alla Cina l’85% della proprietà del porto di Hambantota

In Malesia il primo ministro Mahathir Mohamad dando seguito a quanto promesso in campagna elettorale per evitare eccessivi debiti ha disdetto più di 20 miliardi di dollari Usa di progetti assegnati a società cinesi. Anche Ibrahim Ameer, nuovo ministro delle Finanze delle Maldive, durante una visita ufficiale a New Delhi ha dichiarato che la Cina «ha gonfiato i prezzi dei progetti per le infrastrutture» negoziate dall’ex presidente Abdulla Yameen. Per questo, ha assicurato, il nuovo governo guidato dal presidente Ibrahim Mohamed vuole ripristinare la politica dell’India First e rinegoziare gli accordi commerciali siglati con la Cina. Lo Sri Lanka per non essere stato in grado di ripagare il debito ha dovuto dare in cambio alla Cina l’85% della proprietà del porto di Hambantota, malgrado le proteste dei residenti.

ESTINZIONE DEGLI ANIMALI: COME GLI ASINI IN AFRICA

Quaranta capi di Stato e di governo africani sono venuti a Pechino il 3 e 4 settembre per il settimo Forum di Cooperazione Africa-Cina. Primo partner della regione, la Cina aveva con l’Africa 170 miliardi di dollari di interscambio, e ha offerto 60 miliardi di dollari di credito in aggiunta ai 136 già concessi. Oltre al petrolio di Angola e Nigeria, al rame del Congo e dello Zambia, all’uranio della Namibia o alla bauxite della Guinea la Cina in cambio ha fatto incetta anche di asini. La pelle di asino è infatti l’ingrediente base dell’ejiao: gelatina tipica della medicina tradizionale cinese che dopo il 2004 è tornata di gran moda tra i nuovi ricchi. Per elaborare le 5 mila tonnellate richieste dal mercato cinese ogni anno, bisogna uccidere 4 milioni di asini all’anno.

Gli asini locali in Kenya sono passati da 1,8 milioni nel 2008 a 900 mila nel 2017 per colpa del commercio cinese

Poiché la Cina non ne fornisce più di 1,8, la Cina si è messa a fare incetta in Africa: con voracità tale che i governi Uganda, Tanzania, Botswana, Niger, Burkina Faso, Mali e Senegal si sono spaventati e hanno vietato questo commercio. Ma il Kenya continua invece a permetterlo, e come risultato gli asini locali sono passati da 1,8 milioni nel 2008 a 900 mila nel 2017. La domanda cinese ha portato il prezzo all’equivalente di 150 euro al capo: una cifra che gli agricoltori locali ormai non possono più assolutamente permettersi.

IL DEFICIT COMMERCIALE DEL 16+1: PROMESSE TRADITE CON L'EUROPA

Così si chiama il gruppo che dal 2012 garantisce la collaborazione fra la Cina e diversi Paesi membri dell’Unione europea - quali Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia e Slovenia - insieme con altri cinque Paesi non ancora della Ue: Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Albania e Macedonia del Nord. Mentre le promesse della Cina di offrire prestiti speciali non si sono realizzate, sta crescendo invece il deficit commerciale di questi Paesi nei confronti di Pechino. Quello polacco, per esempio, è passato da 10,3 a 28,4 miliardi.

DEFORESTAZIONE DELL'AMAZZONIA: L'ALLARME DELLE ORGANIZZAZIONI INDIGENE

Varie organizzazioni indigene hanno poi accusato le multinazionali cinesi di devastare la grande foresta pluviale sudamericana. La Coordinadora de Organizaciones Indígenas de la Cuenca Amazónica ha per esempio denunciato i progetti Mirador e San Carlos Panantza in Ecuador, l’Arco Minero del Orinoco in Venezuela, il Bloque Petrolero El Nogal in Colombia, il Lote 58 in Perú e le Dighe Teles Pires e Sao Manoel in Brasile: per acquisizione ireggolare di terre, reclami arbitrari di diritti di sfruttamento minerario, espulsione di famiglie. Anche in Ecuador si parla del ruolo dei prestito: dal 2009 12,490 miliardi di dollari di provenienza cinese, contro 10,165 di provenienza multilaterale. In Venezuela è stato poi Liborio Guarulla, leader indigeno e governatore dello Stato di Amazonas destituito dal regime, a accusare il presidente Maduro di “etnicidio e ecocidio”, per aver fato terre indigene in concessione a una multinazionale cinese per lo sfruttamento di oro, coltan, uranio e altri metalli strategici.

21 Marzo Mar 2019 2200 21 marzo 2019
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso